Major USA al contrattacco: 'Gli artisti guadagnano più di noi'

Prosegue la guerra sindacale tra artisti e case discografiche americane, sotto il sole di Los Angeles. All’udienza convocata ieri (24 settembre) dai senatori californiani Kevin Murray e Martha Escutia, desiderosi di far luce sulle pratiche contabili in uso nell’industria musicale e di scoperchiare il pentolone scottante delle royalty elargite (o sottratte) ai musicisti, si sono presentati in tanti. Nutrita soprattutto la delegazione degli artisti legati al sindacato RAC, che nell’occasione ha schierato una formazione trasversale “all star” comprendente Don Henley e Glenn Frey degli Eagles accanto a Tom Waits, il Backstreet Boy Kevin Richardson vicino alla moglie di Bing Crosby, Kathryn, la star del country Clint Black con il pirotecnico chitarrista Steve Vai, e tanti altri. Davanti alla commissione parlamentare che indaga sulla questione, i musicisti e i loro legali hanno ribadito le tesi di sempre: e cioè che gli artisti sono sottopagati dalle loro etichette, e che i calcoli contabili di queste ultime risultano sono spesso oscuri e incomprensibili. “Anzi”, ha rincarato il manager Simon Renshaw (della celebre agenzia The Firm), “capita spesso che le case discografiche cerchino deliberatamente di non rispettare i contratti”.
Immediata la risposta di Carey Sherman, presidente della RIAA (l’associazione dei discografici americani), che dati alla mano ha cercato di dimostrare il contrario: secondo uno studio commissionato dalla stessa organizzazione, nel decennio 1991-2001 le case discografiche hanno raccolto complessivamente profitti per 5 miliardi di dollari, pari al 9 % del fatturato industriale (59 miliardi di dollari), mentre nello stesso arco di tempo il reddito degli artisti sarebbe cresciuto globalmente a 10 miliardi di dollari, e cioè al 17 % del giro d’affari. “Royalty sottopagate? E’ pura mitologia”, ha concluso Sherman. “Gli artisti guadagnano molto più delle etichette”.
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