Pirateria, per l'IFPI la ricerca della Commissione Europea è 'fuorviante'

Pirateria, per l'IFPI la ricerca della Commissione Europea è 'fuorviante'

Lo studio a cura del Joint Research Centre della Commissione Europea secondo cui la pirateria online non danneggia più di tanto le vendite di musica digitale "è deficitario e fuorviante". La replica dei discografici (per voce dell'organizzazione internazionale di categoria IFPI) alla ricerca pubblicata dall'organo comunitario di Bruxelles non si è fatta attendere: i suoi risultati, scrive la federazione in un'articolata replica distribuita ai mezzi di informazione, "sembrano disconnessi dalla realtà commerciale, si basano su una visione limitata del mercato e sono contraddetti da una gran quantità di ricerche indipendenti e alternative che confermano l'impatto negativo della pirateria sul music business legale".

L'IFPI mette in discussione i metodi di indagine utilizzati dai ricercatori: il numero di click o di visite alle piattaforme legali di download registrato da Nielsen Netview non rappresenterebbe una approssimazione significativa dei volumi effettivi degli acquisti: nel caso di iTunes, ad esempio, rientrano nel conteggio delle connessioni anche il semplice collegamento di un iPhone al PC per il lancio dell'applicazione o la sincronizzazione delle library, l'ascolto di musica attraverso il player, il noleggio di un film o il download di un gioco dal negozio virtuale. Sulla base di recenti ricerche condotte nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Europa da enti come Kantar Worldpanel1, NPD Group e Ipsos MediaCT3 l'IFPI contesta poi la tesi che i download illegali possano essere di stimolo alle vendite legali, sottolineando che "se alcuni file sharer spendono molto in prodotti musicali, altri non ne comprano affatto". "Le tesi a sostegno dei supposti effetti positivi del sampling, basate sull'assunzione che i consumatori siano motivati ad acquistare una versione legittima di un file quando già ne possiedono una copia pirata perfettamente funzionante, sono state ripudiate da diversi studi", prosegue la federazione citando ricerche olandesi e australiane, e rilevando altresì - sulla base di altri studi - che l'applicazione di leggi antipirateria come la francese Hadopi e la chiusura di siti come Megaupload hanno prodotto un forte incremento dei consumi legali.

Sostenere, poi, che la pirateria non intacchi i ricavi digitali limitando lo sguardo ai soli download, sostiene l'IFPI, è fortemente limitante, "dal momento che i download sono solo una delle fonti di ricavo nel mercato della musica digitale di oggi", "che i servizi in abbonamento e gli stream finanziati dalla pubblicità rappresentano già oltre il 30 % del fatturato digitale in Europa" e che lo sviluppo e la profittabilità di piattaforme come Spotify e Deezer sono a loro volta fortemente condizionate dalla pirateria. "Se un consumatore può scaricare un file gratuitamente e illegalmente e trasferire quella canzone sul suo cellulare, vengono meno alcuni incentivi a sottoscrivere un abbonamento a pagamento. Il problema fondamentale del mercato musicale", conclude l'IFPI, "resta lo stesso di sempre: perché pagare la musica se la si può ottenere gratis con mezzi illegali?".

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