Ecco il George Harrison postumo: un sereno testamento spirituale, con chitarra

Ecco il George Harrison postumo: un sereno testamento spirituale, con chitarra
A quasi un anno dalla scomparsa (vedi news) e a quindici anni di distanza da “Cloud nine” (l’ultimo disco in studio) esce, il 18 novembre, “Brainwashed”, l’album postumo di George Harrison che Rockol ha avuto modo di ascoltare in anteprima negli uffici della EMI dopo averne dato abbondanti anticipazioni nelle settimane e mesi precedenti (vedi news).
Un disco profondamente harrisoniano nell’atmosfera lieve e di sereno misticismo che lo pervade, a dispetto del rapido progredire della malattia che non ha permesso all’ex Beatle di completare le registrazioni: ma “firmato” indelebilmente nei suoni da Jeff Lynne, co-produttore e compagno d’avventure dai tempi dello stesso "Cloud nine" e dei Traveling Wilburys a cui spesso il disco fa riferimento con i suoi semplici arrangiamenti di stampo folk-rock (la “core band” è un quartetto che include anche il batterista Jim Keltner e il figlio di George, Dhani, alle chitarre e al piano elettrico Wurlitzer). Harrison jr. e Lynne hanno lavorato in post-produzione, nello studio californiano di quest’ultimo, sul canovaccio originale che un Harrison smagrito e già diminato dal male incurabile aveva steso a partire dal ’99 arrivando, per loro stessa ammissione, ad un suono più levigato ed elegante di quello che l’autore avrebbe desiderato per questo suo, spesso struggente ma delicato, testamento spirituale.
Non è un disco dal mood depresso, “Brainwashed”, anzi: predominano invece gli uptempo e i midtempo, nella raccolta di 11 originali e una cover - lo standard anni ‘30 “Between the devil and the deep blue sea”, già nel repertorio dell’orchestra di Cab Calloway e qui suonato dalla band di Jools Holland - che viaggia tra rock and roll vecchio stile, blues acustico, umori hawaiani, citazioni dal Namah Parvati indiano e ballate che rammentano un Tom Petty più esile e meno elettrico (la slide di Harrison è quasi onnipresente e regala un tono agrodolce a gran parte delle composizioni). Tra gli ospiti in studio, usati con molta parsimonia per rispettare le consegne dell’autore, anche il percussionista Ray Cooper, la sezione d’archi diretta da Marc Mann e il Deep Purple Jon Lord, il quale suona un pianoforte di retroguardia nella title track conclusiva: ironica invettiva contro i veleni e i vizi collettivi che annebbiano la mente umana e che fa il paio con un altro brano di vena polemica, quel “P2 Vatican blues (Last saturday night)” assai esplicito nel titolo che lancia supposizioni maliziose sui dietro le quinte della Chiesa cattolica.
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