Il sen. Murray ai discografici USA: 'Non fate come le major del tabacco'

Un politico che suggerisce alle case discografiche non solo di riformulare i loro contratti con gli artisti, ma anche come farlo. Succede negli Stati Uniti (e dove, se no?), un paese in cui il business musicale è questione di grandi numeri e, conseguentemente, di una certa rilevanza nel dibattito pubblico e istituzionale. Inoltre il senatore della California Kevin Murray, che le sue proposte per “moralizzare” il mercato ha deciso di diffonderle per tramite di una lettera aperta, si può ormai considerare un esperto in materia, dopo le udienze che nell’assolato stato dell’Ovest ha tenuto a più riprese proprio sul tema dell’equità dei contratti discografici (vedi News).
Per “ricreare un’atmosfera positiva” tra le due parti in causa, Murray suggerisce alle case discografiche di rivedere le clausole dei loro accordi in modo che “gli anticipi agli artisti continuino ad essere recuperati a fronte delle royalty, ma escludendo dalle loro pretese i costi sostenuti per la registrazione, la promozione, il marketing e la realizzazione dei video” quando queste spese non superano un certo ammontare.
Secondo Murray, questo sistema permetterebbe agli artisti di successo di incrementare le loro royalty “e, più importante, li incoraggerebbe ad essere più efficienti contenendo in modo significativo gli investimenti diretti e multimilionari che molte società fanno oggi su di loro: riducendo così il rischio per le case discografiche e il denaro perso su artisti e progetti di scarso successo, migliorando contemporaneamente l’equilibrio finanziario delle aziende”.
Nella sua lettera, il senatore invita le grandi società musicali a risolvere le questioni in pendenza con i loro artisti di loro spontanea volontà, senza aspettare – dove possibile – che siano i legislatori a dover decidere per loro (e intanto propone multe severe per chi incorre ripetutamente nell’occultare le royalty da pagare). “Oggi, invece, di fronte alle accuse degli auditor che hanno riscontrato molteplici casi di royalty sottopagate, i rappresentanti di tutte e cinque le major continuano a negare di avere mai tenuto un comportamento scorretto. Mi ricordano i dirigenti delle multinazionali del tabacco che di fronte al Congresso giuravano di essere convinti che il fumo non danneggi la salute”.
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