Bruce Springsteen 'live' a Bologna: cronaca di un trionfo annunciato

Bruce Springsteen 'live' a Bologna: cronaca di un trionfo annunciato
Jeans, camicia bianca, gilet nero, anfibi. L'unico americano amato in tutta Europa sale così sul palco, buon ultimo dopo tutti i componenti della E Street Band. E' serio, carico, teso. Il suo primo piano campeggia sui megaschermi ai lati della scena: il pizzetto è spruzzato di bianco, gli occhi ridotti a fessure sembrano perforare la folla per esigere attenzione. L'ovazione che lo accoglie è clamorosa, ma Bruce Springsteen lascia che si spenga per lanciare il suo personalissimo gospel bianco.

“The rising” è l'inevitabile attacco di questo tour che ne porta il nome, e sul suo simbolismo si è già detto tutto. Dal vivo è un brano che richiede tutta l'attenzione della band, che lo costruisce con delicatezza e attende il giusto per sprigionare la potenza che serve a sorreggere la cupezza dell'11 settembre, la stessa che aleggia sulla successiva “Lonesome day” (arricchita dalla slide guitar di Nils Lofgren). Tutto il primo quarto del concerto è straordinariamente intimista, intimista come solo un artista come Bruce Springsteen può renderlo con una formazione dinamitarda di fronte a 13.000 persone caricate a molla. “Sono contento di essere qui, mi mancano i fans italiani”, esordisce il Boss dopo quattro pezzi, per poi aggiungere, sempre nella nostra lingua: “Per favore, ho bisogno di silenzio per le prossime due canzoni”.
“Empty sky” inizia con un duetto vocale con Patti Scialfa ed è resa in una convincente versione acustica, con Springsteen alla chitarra e all'armonica; sì, si è trasformata in un pezzo folk e Nils Lofgren la lavora ai fianchi suonando “bottleneck” in un silenzio assordante. “You're missing”, struggente, è introdotta da una dedica, anch'essa in italiano: “Per il nostro amico Francesco”. La pressione è ormai al massimo. E, dopo la messa, tocca alla festa: “Siete pronti? Cantiamo!”

“Waitin' on a sunny day” è gigantesca, è la “Hungry heart” degli anni 2000, talmente fluida da suonare già come uno standard del gruppo: a così pochi mesi dalla sua uscita il pubblico la canta a memoria. Bruce torna lo showman dell'85: “You can look (but you better not touch)” viaggia a pieni giri, fantastica è “No surrender”, quasi mistica “Worlds apart” che culmina in una 'jam session' acida con Little Steven primo attore. Diverse canzoni di “The rising” vengono effettivamente reinterpretate secondo canoni più consoni alla situazione 'live' che, nel caso del Boss, significa catarsi. Ecco, quindi, che un brano come “Into the fire”, tra i più toccanti dell'ultimo CD, viene introdotto da oltre un minuto e mezzo di vocalizzi (Patti) e parlato (Bruce), come per fissare innanzitutto l'atmosfera e solo in un secondo tempo cedere il passo alla progressione lenta e poderosa della musica. Nessun timore di prendersi tempi e spazi che in studio rappresentano un lusso; nessuna vergogna, soprattutto, di segnare una separazione netta dalla produzione di Brendan O' Brien.

La E Street Band pare riproporsi con la stessa forza dei tempi migliori e, dove non arriva con l'energia, risolve con una potenza interiore, con una tensione che si comprende solo attraverso la musica e che sa minimizzare quei rari momenti in cui questi splendidi cinquantenni sono un po' sfilacciati (accade, ad esempio, in “She's the one”, difficile da eseguire in dieci perché è sostenuta soprattutto dal ritmo percussivo del piano ed è minata da qualche dissonanza; ma il gruppo rischia volentieri e la trasforma in un pezzo alla Bo Diddley).

“Mary's place” fa le veci di “Rosalita” e coincide con il tradizionale rito della presentazione della band, che inizia da Little Steven (“mio fratello”, in italiano) e finisce con Clarence Clemons (“the minister of sound, the secretary of brotherhood, Big Man!”). Termina così il set ufficiale: sono trascorse quasi due ore, ma il Boss ha ancora in serbo tre quarti d'ora di rock and roll.


Il primo bis è un poker alla dinamite, che parte con un Roy Bittan al piano invasato in un boogie woogie che diventa “Stand on it”, prosegue con “Dancing in the dark” e “Ramrod” e si conclude con una “Born to run” impreziosita dalla presenza di Eliott Murphy alla chitarra.

E' la fase del concerto in cui Springsteen si lascia più andare: fa il clown, fa il matto, balla, salta, si sfoga, come per riaffermare la sua vera essenza. Il secondo 'encore' è un mix perfetto di energia e poesia, di dolore e speranza, di inni e invocazioni, di musica e ideali, di celebrazione e comunità. “My city of ruins” ritrova un Bruce rapito al piano con gli E Streeters molto defilati; ma, tornando al suo posto al centro del palco, introduce uno dei momenti più elevati della serata: “Ho scritto questa canzone sulla guerra in Vietnam”, spiega il Boss; “ma stasera la suono come una preghiera per la pace”. “Born in the U.S.A.” è trasfigurata, incendiaria, sconvolgente. La folla esplode in un boato, siamo nella stratosfera e “Land of hope and dreams” (personalizzata per l'occasione da un finale che cita “People get ready”) e “Thunder road” sono il giusto epilogo. La E Street Band saluta, commossa. Bruce ci ripensa, torna al piano per qualche secondo e strimpella un'ultima volta le note del ritornello del pezzo finale. .


(GDC)

SETLIST
1. The rising
2. Lonesome day
3. Night
4. Something in the night
5. Empty sky
6. You're missing
7. Waitin' on a sunny day
8.You can look
9. No surrender
10. Worlds apart
11. Badlands
12. She's the one
13. Mary's place
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