L'Europa dice ancora no al codice obbligatorio di identificazione sui CD

Non c’è accordo, tra le autorità politiche di Bruxelles e le industrie del copyright, a proposito dei codici di identificazione antipirateria che secondo queste ultime dovrebbero essere stampati per legge su tutti i supporti digitali in circolazione.

La federazione internazionale dell’industria discografica, IFPI, fiancheggiata da imprese cinematografiche (MPAA), produttori video (UVF) e aziende informatiche (BSA), preme perché nella imminente direttiva comunitaria in tema di misure antipirateria, attesa per gli inizi di dicembre, venga introdotto l’obbligo del codice su tutti i CD e DVD, in modo da risalire più facilmente alle fabbriche che hanno stampato i prodotti. Le autorità comunitarie ribattono però che, avendo origine da un’iniziativa privata dei produttori, il sistema di certificazione deve essere di tipo volontario e non obbligatorio. Al centro delle discussioni c’è il codice di identificazione della fonte (Source Identification Code, o SID), che non tutte le fabbriche europee inseriscono nei CD in uscita dai loro impianti e che, se generalizzato a tutti i produttori, faciliterebbe di gran lunga l’attività di prevenzione e di riconoscimento del prodotto pirata in commercio: in Italia, informa la FIMI, il codice SID copre attualmente circa il 70 % della produzione, perché non tutte le fabbriche ne sono provviste e altre non lo applicano su tutte le linee di produzione. .


“Ma le richieste avanzate dall’IFPI e degli altri detentori dei copyright”, aggiunge il direttore generale FIMI Enzo Mazza, “non riguardano tanto gli attuali paesi membri quanto quelli che entreranno nell’UE allargata del futuro prossimo: molti dei quali non offrono adeguate garanzie in tema di tutela delle opere dell’ingegno e di lotta alla pirateria”.
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