Pink Floyd, 40 anni di 'The dark side of the moon': lo speciale di Rockol

Pink Floyd, 40 anni di 'The dark side of the moon': lo speciale di Rockol


di Alfredo Marziano

In quanti lo posseggano è un mistero, ma di sicuro la platea è sterminata. "The dark side of the moon" non è solo un disco. E' un'icona pop, una suppellettile d'uso domestico, un pezzo di arredamento in milioni di salotti in tutto il mondo. E' il best seller dei Pink Floyd , l'ottavo album più venduto di sempre nel Regno Unito (oltre 4 milioni di copie, secondo i dati della Official Charts Company), premiato quindici volte negli Stati Uniti con il disco di platino (per un totale di 15 milioni di copie); ma secondo i calcoli di un appassionato francese, Guillaume Vieira, i numeri complessivi sono molto più imponenti, 42 milioni di pezzi in totale nel mondo, terzo posto assoluto dopo "Thriller" di Michael Jackson e la colonna sonora di "Grease". Un successo plebiscitario per uno dei dischi più longevi della storia, pubblicato il 1° marzo del 1973 e capace di stazionare nella classifica americana di Billboard per 741 settimane prima di riemergere in superficie in occasione di tutte le successive ristampe (non ultime le edizioni "Discovery" ed "Experience" del 2011) nelle charts mondiali, Italia compresa. Un ritratto di Dorian Gray rovesciato, che non invecchia mai, a dispetto delle smorfie degli snob e di certi floydiani della prima ora ("i veri Pink Floyd sono quelli di di Syd Barrett ". "Il disco migliore è 'Meddle' "). Oggi non suona più datato di un romanzo di Pynchon o di un classico hollywoodiano della stessa epoca ("Ultimo tango a Parigi" di Bertolucci, per dire). Anzi, meno: è il destino dei classici.

Una vecchia regola recita che un grande disco debba sempre poggiare su tre pilastri fondamentali: le canzoni, la qualità dell'interpretazione, il suono. L'aspetto più sottovalutato, quest'ultimo, almeno dai non addetti ai lavori, ma pensate a cosa sarebbero stati "Sgt. Pepper" e "Pet sounds", senza QUEL suono. Un suono che nel caso di "Dark side" è rimasto imprescindibile pietra di paragone per valutare la qualità degli impianti hi-fi e che negli anni Settanta "usciva" meravigliosamente persino da quei giradischi portatili a valigetta che l'alta fedeltà non la annusavano neppure da lontano. Potenza delle macchine analogiche allo stato dell'arte e merito di artigiani straordinari come Alan Parsons, che con il registratore a sedici piste da poco installato ad Abbey Road fece miracoli (solo per questo meriterebbe una medaglia al valore, o un "featuring" sulla copertina del disco).

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"Dark side" sembrava figlio del suo tempo, di un'Inghilterra attanagliata dalla recessione, dall'austerity e dall'escalation degli attacchi terroristici dell'IRA, lo specchio di una nazione e di una civiltà occidentale a cui i concetti base espressi nel disco - la follia, la sete di denaro, lo stress della vita moderna - risuonavano sinistramente familiari. Non basta questo, ovviamente, a spiegare la prolungata consonanza di quella musica con un pubblico transnazionale e intergenerazionale composto da gente che con la lingua e la cultura inglese ha poca o nessuna familiarità. Se la musica è un grande schermo in cui ognuno proietta le emozioni e i significati che desidera, allora "Dark side" è perfetto: il cut up rudimentale di suoni e rumori catturati dalla vita quotidiana (i ticchettii di orologio di "Time", i passi affrettati di "On the run", le monetine tintinnanti di "Money" le risate spiazzanti di "Brain damage", i frammenti parlati che attraversano il disco dall'inizio alla fine) trasmette ancora, quarant'anni dopo, un senso di qui e ora, di vita che scorre, di musica calata nella realtà e non ingabbiata dalle quattro mura di uno studio di registrazione. E la "space music" dei Pink Floyd - misteriosa quanto la copertina creata da Hipgnosis (l'immagine "clinica e fredda" del prisma, spiegò anni dopo Storm Thorgerson, rievocava gli spettacolari live show della band e rappresentava simbolicamente un altro dei temi portanti del disco, l'ambizione umana) creava e crea tuttora spazi di immaginazione sconfinata: i voli pindarici della voce di Clare Torry in "The great gig in the sky" (una riflessione sulla paura della morte) hanno fatto da tappeto sonoro a innumerevoli documentari naturalistici, a spettacolari acrobazie di paracadutisti, a esplosioni di vulcani (ma anche a filmetti porno, spogliarelli e spettacolini erotici nei quartieri a luci rosse di Amsterdam e di Amburgo).

Le canzoni di "Dark side", disse una volta il compianto di Richard Wright, erano "semplicemente le migliori che i Pink Floyd abbiano mai inciso". Mai, prima, così concise, melodiche, morbide, strutturate, fluttuanti ("Breathe", "Time", "Us and them"), calde ed evocative eppure di precisione quasi chirurgica nell'accorto dosaggio di sperimentalismo "underground" e comunicativa "pop". Col senno di poi si capirà che erano il frutto di un equilibrio instabile e destinato a infrangersi molto presto: proprio e solo in quel momento la visionarietà di Roger Waters e lo straordinario gusto musicale di di David Gilmour (con il contributo essenziale e spesso ingiustamente sottovalutato di Wright, e la presenza equilibratrice di di Nick Mason ) avrebbero trovato una sintesi così perfetta; dopo "Wish you were here", i meccanismi democratici della band si sarebbero definitivamente sgretolati e "The wall" sarebbe nato sotto il regime dittatoriale di Waters. Ma a dispetto di "Money", il primo singolo di successo dei Floyd nell'era Waters-Gilmour, quando si pensa a "Dark side" non si pensa alle singole canzoni ma al disco intero, un flusso ininterrotto di quarantatrè minuti "montato" senza soluzione di continuità tra un pezzo e l'altro. Un concetto demodé, all'epoca dell'iPod, dello streaming, dell'ascolto mordi e fuggi, e forse per questo ancora così affascinante. "Dark side" è, ancora oggi, un disco che per essere gustato fino in fondo esige attenzione, concentrazione, sospensione del tempo e dell'attività quotidiana. Una fuga verso un mondo parallelo, o in un'altra parte di sé. Un'esplorazione del proprio spazio interiore. L'ascolto di quest'album sollecita ancora la sensazione di un viaggio misterioso verso l'ignoto, un senso di avventura che trascende la banalità quotidiana. Sarà questo, probabilmente, a rendercelo ancora così caro e imprescindibile.

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