NEWS   |   Industria / 06/11/2002

'Musica sì, ma non come core business': così parlò Richard Branson

'Musica sì, ma non come core business': così parlò Richard Branson
“Investire nella musica vale ancora la pena, ma avere altri business da sviluppare aiuta. Se riusciremo a sfondare nel campo della telefonia cellulare sarà come avere lanciato cento artisti di successo”.
Così la pensa oggi Richard Branson, pioniere dell’impresariato musicale e della discografia indipendente anni ’70 reinventatosi poi magnate dell’industria a tutto campo, dalla navigazione aerea ad, appunto, la telecomunicazione “wireless”. Parlando ad una platea di addetti ai lavori ad Hollywood, dove ha presenziato ai festeggiamenti per il decimo anniversario del primo Virgin Megastore in terra americana, il tycoon inglese ha reso pubbliche le sue opinioni sul futuro dell’industria musicale. “Impossibile predire che ne sarà da qui a dieci anni”, ha ammesso Branson. “Ci siamo resi conto che l’età media del pubblico è aumentata, diciamo a 29 anni, ed è a quel target ora che dobbiamo mirare. Non credo che in molti rinunceranno all’abitudine di entrare in negozio a comprare i dischi, copiare musica è comunque un fastidio come lo era ai tempi delle musicassette”. Richiesto di suggerire la sua cura per il mercato musicale agonizzante, Branson non si fa pregare: “Abbiamo bisogno di artisti più credibili che, idealmente, possano ancora essere in giro tra dieci anni. Il nuovo album di Moby (sotto contratto in USA con l’etichetta di Branson, V2) non sta dando i risultati che speravamo: andrà certamente meglio il prossimo. Attualmente c’è un circolo vizioso, perché le radio non trasmettono i pezzi di nuovi artisti e molte case discografiche non mettono sotto contratto nuovi talenti, preferendo vivere sui loro cataloghi. Noi continuiamo a farlo, con band giovani come i White Stripes e i Datsuns. Sono altrettanto sicuro, però, che non è dalla musica che ricaveremo la quota maggiore dei nostri profitti in futuro, e per questo stiamo ancora diversificando le nostre attività”: investendo nella telefonia mobile, appunto, ma forse anche, in futuro, nell’elettronica di consumo.
Nel lungo testa a testa con i giornalisti (riportato dal sito HITS Dailydouble), Branson affronta a viso aperto molti altri temi caldi del settore: dalla musica on-line (“E’ inutile cercare di tenere in vita i vecchi schemi. Siamo disposti a sviluppare questo settore anche a costo di danneggiare quello tradizionale”) all’esosità della macchina discografica in termini di promozioni, stipendi e anticipi agli artisti (“Il sistema è troppo costoso. Ecco perché le etichette vanno in crisi, a differenza delle case editrici: ci vuole più realismo”); dal nuovo contratto tra EMI e Robbie Williams (“C’eravamo anche noi in lizza, e la nostra offerta non era molto distante da quella della EMI: è una buona idea quella di coinvolgere una casa discografica in tutti gli aspetti del business, i concerti, le edizioni e il merchandising”) ai rimpianti, più volte espressi in passato, per la vendita della Virgin (“Ricomprarla oggi? Non credo sia in vendita. Comunque, siamo sempre stati più bravi nel far partire le aziende piuttosto che a comprare quelle degli altri. Costruire da zero un’etichetta come la V2 è stato ancora più divertente”).
Qualcuno gli chiede se, dopo tutti questi anni (i suoi esordi risalgono a oltre trent’anni fa, con una piccola attività di vendita di dischi per corrispondenza) conservi ancora passione per la musica e non pensi invece a ritirarsi dal settore, nel momento in cui – lo rivela lui stesso – fantastica di partecipare alle prime missioni turistiche extraplanetarie e immagina di allestire hotel Virgin nello spazio. “No”, risponde Branson. “Almeno fino a quando continuerò a divertirmi. Mi eccita ancora mettere sotto contratto un gruppo come gli Stereophonics e cercare di far capire agli americani che cosa si stanno perdendo…E poi, se Ahmet Ertegun (il fondatore quasi ottantenne della Atlantic) può ancora frequentare i parties alla sua età, non vedo perché non posso farlo io”.