Il nuovo Steven Wilson: 'Storie di spettri, come in un vecchio libro polveroso'

Il nuovo Steven Wilson: 'Storie di spettri, come in un vecchio libro polveroso'

Steven Wilson non va mai in vacanza. Neanche a Natale e a Capodanno ("Sì, ho lavorato anche in quei giorni", annuisce con un mezzo sorriso). Cosicché si fa fatica a stargli dietro: dopo il dvd/Blu-ray che documenta il suo precedente tour solista ("Get all you deserve"), uscito a settembre, e l'ultimo doppio cd live dei Porcupine Tree, "Octane twisted", in circolazione da novembre, il 25 febbraio arriva nei negozi un altro disco a suo nome, "The raven that refused to sing (and other stories)". Un titolo suggestivo, che fa pensare a una raccolta di canzoni folk. O a un libro di racconti. "L'idea era proprio quella di realizzare un album in cui ogni canzone fosse come un racconto breve", conferma il musicista inglese di passaggio in Italia, gentile, pallido e nerovestito come sempre. "Sono tutte storie di spettri o comunque di ispirazione soprannaturale: in quel momento ero immerso nella lettura di autori di inizio Ventesimo secolo come M.R. James e Arthur Machen, ma anche nei libri di Edgar Allan Poe. Sono molto più attratto dalle ghost stories classiche che dall'horror moderno, storie nella più pura tradizione gotica che parlano di persone e di rapporti umani ma in cui è sempre immanente il timore che qualcosa stia per accadere. I classici di quel filone letterario mi piacciono perché parlano di sentimenti reali: di senso di perdita, di mortalità. Raccontano di persone che sono trapassate nell'aldilà, ma che per qualche motivo sentono di dover ritornare in questo mondo. C'è, dentro, un'idea implicita di rimpianto, di un'opera lasciata a metà. Cercavo qualcosa che potesse conferire all'album un concept unitario perché amo fare dischi in cui si sviluppa un senso di continuità tra le canzoni, ma quando ho cominciato a scrivere le musiche non avevo in mente niente. Il primo e il secondo pezzo che ho scritto, 'Luminol' e 'The watchmaker', erano nati come strumentali: eppure anche senza un testo sembravano suggerirmi lo svolgersi di una storia. Per questo ho voluto che la special edition avesse la forma di un libro: all'illustratore ho chiesto di immaginare di entrare in un vecchio negozio di libri usati, di dirigersi proprio verso l'angolo più remoto della libreria e di trovare un libro vecchio di cent'anni coperto di polvere e ragnatele. E' così che volevo che sembrasse il mio disco".

La copertina ha un che di crimsoniano, anche. Sarà la suggestione dell'apprendere che, grazie all'amicizia con Robert Fripp, Wilson ha potuto mettere le mani sul leggendario mellotron versione "Mark 2" utilizzato ai tempi di "In the court of the crimson king". "E' stato difficile rimetterlo in funzione, ma ha ancora un suono fantastico. C'è il registro degli archi e quello dei flauti, ma non quello dei cori: per quelli ho dovuto usare i sample di strumenti più moderni". Anche se in "The raven..." in realtà sono preponderanti i cori veri, le voci umane.. "Da tempo amo le armonizzazioni vocali e ne faccio uso. Il tutto ha origine dal fatto che non mi sono mai sentito abbastanza sicuro della mia voce. Non ho mai desiderato essere un cantante e quando mi sono trovato nella situazione di doverlo diventare ho dovuto ricorrere a diverse tecniche per compensare le mie mancanze: una di queste consiste nel ricorrere al canto corale, alle armonizzazioni e alle stratificazioni vocali. Con gli anni penso di avere imparato ad usarle sempre meglio, in questo disco ci sono alcuni passaggi di cui sono molto orgoglioso".

"Grace for drowning", aveva spiegato Steven in una precedente intervista con Rockol, era il suo primo, vero disco prog... "E questo è il secondo! Mi riferivo, allora, al progressive 'vecchia scuola', anche se so bene che molti ritengono che in qualche modo tutti i miei album rientrino nel solco di quella tradizione. 'Grace for drowning', tuttavia, è stato il mio primo tentativo deliberato di fare riferimento a un'epoca specifica della musica progressiva, quella in cui il jazz entrava a far parte del quadro. E 'The raven...' è la continuazione di quel percorso". Wilson lo ha registrato con la band che lo accompagnerà prossimamente anche in tour, in Italia il 28 marzo al Teatro della Luna di Assago: ("I prossimi concerti? Saranno un'evoluzione dello show precedente, con gli schermi e il suono quadrifonico. Il regista Lasse Hoile ha realizzato nuovi video, tra cui un filmato d'animazione per la title track").





E' dunque un album solista o di gruppo? "Entrambe le cose. Tutti i grandi artisti solisti, da Frank Zappa a Peter Gabriel, nel corso degli anni hanno avuto al loro fianco band abbastanza stabili con cui hanno registrato diversi dischi e fatto diversi tour. La miglior combinazione possibile, per me, è quella in cui c'è qualcuno che assume il controllo delle operazioni, un direttore musicale affiancato da un gruppo di musicisti che suonando insieme ogni sera sviluppano tra loro una certa chimica e una robusta dose di elettricità. La differenza principale tra 'Grace for drowning' e questo nuovo album sta tutta qui: quel disco venne realizzato senza una band, portando i musicisti in studio uno alla volta; questo invece è nato da un gruppo di persone che sono state in tournée insieme e che hanno sviluppato una comprensione reciproca, una intima connessione. Credo che si percepisca un superiore senso di coesione, un'eccitazione maggiore, un'intenzione più forte. Ma comunque 'The raven...' resta un mio disco: sono io che ho ingaggiato i musicisti e che li ho messi insieme, sono io a dare le direttive. Non devo preoccuparmi, se a qualcuno non piace la direzione che prendono le cose. Non è come nei Porcupine Tree: lì, come in ogni altro gruppo, se non c'è consenso sulle scelte si accantona tutto. A qualcuno dei miei compagni di band non piace il jazz. E quindi il jazz, nei Porcupine Tree, non ha diritto di cittadinanza. In ogni gruppo ci sono discussioni, politica, diplomazia. Ma in questo caso nessuno si fa un problema di suonare un genere musicale che non corrisponde ai suoi gusti: è pagato per questo".

Quel che è certo è che si tratta di una band di straordinario virtuosismo. "E' grazie alla loro abilità strumentale che ho potuto scrivere musiche di livello superiore rispetto a quanto fatto in passato. Non intendo cose scioccamente complicate, perché credo si tratti comunque di musica piuttosto accessibile e facile da comprendere... ma sicuramente stavolta mi sono spinto oltre i miei limiti consueti. Ho scritto passaggi strumentali che personalmente non sarei in grado di eseguire, che sentivo risuonare nella mia testa ma che non sarei capace di suonare. E' bello avere a disposizione musicisti che sono in grado di farlo: anche questa è stata una novità, per me. Il nuovo chitarrista solista, Guthrie Govan, è straordinario. Può suonare cose che vanno molto al di là della mia immaginazione. L'ho conosciuto tramite Marco Minnemann, il nostro batterista, che suona con lui in un gruppo chiamato Aristocrats. Sono andato a vederli suonare e ho capito immediatamente che avrebbe potuto farmi fare un salto di qualità. E' uno di quei musicisti che, presa confidenza con il tuo materiale, sanno portarlo a un livello superiore. Esattamente ciò che desideravo". Non succede, con i Porcupine Tree? "I Porcupine Tre sono ottimi musicisti ma di una specie differente: Richard Barbieri, per esempio, è una specie di architetto dei suoni, non è il tipo che si lancia in un'improvvisazione facendosi prendere dall'eccitazione del momento".

In "The raven..." Wilson e il suo gruppo - Minnemann, Govan, il tastierista Adam Holzman, il bassista Nick Beggs e il flautista/sassofonista Theo Travis - si scatenano nelle citazioni, King Crimson e Yes, Genesis, Emerson, Laken & Palmer e Mahavishnu Orchestra. Non sarà un caso, dopo che Steven è diventato il "maestro del suono surround" e il remixer ufficiale dei classici del prog (dopo avere completato altri quattro lavori di "restauro" su dischi anni Settanta e Ottanta, confessa, è stato incaricato di remixare una porzione del back catalog di un gruppo molto importante: che siano proprio gli Yes?). "Lavorare sui vecchi dischi dei King Crimson aveva molto influenzato 'Grace for drowning'", ricorda Steven. "L'influsso crimsoniano è minore in questo disco, perché nel frattempo avevo cominciato a lavorare sui dischi di EL&P e Jethro Tull e tutto questo filtra inconsciamente in quel che fai. Se per un mese lavori tutto il giorno su un disco dei Jethro Tull come mi è capitato di fare, la testa è piena di quella musica anche quando cominci a scrivere cose tue. Anche inconsciamente, anche se non lo vuoi. Ascoltando il mio nuovo disco, capisci quale musica stessi ascoltando in quel momento".

E infatti niente elettronica. Niente metal e nessun inserto di industrial music, stavolta. Il suono è più caldo e più naturale. "E' un disco registrato dal vivo in studio da una band. E' una rappresentazione piuttosto fedele di come il gruppo suona in concerto. 'Grace for danger' era diverso, allora i brani li avevo creati in totale isolamento senza pensare a chi poi li avrebbe suonati. Stavolta, a Los Angeles, in una settimana abbiamo registrato sette pezzi, uno dei quali non è poi finito sull'album. Ci trovavamo ogni mattina in studio, provavamo un pezzo un paio di volte e poi cominciavamo a registrare: quattro o cinque takes, e con una band come questa era difficile sceglierne una perché erano tutte buone. Si trattava solo di scegliere la più stupefacente di tutte...Su ognuna delle versioni selezionate ho fatto qualche sovraincisione vocale. Un po' di postproduzione, un po' di editing, nient'altro. E' il modo in cui si facevano i dischi negli anni Settanta e non lo avevo mai fatto prima: avevo sempre registrato in modo frammentario. Ho imparato questo metodo lavorando con gente come Robert Fripp e Ian Anderson. Riascoltando i classici dei King Crimson e dei Jethro Tull mi sono reso conto che era così che lavoravano allora: entravano in studio, preparavano tutta la strumentazione in una sola, piccola stanza e si mettevano a suonare dal vivo tutti insieme. Sembra una cosa ovvia, ma non mi ero mai reso conto di quanto questo procedimento influisca sul livello di eccitazione e di elettricità che si percepisce in quei dischi. Pensa a batteristi come Bill Bruford o Billy Cobham, a come acceleravano continuamente il ritmo...magari non lo facevano deliberatamente, ma è proprio quella una delle cose che rendono così eccitante quella musica. Mi si è accesa una lampadina in testa, mi hanno insegnato a entrare 'dentro' la musica".

Per riprodurre quel tipo di suono Wilson ha pensato bene di ricorrere ai massimi esperti in circolazione:  Dave Stewart (un canterburiano doc ai tempi di Hatfield And The North, "un amico di lunga data che si è occupato principalmente degli arrangiamenti d'archi") e nientemeno che   Alan Parsons, maestro delle tecniche di incisione. "Quando ho deciso di fare il disco in questa maniera e di assumere il ruolo di direttore musicale ho voluto tenermi alla larga dagli aspetti tecnici della registrazione. Volevo qualcuno che sapesse davvero come registrare un album in quel modo, uno specialista in un genere d'arte che si sta perdendo perché oggi molti tecnici del suono imparano a registrare musica usando i computer e la tecnologia digitale, come del resto ho fatto anch'io. Volevo qualcuno che sapesse usare le vecchie tecniche microfoniche, le vecchie macchine analogiche, i vecchi banchi mixer. Alan, ovviamente, era in cima alla lista: è l'uomo di 'The dark side of the moon' dei Pink Floyd, per molti il disco che 'suona meglio' degli anni Settanta e forse di tutta la storia del rock. Fortunatamente sapeva chi fossi e apprezzava il mio lavoro. Così ho potuto chiedergli di collaborare e ha fatto un lavoro straordinario. Anche gli EastWest Studios di Los Angeles in cui abbiamo registrato hanno una storia alle spalle: lì Brian Wilson ha registrato 'Pet sounds' e 'Smile', lì Frank Sinatra ha inciso cose fantastiche con Nelson Riddle negli anni '50 e '60. Nello studio ci sono apparecchiature vintage straordinarie, il proprietario è un mio fan e mi ha fatto un'offerta vantaggiosa che non ho potuto rifiutare...e poi mi piaceva l'idea di andarmene via con tutta la band e concentrarmi solo sul disco per un paio di settimane. Senza distrazioni, niente impegni casalinghi o l'obbligo di portare a spasso il cane. Anche questa per me è stata una novità".

Ma non si sente un uomo rivolto al passato, Wilson. Orgoglioso, piuttosto, di essere diventato un ponte tra diverse generazioni di prog rockers. "Mi trovo effettivamente in una posizione unica: lavoro con Robert Fripp, Ian Anderson e Steve Hackett ma anche con musicisti rock e progressive contemporanei, sui classici e su nuova musica. E del prog ho una concezione allargata: a parte gli Opeth, che considero i migliori, e i Marillion, di cui ho molto apprezzato l'ultimo disco, trovo straordinario e molto 'progressivo' l'ultimo album degli Swans, 'The seer'. La title track dura trentadue minuti, è epica e monolitica: tutte cose che normalmente si associano con il miglior progressive, ma al tempo stesso è molto moderna, molto contemporanea".

E i Porcupine Tree? "Esistono ancora, ovviamente. Non ci siamo sciolti ma per il momento è tutto fermo. Sono molto concentrato su questo nuovo progetto che mi diverte molto. E sinceramente non ho ancora pensato a cosa farò dopo". (am)

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