Concerti, Living Colour in Italia: 'Stiamo tornando alle nostre radici blues'

Concerti, Living Colour in Italia: 'Stiamo tornando alle nostre radici blues'

Ormai è una consuetudine consolidata: il rock si guarda indietro e celebra i suoi anniversari E i Living Colour del funambolico Vernon Reid, discograficamente fermi a "The chair in the doorway" del 2009, non potevano dimenticarsi di "Vivid", il disco che nel 1988 sancì - almeno agli occhi della critica "bianca" - la nascita di un genere, un melting pot di hard rock e heavy metal contaminato di funk e jazz, suonato da quattro virtuosi musicisti afroamericani consapevoli della loro identità razziale (erano i tempi della Black Rock Coalition) e destinati, almeno così sembrò allora, a spalancare una porta a tanti seguaci. Le cose andarono poi diversamente, la band cambiò il bassista e si sciolse prima di riprendere l'attività nel 2000 da indipendente e con meno promozione alle spalle. Poco male, perché pezzi come "Cult of personality" e "Middle man" restano nel pantheon del rock anni Ottanta e sarà un piacere riascoltarli dal vivo tra qualche giorno (il 16 marzo) al Factory di Milano, dove la band newyorkese riproporrà quel primo album per intero.



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I Living Colour si presenteranno con la loro formazione "Mark II", quella che nel 1992 vide Doug Wimbish rimpiazzare Muzz Skillings al basso dopo una lunga frequentazione "laterale" con la band. "Conosco Vernon Reid dai primi anni Ottanta, ci frequentavamo a New York e siamo amici da prima che mettesse insieme la band", ci ha raccontato lo stesso Wimbish prima di partire per il tour europeo che inizia domani, 7 marzo, da Glasgow. "A quei tempi in città era considerato uno dei chitarristi più promettenti ed eccitanti, capace di mischiare avanguardia, jazz, hard melodico e rock'n'roll suonando una molteplicità di generi diversi. Vernon iniziò a suonare con i Living Colour intorno al 1984 in locali come il CBGB's, e in quello stesso periodo io mi trasferii a Londra per suonare con Jeff Beck e unirmi poi alla band di Mick Jagger. Suggerii a Mick di andare a vedere la band e di darle una mano, producendo qualche demo e portandola in sala a incidere qualcosa. Finirono per registrare alcuni provini nello stesso studio in cui si stavamo missando il disco solista di Jagger "Primitive cool", il Right Track di New York. Per farla breve, ho sempre seguito l'evoluzione della band e ho sempre saputo quel che stava facendo. E quando ascoltai il disco finito pensai che era davvero cambiato qualcosa, non solo nel linguaggio musicale ma nella sensibilità di quella gente che, come Jagger e i proprietari del CBGB's, desiderava far conoscere quella proposta e ne era stata coinvolta fin dall'inizio. Quell'album era quasi una documentazione storica di quel che succedeva in quel momento sulla scena newyorkese, oltre che un veicolo per amplificare la voce della gente di colore che suonava rock'n'roll".

Un atto rivoluzionario, per quattro ragazzi "black", suonare un genere considerato essenzialmente "bianco" come il metal. A Wimbish, però, categorie ed etichette non interessano. "Le appiccica chi vuole confondere le cose. Lo fa l'industria quando cerca di nascondere la realtà, mettendoti addosso un colore e creando delle barriere. Era un segno dei tempi, un'indicazione di come fosse allora la discografia soprattutto nel campo del rock and roll. Cercavano di dare una definizione a qualcosa che non si poteva esprimere a parole, di sezionare e decifrare qualcosa che non capivano. Tutto quel che facevano i Living Colour, allora, veniva amplificato da una lente di ingrandimento. La gente ascoltava la musica, mostrava di apprezzarla e poi - soprattutto in alcune regioni dell'America - provava quasi un senso di shock, di soggezione, quando si rendeva conto che a suonare erano quattro musicisti neri. Erano tempi difficili, quel che è successo è un po' come una lezione di storia".

Poi, nel 1995, dopo soli tre album la band decise di sciogliersi. Perché? "Vuoi la verità? E' successo quando abbiamo dovuto fare i conti con la realtà. Succede quando ti trovi in una situazione che continua a evolversi sotto gli occhi del pubblico. Emergono differenze di opinioni e si finisce per prendere decisioni che magari non sono nel miglior interesse del gruppo. C'è un momento in cui hai voglia di lanciare la palla, e un altro in cui vuoi lasciarla cadere. Raggiungi il successo e cerchi di conciliarlo con la tua vita familiare, di far quadrare le cose, e non è facile. Per circa cinque anni a nessuno venne in mente di rimettersi insieme. Vernon, che aveva creato la band, aveva sentito il bisogno di scioglierla. Intanto le cose andavano avanti, l'universo continuava a espandersi...Ognuno di noi aveva altri bagagli da portare. E dovevamo trovare il modo di pagare il nostro debito con gli altri membri della band, di mettere in pareggio il nostro bilancio interiore. Poi abbiamo ricominciato a pensarci, sentivamo di avere una responsabilità nei confronti dei fan e di chi continuava a chiederci perché non suonavamo più insieme. Siccome siamo amici, prima ancora che compagni di band, abbiamo cercato il modo di uscirne nel miglior modo possibile, una volta estinto quel debito. Imparando dalle esperienze passate si diventa persone migliori".

I Living Colour di oggi, dunque, sono diversi da quelli del passato? "Assolutamente sì, siamo molto migliori di quanto fossimo mai stati. Siamo più uniti di prima sotto il profilo musicale e spirituale, ognuno ha imparato a comprendere gli altri membri della band (Wimbish la chiama "organizzazione") e quel che possono dare. A stare nella sua corsia e a incrociarsi con gli altri senza intralciare il flusso. A rispettare e conoscere la personalità di ciascuno. Un po' di dramma fa bene alla musica, lo sappiamo. E ci sono un sacco di cose che abbiamo vissuto e condiviso che oggi possiamo mettere in comune con il pubblico. Il vibe, oggi, è molto positivo; l'idea di fondo - Dio solo sa se e quanto ci riusciremo - è di comunicare tra noi come un gruppo di amici guardando a nuovi orizzonti. Quando si è amici diventa più facile far fronte alle cose, anche quando tutto intorno collassa. Abbiamo passato tanto tempo senza suonare insieme ma quando lo facciamo è una sensazione pazzesca, un'esperienza quasi religiosa! Sono davvero grato di avere avuto questa opportunità"

. Intanto, spiega Wimbish, il quartetto è finalmente al lavoro su nuovo materiale. "Sì, stiamo lavorando a un nuovo disco  e nell'ultimo anno abbiamo iniziato a confrontarci sulla direzione da prendere. Desideriamo tornare in qualche modo alle nostre radici, al blues da cui eravamo partiti e che oggi è nel dna di molte delle cose che piacciono al pubblico rock. Qualcosa di questo atteggiamento lo mostreremo già durante il nuovo tour. L'anno scorso i Living Colour hanno partecipato a un tributo a Robert Johnson al celebre Apollo Theater... e se fai una ricerca su YouTube hai un'idea della direzione che sta prendendo la band, della nostra evoluzione musicale".





Addio al vecchio crossover, quindi? "Non sono più gli anni Ottanta e Novanta, anche se qualcuno è ancora in giro. Neanche oggi ci sono molti neri che suonano il rock and roll...Anzi, siamo rimasti praticamente soli, e dopo che abbiamo smantellato le barriere il vecchio muro di mattoni è stato ricostruito quasi per impedire ad altri di riprovarci. L'industria cerca sempre di confondere la realtà, di negare i fatti storici: da dove arriva la musica che piace alla gente, da dove prese ispirazione Elvis Presley...Ma in fin dei conti si tratta solo di commercio. Nello spirito di ognuno di noi, nella nostra mente, nel nostro corpo e nella nostra anima quelle cose non contano e non te ne preoccupi. E' facile rimanere intrappolati da un meccanismo del genere, ma non è il nostro caso. I Living Colour sono un gruppo che parla con il cuore".

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