The Observer 2013: l'intervista ai Lactis Fever

The Observer 2013: l'intervista ai Lactis Fever

Due settimane fa, abbiamo presentato i Lactis Fever sulle pagine di The Observer. La settimana scorsa, invece, commentato il loro ultimo lavoro, il self titled “Lactis Fever” . Oggi abbiamo preso contatto con la band comasca per fare quattro chiacchiere e conoscerli così un po’ più da vicino, chiudendo così lo spazio a loro dedicato. Una conoscenza che parte dal principio, dalla fondazione del gruppo: “Io (Luca Tommasoni – Voce e Chitarra) e Giovanni (Morganti – Basso) ci siamo conosciuti nell'autunno 2004, quando entrambi eravamo studenti con molto tempo libero. Condividevamo una passione per la musica e ascolti simili. Abbiamo iniziato a voler comporre dei brani nostri, e con l'ingresso nella band di Robertino (Tagliabue – batteria) è nata la band vera e propria; prima come power trio, poi in quattro con Francesco Mariani, col quale abbiamo suonato per più di tre anni e pubblicato un paio di EP. Poi di nuovo in tre... per il primo album. Infine da più di un anno è entrato stabilmente a far parte del gruppo Riccardo Borghi (Chitarra)”.

Nata la band poi, si è passati inevitabilmente alla scelta del nome, Lactis Fever… “Poco dopo esserci trovati e aver composto i primi brani avevamo una malsana voglia di suonare dal vivo, prima che di capire che cosa suonare...e come suonarlo”, racconta Luca a Rockol. “Con il primo concertino organizzato da amici venne pure l’esigenza di presentarci con un nome. Andando in direzione del locale ci passò davanti un camion della Lactis. Bianchissimo. E qualcuno di noi aveva la febbre.
Associazione d’idee per menti bipolari”. Lactis Fever, a distanza di otto anni, è diventato poi anche il titolo dell’album. Una scelta significativa… “In realtà, più che aver deciso di chiamare l’album “Lactis Fever”, non abbiamo deciso un titolo da attribuirgli” confessa Luca. “…insomma: una comoda non-scelta”. Non si può dire lo stesso invece della direzione ben precisa presa con questo nuovo lavoro, un disco indie rock dalle chiare influenze pop, cantato interamente in inglese, una scelta questa che stimola facilmente una serie di paragoni con band internazionali come i Killers, Kooks, Glasvegas; dei veri e propri punti di riferimento per il combo comasco: “Pop è l’attitudine generale dei pezzi, Indie Rock è il modo d’arrangiarli che ci risulta più naturale” specifica Luca. “Data la vastità e la velocità di fruizione che caratterizzano il panorama musicale odierno, parlare di punti di riferimento è davvero difficile, anche se i gruppi citati sono validi candidati ad esserlo: qualche seria riflessione sulle melodie dei Killers, sulla leggerezza dei Kooks e sulla semplicità dei Glasvegas in effetti ce la siamo fatta! Si sente?!”.



Il disco è stato prodotto da Matteo Cantaluppi, uno che negli ultimi anni ha messo mano a una buona quantità di album di alcune delle realtà emergenti più interessanti e che via via si stanno imponendo sempre di più. Vedi Edipo e The R's… “Partiamo dal presupposto che abbiamo per molto tempo fatto l'errore, peraltro comune, di essere molto gelosi dei nostri brani” ammette Luca. “Forse perché, salvo un'iniziale collaborazione con Guido Style per i primi due EP, abbiamo sempre incontrato difficoltà a trovare persone giuste cui affidare la produzione e conseguentemente ci siamo gestiti da soli. Un errore molto grave. Specialmente quando in una band non esiste una vera e propria “leadership”. Matteo l'ho conosciuto io prima come docente di tecnologia audio e produzione alle Civiche di Milano. Ho capito subito che era la persona giusta a cui far ascoltare il materiale dei Lactis, ma per timore ho aspettato più di un anno per comunicarglielo. In realtà poi si è rivelato entusiasta e devo dire che il lavoro con lui in studio è stato assolutamente fondamentale. Ha capito subito la nostra intenzione “pop”, diciamo così “easy listening”. Ci ha aiutato a trovare un fuoco, sui brani, sugli arrangiamenti, e sui suoni. A ritagliare, a scremare per bene”.

Una scrematura ben evidente: "Lactis Fever" conta nove pezzi e dura poco più di mezzora… “Rispetto all’album precedente, “The season we met”, abbiamo volutamente cercato di semplificare al massimo i pezzi. Abbiamo cercato di valorizzare la melodia della voce e asservire ad essa il resto. In effetti può sembrare tutto un po’ troppo sbrigativo, in realtà la scelta è dettata dall’urgenza di condividere qualcosa con ascoltatori sempre più di fretta”. La prova del nove rimane sempre e comunque il palco: “Purtroppo o per fortuna sul palco siamo abbastanza genuini; ci manca un po’ di “maniera”, un po’ di capacità di far buon viso a cattivo gioco: se il pubblico è preso bene anche noi lo siamo, se il pubblico è poco numeroso o poco interessato ci manca la convinzione e la determinazione di far comunque un live al massimo”.

Convinzione e determinazione che però non mancheranno nel programmare il futuro prossimo della band: “L'esigenza principale ora è quella di suonare dal vivo. Abbiamo qualche data da fare, si possono trovare tutte sulla nostra pagina facebook. Siamo contentissimi di andare a suonare a Roma per la prima volta, al Circolo degli Artisti, il 16 marzo. E nel frattempo siamo al lavoro su brani nuovi per un nuovo disco”.

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