Usa, sulla vendita dei file 'usati' un giudice dà torto a ReDigi

Osservato con attenzione da tutta l'industria musicale e da grandi operatori della net economy potenzialmente interessati a entrare nel mercato tutto da scoprire del commercio dei file musicali digitali di "seconda mano", il caso giudiziario di ReDigi, pioniere del settore portato in tribunale dalla Capitol Records (ex etichetta del gruppo EMI, oggi assorbita da Universal Music), segna un punto pesante a sfavore della società americana. Il giudice distrettuale Richard Sullivan, infatti, ha negato a ReDigi il diritto di rivendere i file sostenendo che la sua tesi difensiva, fondata sulla legislazione americana concernente la cosiddetta "prima vendita", si applica solo a beni materiali come i dischi. "ReDigi", ha sostenuto Sullivan nella sua sentenza, "non distribuisce articoli materiali di quella natura; distribuisce piuttosto riproduzioni del codice protetto da copyright incorporato in nuovi oggetti materiali, e più precisamente nel server ReDigi localizzato in Arizona e nelle memorie fisse dei suoi utenti. La difesa della prima vendita non copre tale ipotesi più di quanto coprisse in un'epoca passata la vendita di registrazioni su cassetta di dischi in vinile".

Secondo il giudice americano, di conseguenza, la società fondata da John Ossenmacher sarebbe responsabile di violazione di copyright oltre che di istigazione all'infrazione della legge da parte degli utenti, esponendosi al rischio di ingenti risarcimenti danni. Tutto da rifare, dunque, per ReDigi (con un eventuale processo di appello) ma anche per i "big player" come Apple e Amazon che di recente hanno registrato brevetti per tecnologie proprietarie di rivendita di contenuti digitali.

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