Local Natives: 'Aaron Dessner (National) è il nostro fratello maggiore'

Local Natives: 'Aaron Dessner (National) è il nostro fratello maggiore'

E' tenuto a battesimo da un padrino importante, il difficile secondo album dei Local Natives, californiani di Silver Lake (zona collinare di Los Angeles) che col primo disco autofinanziato e autoprodotto hanno venduto più di centomila copie nei soli Stati Uniti conquistando notevoli consensi anche nel Regno Unito. "Hummingbird", uscito ieri in Europa su etichetta Pias, reca infatti la firma (come produttore) di Aaron Dessner dei National, una delle figure più rispettate dell'indie rock statunitense. E svela tutte le carte della band. "Rispetto a 'Gorilla manor' le cose sono cambiate, sì, ma fino a un certo punto", racconta il chitarrista e bassista del quartetto Taylor Rice. "Il grosso del lavoro lo abbiamo fatto nella nostra sala prove di Silver Lake, un vecchio capanno abbandonato in cui crescevano centinaia di rampicanti e che conserva un'atmosfera strana. Ma è vero che lavorare con Aaron, registrare a Montreal e poi a New York, è stato importante: volevamo spingerci oltre la nostra comfort zone , abbandonare l'ambiente che ci dava sicurezza. Non volevamo farci limitare da ciò che conoscevamo già".

L'idea di affidare a Dessner la cabina di regia è nata on the road: "Quando siamo andati in tour con i National avevamo già scritto gran parte del disco e avevamo già in mente di lavorare con qualcuno. Con Aaron c'è stata subito sintonia, siamo diventati amici. E abbiamo cominciato a scherzare sull'idea di lavorare insieme anche se credo che a quel punto nessuno di noi stesse prendendo seriamente in considerazione l'ipotesi. Avevamo preso contatto con alcuni produttori, ma i rapporti in questo campo sono piuttosto incerti, instabili. Tornati a Los Angeles dopo il tour ci siamo resi conto di non sentirci a nostro agio. Anche se la musica era in gran parte già scritta, ci sentivamo apprensivi, sotto pressione. Aaron invece era estremamente entusiasta della nostra musica, e aveva un po' di tempo a disposizione. E così...Tra noi si è sviluppato un rapporto molto naturale, abbiamo cominciato a considerarlo come un fratello maggiore".

Il risultato, secondo Rice, "è un disco dal suono più aperto e spazioso di 'Gorilla manor', le canzoni sono più stratificate e meglio orchestrate. E 'Hummingbird' è anche più personale, intimamente legato a quel che ci è successo negli ultimi due anni. Queste canzoni hanno a che fare con le nostre vite". Alti e bassi, come i Local Natives hanno raccontato presentando il disco. "Il primo album ha avuto un'ottima accoglienza, siamo stati in giro a suonare in tutto il mondo. Ovvio che ci sentiamo fortunati, nel fare musica assieme abbiamo superato le nostre più inconfessabili aspirazioni di successo. Ma poi torni a casa e ti accorgi che un sacco di cose nella tua vita sono cambiate e non puoi controllarle. Parlo di relazioni personali, di famiglia..cose essenziali per ognuno di noi. Finito il tour, abbiamo dovuto confrontarci con i problemi reali". Compresa la morte, e il lutto: "Colombia", il pezzo chiave, prende spunto dalla scomparsa della madre del cantante e tastierista Kelcey Ayer. "Quella", conferma Taylor, "è una canzone molto importante per tutti noi. E' scritta dalla prospettiva di chi perde un genitore ed è molto catartica. Dal vivo diventa una specie di celebrazione". Non è l'unica canzone malinconica di "Hummingbird", peraltro. Rice concorda: "E' il riflesso del nostro processo di scrittura e delle nostre esperienze nel momento in cui stavamo realizzando il disco. Ma anche nelle canzoni più tristi di questo disco, secondo me, scorre sempe una corrente sotterranea di gioia". "Ancora una volta abbiamo lavorato in modo estremamente collaborativo", ricorda. "Siamo come una famiglia. E come ogni famiglia abbiamo le nostre tensioni, anche perché mettiamo passione in quel che facciamo. Ogni volta che sottopongo una canzone al giudizio degli altri è come se sotto esame ci finisse mio figlio. Il vantaggio di essere nei Local Natives è che chiunque ha una chance di dire la sua, di trasformare un brano in qualcosa di completamente diverso".

Quel che è rimasto costante sono la predilezione per i cori e per i poliritmi, marchi di fabbrica del gruppo."Più scriviamo canzoni, più il ritmo diventa un elemento importante della musica. Trascorriamo molto tempo a sviluppare il suono della batteria. Nel primo disco le tastiere di Kelcey interagivano molto con le percussioni di Matt (Frazier). In quello nuovo invece c'è una canzone interamente costruita su sample di batteria: non lo avevamo mai fatto prima e per noi è stato come esplorare un nuovo territorio". Le chitarre invece restano spesso sullo sfondo a lavorare di tessitura, liberandosi solo nell'ultima canzone, "Bowery". Un omaggio alla strada newyorkese che ospitava il glorioso CBGB? "Non proprio. E' una delle canzoni più vecchie del disco, risale ai tempi in cui completammo il nostro ultimo tour statunitense. Le ultime due date furono alla Webster Hall di New York, e quella città ha sempre significato molto per noi".

Sarà per quello che in "Gorilla manor" spiccava una cover di "Warning sign", pezzo dei Talking Heads ai tempi della magica collaborazione con Brian Eno?: "Sono una delle nostre maggiori influenze in assoluto, una band che ci mette tutti d'accordo.Nel corso del nostro secondo tour da headliner negli Stati Uniti abbiamo suonato alla Bowery Ballroom e David Byrne, quella sera, è venuto allo show. Rifare 'Warning sign' in quella occasione è stato quasi da esaurimento nervoso! Ma lui è stato molto magnanimo e ci ha detto che la cover gli era piaciuta".



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"Teste parlanti a parte", i Local Natives sembrano trarre forte ispirazione anche dall'Inghilterra, il primo Paese ad accoglierli e a pubblicare il loro album. "Sì, ci piacciono diverse band britanniche", conferma Rice. "I Gorillaz, per esempio. Quando, nel 2009, siamo stati al South by Southwest di Austin, a vederci c'erano parecchi addetti ai lavori inglesi. Grazie a Internet e al nostro lavoro di autopromozione attraverso blog e mailing list, in quel momento il nostro album era già piuttosto popolare. Non avevamo nessuna etichetta alle spalle, e così è successo che il nostro primo disco è uscito prima in Inghilterra che negli States". Al SXSW i Local Natives hanno destato impressione perché è dal vivo che la band rende al massimo: ci sarà modo di verificarlo di persona quando, il 28 febbraio prossimo, la band salirà sul palco del Tunnel di Milano. "Ci abbiamo già suonato, in Italia", ricorda Taylor. "A Roma, a Ravenna e in un paio di altri posti, credo fosse il 2010. Sicuramente dal vivo siamo molto più energici, e in quella dimensione le nuove canzoni troveranno il terreno per crescere ancora. Il live, per noi, è la cosa più importante: ci piacciono la tensione e l'aggressività che scaturiscono dal confronto con il pubblico".

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