Il j'accuse di Thom Yorke: 'I big informatici hanno tolto valore alla musica'

Il j'accuse di Thom Yorke: 'I big informatici hanno tolto valore alla musica'

Che i musicisti spesso non vedano di buon occhio i colossi informatici non è una novità per nessuno. L'ultima voce levatasi contro le multinazionali che spadroneggiano sul Web, tuttavia, non appartiene a nostalgici come Jack White o Prince, che la propria diffidenza verso i formati "liquidi" e le nuove tecnologie non si sono mai preoccupati di nasconderla, ma da Thom Yorke, leader dei Radiohead, band che con la Rete ha sempre avuto un rapporto ottimo.

In una lunga - e rara - intervista concessa al Guardian, il cantante, polistrumentista e autore di Oxford - per la verità - non ha condannato Internet in sè, ma la sua evoluzione, pesantamente condizionata (in termini tutt'altro che positivi) dalle grosse multinazionali che operano sulla piattaforma.

"Ai tempi di 'Kid A' eravamo totalmente assorbiti dalla Rete", ha spiegato Yorke: "Pensavamo davvero che fosse un modo eccezionale per comunicare e rimanere in contatto con i nostri fan. Così ci siamo affrettati a confrontarci con esperti per capire in che termini potessimo concepire i contenuti da distribuire. Loro hanno iniziato a mostrarci bozze di contratto di grandi compagnie che ci offrivano milioni di sterline per contratti di distribuzione su rete mobile e altro cose: in cambio avrebbero voluto solo dei 'contenuti'. Ci siamo chiesti: cosa intendevano, loro, per 'contenuti'? Avremmo dovuto riempire spazio e tempo con delle cose, delle emozioni, e loro sarebbero riusciti a venderle?".

Quindi il grande passo: l'epocale distribuzione di "In rainbows" sul Web utilizzando una sorta di honor system digitale, che permetteva agli ascoltatori di scaricare gratis e legalmente l'album dando la possibilità di far corrispondere, al download, una donazione libera. Una mossa che, nelle intenzioni dei Radiohead, doveva essere rivoluzionaria, capace di sovvertire le regole del musicbiz, e che invece non ha fatto altro che favorire i giganti informatici - mai citati esplicitamente per nome - il cui modello di business, a detta del cantante, prevede una svalutazione di musica, letteratura e arte in generale.

"Il loro obbiettivo è quello di commercializzare cose per tenere i prezzi delle loro azioni alti", ha osservato Yorke: "Così facendo, però, l'unico risultato che sono riusciti ad ottenere è stato quello di rendere senza valore musica, giornali, e ogni tipo di contenuto, solo per perseguire i loro guadagni miliardari. E' questo che vogliamo davvero? Credo ancora che il valore di certe cose debba rimanere indeterminato, per certi versi. Un discorso del genere, per me, non ha senso".

Che la soluzione sia un passo indietro tecnologico? Affatto. "Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad una disputa territoriale tra diritti e tecnologia", ha concluso Yorke: "Tutto ciò ha comportato la trasformazione - agli occhi di qualcuno - dei fan in 'pirati', e l'insicurezza, da parte degli artisti, su come venire pagati. E questo ha contribuito ad innalzare tra le parti un muro di diffidenza". L'ultimo consiglio è riservato all'industria musicale, britannica e non solo: la soluzione, più che concentrarsi solamente sui numeri e sulle vendite, è quella di "vivere, respirare e far evolvere le relazioni tra fan e artisti sul lungo periodo".

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