The Observer 2013: l'intervista a Matteo Toni

The Observer 2013: l'intervista a Matteo Toni

La stagione 2013 di The Observer si è ufficialmente aperta un paio di settimane fa prima con Matteo Toni, poi con il Collettivo Ginsberg. Di questi ultimi è disponibile da oggi la recensione del loro Ep “De la crudel”, un lavoro che unisce musica e avanguardia in maniera sorprendentemente originale e che vi invitiamo a scoprire. Matteo Toni invece è un cantautore che abbiamo avuto modo di conoscere meglio attraverso la copertina della nostra rubrica dedicata agli emergenti e grazie alla recensione (uscita la settimana scorsa) del suo nuovo lavoro, “Santa pace”.

Per chiudere in bellezza la finestra che The Observer gli ha dedicato, abbiamo preso contatto con Matteo per fare due parole e osservare ancora più da vicino questo artista la cui musica pare essere stata fortemente influenzata in primis da uno storico viaggio in Australia: “Si tratta ormai di alcuni anni fa” racconta Matteo a Rockol, “ma quello per me ha rappresentato, almeno fino ad oggi, ‘il viaggio’. Fu un momento particolare della mia vita, di passaggio tra due epoche, l'Università e quello che sarebbe stato dopo. Fu un momento pieno di speranze e di sogni sul futuro. Un viaggio itinerante in lungo e in largo attraverso una terra incredibile, un tuffo nel sole, nella luminosità, nella grandiosità' della Natura, in compagnia di me stesso e poco altro. Anche se probabilmente sarebbe potuto essere qualsiasi altro posto, il fascino di quei luoghi esotici e lontani ha reso quell'istante ancora più simbolico. Durante quell'avventura fisica e riflessiva la musica era costantemente nei miei pensieri. A quel punto della mia vita ho "sentito", ho preso coraggio sul fatto che anche da solo (senza necessariamente il supporto di una band o di altri musicisti) avrei potuto esprimermi, riunendo semplicemente insieme due ere musicali differenti che avevo vissuto: quella di chitarrista prima e quella di cantante poi”. Una vita musicale quella di Matteo, che quindi può essere vista davvero come un viaggio, per una volta non solo metaforicamente parlando: “Per me viaggiare conta parecchio, non importa dove e per quanto tempo, viaggiare è uscire anche solo per un secondo dalla routine che ci possiede. Aiuta ad osservare, analizzare e sentire dal di fuori, adoro questa sensazione. Scrivere per me significa viaggiare”.



Un viaggio sufficientemente lungo da generare infine un disco vero e proprio, “Santa pace”, l’esordio sulla lunga distanza del cantautore modenese: “Considero ‘Santa pace’ come una sorta di conclusione di un ciclo di canzoni iniziate con ‘Qualcosa nel mio piccolo’, l'EP precedente. ‘Santa pace' è il titolo della terza traccia che ha dato il nome all'album; un'espressione enorme” prosegue Matteo, “che si riferisce all'utopistica ricerca di una tranquillità ritagliata nel quotidiano, ma anche ai confini della vita umana terrena che si spegne con l'avvento di una pace eterna. Lì in mezzo c'è un mare dove trovano spazio le canzoni presenti nel lavoro. Un lavoro durato parecchi mesi, mesi pieni di piccoli grandi problemi tanto divertiti nell'accavallarsi e nel vantarsi di mostrare, a me, Giulio e Cooper, sempre più lontana la luce della masterizzazione finale del disco. Anche quella parola, fine, quando è arrivata, ci è sembrata, ironia della sorte, come una Santa pace. Sia ben chiaro, rifarei tutto nello stesso identico modo”. Giulio Martinelli e Antonio “Cooper” Cupertino, rispettivamente batterista e produttore di “Santa pace”: “Con Giulio si è lavorato a lungo sull'arrangiamento dei brani, sull'equilibrio dei "tre strumenti" (chitarra, batteria e voce), nelle fasi di preproduzione, un lavoro assolutamente in itinere. Cooper conosceva la nostra indole e complice la condivisione di gusti musicali, l'ha ‘semplicemente’ valorizzata, esaltando non solo i suoni, ma strappando anche le migliori performance che potevamo fare, nei giorni a disposizione per le registrazioni in diretta di batteria e chitarra”. Il risultato è un disco in cui blues, reggae e pop convivono felicemente riuscendo però a non intaccare un sound in grado di mantenersi costantemente semplice e diretto: “Questo mix è fondamentalmente radicato dentro di me, è la musica che ho sempre amato” ammette Matteo, “ma è anche il risultato di una continua ricerca personale sia sullo strumento (chitarra, ma anche batteria), sia nel modo di esprimerlo nelle parole e nel suono. Un modo radicale e senza particolari ricami”.

Un modo di essere che poi viene ripreso anche nei testi e nei temi delle canzoni stesse, vedi "Il canto di Valentina e "I Provinciali di nuoto", due pezzi che nella recensione del disco abbiamo definito "due grandi canzoni d'amore”, per quanto sui generis: “Credo che poi alla fin fine l'amore, celato dietro mille forme, sia dentro tutta la musica, come dentro tutta l'arte. Risulta quindi a mio avviso ridondante parlare di ‘canzone d'amore’, perché in qualche modo lo sono tutte. Al di là della meraviglia che è la sensazione istintiva che può suscitare una musica, un'altra parte interessante è capire quale forma abbia assunto, nello specifico, l'amore”. Quali forme invece assumerà il futuro prossimo di Matteo Toni è lui stesso in chiusura a confidarcelo: “Voglio continuare il mio percorso, e così su due piedi, ora direi possibilmente insieme ai miei attuali compagni di viaggio, Giulio e Cooper. Stiamo cominciando a farci un'idea di quello che sarà il prossimo lavoro e sicuramente ci saranno elementi di novità. Live? Tanti, e magari ancora e ancora sempre di più. Dall'uscita del disco stiamo suonando abbastanza ma abbastanza non lo è mai. Nel frattempo saremo la prima di febbraio a far quattro date al centro-sud, il 14 febbraio a Bologna e poi... Ancora...”

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