NEWS   |   Italia / 30/04/2013

Fabrizio Moro ricomincia da capo: 'Canto tutte le storie che volevo raccontare'

Fabrizio Moro ricomincia da capo: 'Canto tutte le storie che volevo raccontare'

Pagine bianche, session inconcludenti, frustrazione crescente, dubbi esistenziali, autostima in caduta libera. "L'inizio", prima opera di studio di Fabrizio Moro dai tempi dell'EP "Ancora Barabba" (2010), esce nei negozi oggi, 30 aprile (su etichetta Fattoria del Moro, distribuzione Sony Music), ed è il frutto di un parto molto travagliato. "Di un periodo complicato, sì, sotto il profilo artistico e anche umano", conferma il trentottenne cantautore romano, che ha trascorso gli ultimi tre anni a suonare dal vivo e a scrivere canzoni per altri. "Intanto", raccconta, "lavoravo a questo album con l'ambizione di fare il disco perfetto, almeno dal mio punto di vista. Non ho lasciato niente al caso: la scaletta, il suono delle parole, le storie da raccontare. Volevo scrivere una canzone sull'on. Giulio Andreotti ('Io so tutto'). Volevo dedicarne una a mio figlio ('Babbo Natale esiste') e una a questo Paese ('L'Italia è di tutti'). Ci ho messo tanto tempo perché la linea tra banalità e originalità è molto sottile. Credo di aver dato tutto quello che avevo dentro, e ora mi sento svuotato. Tanto che se vado in cantina e vedo i miei strumenti mi viene la nausea".

Sarà una sorpresa per molti, "L'inizio": a cominciare dalla voce tenorile di Stefano Priori che incornicia la title track ("All'inizio l'avevo cantata io, quella parte tenorile, e devo ammettere che faceva abbastanza schifo. Poi, attraverso il mio batterista e le amicizie del giro romano, è arrivato questo ragazzone giovanissimo, di ventidue anni, e ne è venuta fuori una miscela interessante"), e proseguendo con quella fusione originale di melodia pop, sferzanti chitarre rock e ritmiche elettroniche. "Merito dell'interazione che è nata tra me e il mio produttore Pier Cortese. Ero abituato a scrivere brani per voce, chitarra o pianoforte, ad autoprodurmi in studio con i musicisti che mi accompagnano da quindici anni e che come me vengono dalle cantine: il batterista batteva il quattro, registravamo una decina di take magari in presa diretta, sceglievamo la migliore e poi la lavoravamo in postproduzione. Il tutto con metodi abbastanza spartani. Con Pier, invece, ho capito per la prima volta quanto sia importante confrontarsi con un produttore artistico. Grazie a lui, che in queste cose ci mette un'attenzione maniacale, mi sono reso conto che se in un pezzo cambi il rullante cambia anche la canzone. E lo stesso succede se per esprimere lo stesso concetto scegli un'altra parola, con un groove diverso. Siccome questo disco è un progetto unitario non abbiamo nemmeno ragionato in termini di singoli. Non nel senso tradizionale, quantomeno. Il singolo, in questo caso 'Sono come sono', è diventato un brano capace di rappresentare l'opera nella sua totalità".





Non si giudica un libro dalla copertina, ma quell'immagine di un bimbo (parzialmente) nudo, di spalle, con gli stivali, il cappello e una chitarra elettrica a tracolla che si incammina su una strada lunga e diritta la dice lunga. "Quello è mio figlio Libero (nato nell'agosto del 2009), volevo un nudo integrale ma sia Feltrinelli che Mediaworld l'hanno censurato temendo querele da parte delle associazioni che combattono la pedofilia... L'immagine, comunque, rende bene l'idea dell'inizio di un percorso, del viaggio intrapreso da un uomo completamente a nudo e con l'animo di un bambino. C'è un segnale di pericolo, in quella foto, ma il bimbo ha un atteggiamento agguerrito: ha paura, è insicuro, ma vuole arrivare all'orizzonte che si è prefisso di raggiungere". Moro parla di rinascita, di ripartenza, di catarsi. Di schemi e condizionamenti da cui ha dovuto liberarsi. Quali? "In primo luogo quelli imposti dal mainstream discografico. Ho dovuto accettare compromessi, ero arrivato al punto in cui ogni volta che prendevo in mano la chitarra, accendevo il computer e iniziavo a scrivere mi sentivo costretto, vincolato. Provengo da un contesto in qualche modo disagiato, con il primo album 'Pensa' ero quasi arrivato a realizzarmi e avevo paura di tornare al punto di partenza. Così ho cominciato a scrivere per assecondare gli altri. Per compiacere i miei discografici, le radio, il pubblico, il mercato. E ho cominciato a sprofondare nella depressione. A odiare la musica, perché quello non ero più io. Per mancanza di esperienza, mi sono fatto condizionare. 'L'inizio' rappresenta l'esatto contrario di tutto questo. Ora faccio da me, ho una mia etichetta e una mia società di edizioni, e con la mia attività di autore conto terzi riesco a finanziarmi, a produrre altri gruppi. Sto suonando dal vivo e sto facendo quel che volevo fare della mia vita quando avevo qundici anni".

Alle storture della storia e alle vittime della violenza quotidiana (dai tempi di "Pensa", presentata al Festival di Sanremo del 2007 e dedicata ai morti di mafia) Moro ha sempre prestatato attenzione. Ma perché raccontare l'Italia dal punto di vista di Andreotti? "Perché il personaggio mi ha sempre affascinato. Ho sempre avuto la convinzione che la politica italiana sia collusa con la storia nera di questo Paese. Con le stragi, la mafia, la camorra. E credo che Andreotti sia stato come un grande occhio che vedeva tutto: vorrei tanto parlargli e fargli tante domande prima che muoia....Anche 'L'Italia è di tutti' è un pezzo che avevo in mente da tanto tempo. Scrivere una canzone di quel tipo, però, ti espone al rischio della banalità, della retorica, del populismo. Ma sopratutto in un momento di profonde divisioni come questo volevo esprimere un atto d'amore per la nostra terra". Anche in altri pezzi, come "Soluzioni", Moro sembra decisamente arrabbiato..."Questo è il mio disco esistenziale", spiega. "Spesso, in passato, ho espresso il mio punto di vista attraverso storie vissute in terza persona. I personaggi del quartiere in cui vivo, a Guidonia, sono sempre stati una fonte di ispirazione. Altre volte ho cercato di lasciare delle fotografie di quel che vedevo succedere nel Paese, nella società, nell'attualità di tutti i giorni... Ma stavolta ho voluto esprimere la parte più profonda di me, esorcizzare le mie paure, raccontare il mio timore di non tornare più sul palcoscenico dopo questi tre anni di inattività. 'Soluzioni' assomiglia a 'Sono come sono': è uno sfogo".

Inattività relativa, comunque, data l'intensa attività dal vivo: "Un'esperienza fondamentale che mi ha insegnato a vivere. Non sono un cantautore da palazzetti, ho suonato in piazze gremite ma anche in posti in cui la gente neanche mi conosceva. E ogni volta conquistare chi sta lì sotto è una sfida con te stesso e con la vita. Il palco mi ha aiutato a diventare più spavaldo e meno introverso. Ecco perché non sopporto i talent show: perché sono convinto che per raccontare la vita nelle canzoni bisogna avere fatto la gavetta. Che per me significa suonare per vent'anni in mezzo alla gente, sapersi accordare la chitarra alla perfezione, conoscere i dischi più importanti della storia della musica e i film più importanti della storia del cinema. Avere la possibilità di fare dei figli e di crescerli. Dubito che tutto questo lo si possa fare a vent'anni. Eppure è fondamentale, se con le canzoni si vogliono raccontare delle storie".

La cosiddetta "scuola romana" è stata d'esempio, in tutto questo? "No. Daniele Silvestri, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Federico Zampaglione sono tutti artisti straordinari che conosco bene, ma non ho mai fatto parte di quel circuito. Mi sono sempre definito un artista dall'altra parte del Tevere. Vengo dalla periferia, da un altro modo di vivere la vita. Semmai mi sento più figlio della scuola bolognese, di Vasco, Carboni o Gaetano Curreri perché erano i loro dischi che ascoltavo quando a quindici anni ho iniziato a suonare e a scrivere canzoni". Con Curreri Moro ha anche collaborato, inventandosi una carriera parallela di autore che lo ha visto firmare pezzi per Noemi e per Emma, oltre a collaborare con Il Parto delle Nuvole Pesanti. "E' un lavoro nato casualmente perché non saprei scrivere su commissione", spiega Fabrizio. "Il pezzo che diedi a Noemi per il Festival di Sanremo di due anni fa, 'Sono solo parole', era chiuso in un cassetto e faceva parte della quarantina di pezzi che avevo preparato in previsione del nuovo album. Lei ha avuto modo di sentirlo, le è piaciuto e gliel'ho prestato. Da lì mi si è aperta una strada, l'occasione di autofinanziarmi e sostenermi da solo diventando completamente indipendente dall'industria discografica. Da allora mi hanno chiamato in tanti, anche grandi interpreti della musica italiana con cui sto lavorando. I nomi non li posso ancora fare". Intanto è ora di tornare on the road, con un tour di presentazione del nuovo album che parte l'11 maggio da Pescara. "Non vedo l'ora di suonare dal vivo le nuove canzoni. Andremo avanti fino a chissà quando. Ma in realtà non ci siamo mai fermati".

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