Jakob Dylan a Milano: 'Chiedetemi di tutto, ma non di mio padre'

Jakob Dylan a Milano: 'Chiedetemi di tutto, ma non di mio padre'
La domanda clou, forse inevitabile, arriva quando la conferenza stampa volge ormai al termine, dopo che Dylan Jr. ha già passato metà del tempo a schivare domande sull’augusto padre. “Se i confronti col suo genitore le danno tanto fastidio”, chiede un giornalista per bocca di tutti o quasi i presenti, “perché si ostina a portarne il nome d’arte?”. Ma Jakob non si scompone e mette le cose in chiaro una volta per tutte: “E’ così che sono registrato all’anagrafe. Non mi sono mai chiamato Zimmerman in vita mia”.
Uno a zero per lui, e palla al centro. Ma le curiosità restano insoddisfatte, e l’atteggiamento del figliolo del grande Bob resta quantomeno sospetto. “Quel nome, all’inizio, è stato più un ostacolo che un vantaggio, e comunque lo porto con orgoglio”, sibila a scanso di equivoci il bel tenebroso, di scuro vestito e con indosso un paio di occhiali neri che ricordano tanto il papà nel periodo beatnik e giovanile. Ma altro è impossibile strappare al giovane Jakob, in Italia per presentare il nuovo album dei Wallflowers in uscita l’8 novembre, “Red letters days”. Le risposte sono cortesi, ma secche e telegrafiche. Come quando fioccano le (prevedibili) domande sugli USA post-attentati, sulla politica estera di Bush e sulla guerra all’Iraq. Non che altrimenti il ragazzo dispensi risposte molto più articolate. Ma così è se vi pare, e la sua non sembra spocchia quanto sincera riservatezza, dopo tutto.
Parliamo dei Wallflowers, allora: che celebrano or ora il decennale. Un bilancio? “Certo, abbiamo avuto i nostri alti e bassi ma nel complesso è stata un’esperienza bellissima e naturalmente abbiamo ancora tanta strada da fare. Mi rammarico solo di non avere pubblicato più dischi (erano solo tre, fino ad oggi). Ma in mezzo ci sono stati molti tour, e un nuovo contratto discografico”. Si parla di ospiti (Mike McCready dei Pearl Jam: “Avevamo perso il nostro chitarrista, Michael Ward, lui era in città e abbiamo preso al volo l’opportunità di averlo in studio”) e di scelte musicali (“L’elettronica? Io ne so poco, sinceramente, è stato il nostro tastierista a suggerire quelle soluzioni di arrangiamento”). Di testi (“Volevo comunicare messaggi positivi, trasmettere speranza in un mondo migliore: oggi più che mai ce n’è bisogno”) e di risvolti del lavoro in sala di registrazione: “Altri dischi – racconta Jakob a voce bassa – sono stati più difficili da portare a termine. Stavolta ci ha aiutato il fatto di avere già otto pezzi bell’e pronti prima di entrare in studio e di avere alla console un membro originale della band, Tobias Miller: con lui ci troviamo a memoria e abbiamo potuto evitare il passaggio più difficile, quello che ti impone di prendere confidenza con un produttore sconosciuto che cerca magari di importi le sue idee”.
Difficile tirarlo fuori dal guscio, Dylan Jr. “Se mi fanno piacere i Grammy e i milioni di copie vendute? Certo, è come ricevere delle pacche sulle spalle per il buon lavoro svolto, e vendere tanto significa raggiungere milioni di persone. Il successo ci ha anche garantito maggiore libertà artistica”. Diventerà attore? Con quella faccia, potrebbe permetterselo… “Mai dire mai. Ma per il momento trovo già abbastanza duro recitare nei videoclip….”. Veste ancora Armani? “Certo, io e gli altri ragazzi della band nutriamo grande stima nei suoi confronti”. E i suoi gusti musicali? “A dodici, tredici anni ascoltavo i Clash, i Jam e gli X. Poi, da loro, sono risalito alle fonti: i Beatles, Lee Dorsey, il reggae”. E le canzoni di suo padre? Jakob scuote la testa e cambia discorso.
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