The Observer 2013: l'intervista al Collettivo Ginsberg

The Observer 2013: l'intervista al Collettivo Ginsberg

Dopo aver presentato il Collettivo Ginsberg sulle pagine di The Observer, e commentato il loro ultimo lavoro, l’ottimo Ep “De La Crudel” , abbiamo preso contatto con i cinque ragazzi romagnoli - Cristian Fanti (voce), Federico Visi (chitarre elettriche, Moog), Alberto Bazzoli (pianoforte, organo, Fender Rhodes), Gabriele Laghi (contrabbasso) ed Eugenioprimo Saragoni (batteria, percussioni) - per fare quattro chiacchiere e conoscerli così un po’ più da vicino. Conoscere quindi una band nata nel 2005 che però preferisce definirsi Collettivo: “In una pariglia di buoi ce n’è sempre uno che tira più dell’altro”, ci racconta Cristian, “che sia devozione o testardaggine poco conta, poiché senza l’aiuto dell’altro non andrebbe da nessuna parte. Questo accade anche nel CG. Non c’è una regola ben definita su come nascono le canzoni del CG – perché noi facciamo ‘canzoni’, sia ben inteso, che cercano altre vie, altri modi, nuovi orizzonti. A volte nascono prima le parole, altre prima la musica, altre volte in contemporanea. Porto in sala prove testi work in progress (su basi più o meno primitive che vengono smontate e rimontate) che vengono analizzati dagli altri soprattutto con domande tipo ‘cosa intendi dire o esprimere?’ o ‘Qual è l’elemento chiave?’. Quindi si apre un ragionamento che di solito porta ad una ri-costruzione a posteriori di quello che può essere il significato del testo. L’elemento cut-up/collage ricopre un ruolo fondamentale sia nella stesura dei testi che delle musiche, diciamo proprio che lo si può considerare la nostra cifra stilistica. Portiamo all’interno del progetto diverse influenze, ascolti, gusti. Non ci indentifichiamo come un gruppo di genere che replica le scelte estetiche dei propri idoli. Cerchiamo sempre di fare un passo avanti, sempre”.

Passi avanti che hanno condotto il Collettivo ad essere chi è oggi, artisticamente parlando: “La vita e i suoi bivi hanno fatto si che il CG sia, ad oggi, composto da me (Cristian), Federico, Alberto, Eugenioprimo e Gabriele. Nel 2011 ci si è trovati davanti all’inevitabile scelta o si cambia o si muore: è stato difficile separarsi da persone con le quali si era cresciuti nell’arco degli ultimi otto anni, ma per il bene del progetto mi sono assunto tutte le responsabilità di un cambio di formazione e contemporaneamente di repertorio. Sicuramente l’aspetto letterario ricopre un ruolo decisivo nel progetto. Ad ogni modo la scelta del nome Collettivo non vuole essere pretenziosa, semplicemente non intendevamo il gruppo come l’espressione questo o quello, né ci si credeva cantautori: sognavamo un’orchestra e ‘Collettivo’ ci sembrava un termine più che appropriato. Per quanto riguarda il nome Ginsberg, posso dire che è un nome come un altro. Avrebbe potuto essere Kerouac, Miller, Ungaretti, Guerra, ma non lo è! Confesso che Ginsberg non è il mio autore preferito”, ammette Cristian a Rockol “né in assoluto né per quanto riguarda la beat generation, nonostante questo adoro l’Umanità nella sua opera ed era uno dei miei autori di riferimento all’epoca (2004). Miles Davis nella sua biografia dice che ci sono due modi di intendere la musica (o Arte in generale): Enlightenment ed Entertainment. Noi abbiamo scelto il primo. Poi se la chiameranno Arte, non sta certo a noi definirlo!”. E’ toccato infatti a noi, recensendo il nuovo Ep “De la crudel”, cercare di definire la musica del Collettivo Ginsberg. Un Ep che, se inserito nel contesto Arte/Avanguardia cui si faceva riferimento poco fa, può essere considerato quasi una sorta di manifesto: “Definire De la Crudel un manifesto non è certo il massimo della modestia! Nessun manifesto, semplicemente abbiamo cercato di inserire dei brani che potessero essere uno spettro abbastanza variegato di quello che abbiamo in repertorio: italiano, inglese, dialetto, ballad, acide sfuriate, groove, testi mantrici, altri intimi oppure estremamente cinici. Ad un ascolto superficiale potrebbe sembrare discontinuo e inconcludente, di certo non si pretendeva di riuscire a dire tutto in un quarto d’ora di musica, ma c’è molto di più di quello che appare in superficie, e l’album ne sarà la prova.”



L'idea del collage come copertina in questo senso rappresenta felicemente quello che all'interno dell'Ep uno poi andrà a sentire, un collage d’idee, suoni e chi più ne ha più ne metta. Il Collettivo l’ha ribattezzata No Wave Voodoo Blues… “Il collage di Tim Roeloffs in copertina esprime visivamente – tramite l’opera di un Maestro del campo – quello che è la musica del CG. Tim è stato molto entusiasta di collaborare” prosegue Cristian, “e penso che sia un collage assolutamente perfetto che si sposa tremendamente bene col titolo dell’Ep. Quella torre di Babele rappresentata in copertina, sovrastata da un dio supremo (e crudele) che tutto ha creato, è un po’ quello che noi intendiamo quando parliamo di discarica della memoria; inoltre i due simpatici ominidi ai piedi di essa sembrano dirsi “Cara vieni, facciamoci un giro, ti mostrerò un luogo tanto sconosciuto quanto speciale”. Insomma, la cover perfetta per quello che volevamo comunicare! Col termine No Wave Voodoo Blues si dovrebbe intendere che le radici sono profonde e ramificate, variopinte, che quello che cerchiamo di fare è musica di confine e allo stesso tempo senza confine; cerchiamo di attingere da ogni fonte possibile, dalla ‘discarica della memoria’, sia sotto l’aspetto letterario che musicale; l’aspirazione è di poter fare ‘avanguardia e tradizione’ al tempo stesso”.

E se l’aspirazione tende all’avanguardia, le ispirazioni prendono spunto da nomi che saltano fuori spesso e volentieri nelle recensioni di "De la crudel", (nostra compresa), vedi Brian Eno, Tom Waits e Nick Cave: “Cerchiamo di fare meno nomi o riferimenti possibili quando ci vengono poste domande del genere” precisa Cristian a Rockol, “perché si rischia sempre di creare una pietra di paragone che andrebbe ad influenzare l'ascolto, creando delle aspettative che verranno necessariamente in parte disattese. Il fatto è che all'interno gruppo ci sono influenze molto differenti, alcune delle quali apparentemente inconciliabili tra di loro. In ogni caso ritengo naturale e plausibile cercare dei nomi di riferimento. Spesso i nomi che compaiono sono quelli di artisti che hanno preso il blues e l’hanno rinnovato in maniera radicale, e questo è qualcosa che ha molto a che fare con la musica del Collettivo Ginsberg. Troviamo molto interessante il fatto che spesso veniamo accostati a nomi diversi da persone diverse, ad esempio Brian Eno non viene menzionato spesso ma ci fa piacere leggere il suo nome perché alcuni di noi lo hanno ascoltato molto. Gli accostamenti di genere ci sorprendono altrettanto, ad esempio ‘Mars’ Sailors’ è stato più volte definito un brano industrial e questo non ce lo aspettavamo proprio. Non abbiamo l'illusione di essere totalmente rivoluzionari nel nostro modo di fare musica o che il nostro suono sia privo di chiare influenze, proprio per questo siamo ben felici di lasciare trovare questi nomi di riferimento a chi ci ascolta e scrive di noi”.



Chi scrive peraltro, è dell’idea che al giorno d'oggi, visto il momento storico, l'unico modo valido di fare musica sia quello di fare musica "estrema", senza compromessi, al limite. Che si parli di pop, rock, folk o classica non fa differenza: “Qui si sfonda una porta aperta! Assolutamente d’accordo, anche se – dal mio modestissimo punto di vista - alcuni esagerano nell’interpretazione del significato di estremo. Voglio dire, non è che per fare musica estrema uno debba per forza fare musica inascoltabile! Il mio metro di giudizio è ancora – sarò, come dire, analogico! – l’emozione: direi che oggi c’è estremo bisogno di musica che emozioni, che parli alla gente e sfiori le corde dell’anima, qualsiasi esse siano purché le sfiori. Cito con piacere un musicista libanese, Marc Codsi - che Federico ha conosciuto per un progetto di scambio sempre in ambito musicale, che dice “We are a pretty extreme society, so whatever we do or express is done to the extreme”. Ecco, gli estremismi che si stanno diffondendo in Italia sono molto diversi da quelli che hanno afflitto Beirut, ma il principio rimane valido. Serve musica che sia Cultura, non prosciutto per farcire le orecchie”.

Musica e cultura fanno rima con concerti, dischi, eventi. Tutte cose che il Collettivo Ginsberg ha in programma, ovviamente a modo loro: “Se saliamo sul palco è perché abbiamo qualcosa da dire; perché ci entusiasma e ci realizza, almeno dal punto di vista umano – perché di soldi manco l’ombra! Tanta onestà, nient’altro. No fiction. No entertainment. The future is unwritten, but … posso dire che brani all’interno dell’Ep sono una parte del lavoro di produzione fatto con Marco Bertoni, abbiamo altre cartucce e non sono di certo munizioni a salve! L’album full lenght uscirà presto e si chiamerà ‘Asa Nisi Masa’” anticipa Cristian a Rockol, “non penso si possa definire un concept, ma il minimo comune denominatore è sicuramente l’Uomo, l’Anima dell’uomo e le sue contraddizioni. Progetti? Esportare la musica italiana”.

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