Ron, il disco di cover: 'Amo Damien Rice, ma tutto parte da Jackson Browne'

Ron, il disco di cover: 'Amo Damien Rice, ma tutto parte da Jackson Browne'

Tutto è cominciato con Damien Rice. O forse con Jackson Browne, e un po' di notti insonni trascorse davanti a YouTube. "Way out", il nuovo disco di Ron che esce domani nei negozi, è una collezione di dodici cover pescate nel serbatoio dei singer-songwriters angloamericani delle ultime generazioni e tradotte fedelmente in italiano: nel mazzo ci sono nomi noti come Rice, John Mayer, David Gray e Badly Drawn Boy, emergenti come Michael Kiwanuka e Amos Lee, artisti di nicchia come i Weepies o Colin McLeod alias The Boy Who Trapped The Sun. "Mi sono divertito a scoprire un sottobosco di cantautori che in gran parte neanch'io conoscevo", racconta Rosalino. "La rete, per queste cose, è fantastica: cercando su YouTube i video di Damien Rice, il mio preferito in assoluto, sono arrivato agli artisti che in qualche modo a lui venivano correlati. Così ho fatto la conoscenza di Ben Howard o di Alexi Murdoch. Ho cominciato a farmi prendere dal gioco, ad ascoltare giorno e notte". Da lì a scegliere dodici titoli soltanto il passo dev'essere stato lungo, però. "Da sempre inglesi e americani sono maestri nel creare grandi atmosfere e bellissimi suoni. Ma alcune canzoni erano intraducibili, e alcuni testi francamente brutti. Sono arrivato così alla selezione finale: mi piaceva l'idea di pubblicare in Italia una raccolta di canzoni scritte da ventenni, trentenni e quarantenni che hanno gli stessi nostri problemi, che cantano di resistenza di fronte a una crisi profonda che è anche esistenziale e di valori. Ognuno di questi brani, a suo modo, cerca una via di uscita: per questo ho chiamato il disco 'Way out' ".

Ron ha scelto per quanto possibile la strada della traduzione letterale, a partire dai titoli: cosicché "Cannon ball" di Rice è diventata "Palla di cannone", "I'm getting ready" di Kiwanuka "Mi sto preparando", "Kid" di Amos Lee "Ragazzo" e così via (solo in "Testa alta" di Ben Howard Ron ha fatto un'eccezione, preservando l'inciso in inglese: "L'ho fatto", spiega, "perché quell'espressione l'avevo già usata in 'Kid', e poi perché era un refrain difficile da tradurre in italiano"). Una sfida, rendere la metrica originale in italiano? "Una sfida, ma anche una necessità. Mi sono comportato come feci con Jackson Browne ai tempi di 'Una città per cantare" (l'originale, "The road", era di Danny O'Keefe e venne tradotto da Lucio Dalla): non mi sarei mai sognato di tradire un testo così bello per raccontare un'altra storia d'amore. E poi vorrei che i giovani cantanti italiani si rendessero conto che all'estero i ragazzi come loro suonano strumenti e scrivono canzoni, testi e musiche: da noi manca un ricambio generazionale degli autori, dai talent show escono solamente degli interpreti e questa è una grande falla del nostro panorama musicale. In America e in Inghilterra invece ognuno bada a esprimere se stesso, non solo a diventare famoso. Ascoltare questi artisti, per me, è stato come tornare al punto di partenza: io sono nato con Crosby, Stills, Nash & Young e con Joni Mitchell, con James Taylor e con Jackson Browne. E questi sono i loro figli e nipoti, ognuno di loro sa cosa sono stati gli anni Settanta e non perde d'occhio quei punti di riferimento".

Per chiunque, in "Way out", ci sarà qualche brano da scoprire, da confrontare, da riassaporare: come quella "Gran Torino" di Jamie Cullum, tra le più note in scaletta anche perché intimamente connessa nella memoria all'omonimo e celebrato film di Clint Eastwood. "Io sono un grande ammiratore di Cullum", spiega Ron, "lo considero un genio assoluto. E quando sui titoli di coda di quel film strepitoso ho sentito partire quella canzone non sono riuscito a trattenere le lacrime. Mi sono permesso di toccare qualcosa di sacro, mi rendo conto, ma l'ho fatto in maniera completamente diversa: lui l'ha eseguita con un pianoforte e un'orchestra di sessanta elementi, io con un dobro, una chitarra acustica e poco altro. Forse è più americana la mia versione della sua, rispettosa comunque dell'umore del film e della canzone".

Una versione "home made", casalinga, perché "Way out" è un disco da focolare domestico, riscaldato da un calore analogico, che Ron ha inciso in casa in presa diretta e circondandosi di amici. "Anche la copertina, uno scatto che mi vede ritratto con una mano sul cuore e che non immaginavo sarebbe stato utilizzato per questo, è perfetta per introdurre un disco sincero come questo. Non è un progetto discografico, 'Way out'. E' un progetto intimo e personale. Ero stato a New York, mi ero messo a cantare con la chitarra nei locali. Mi sono messo in gioco ed è andata bene. Lì c'è una vita che pulsa, un grande rispetto per chi fa il musicista e tutti hanno occasione di farsi ascoltare. Mi sono sentito incoraggiato e sono tornato a casa con un'energia enorme addosso. Sono ripartito da 'Una città per cantare' e dalla mia vera passione, da quel che ho sempre ascoltato. A casa ho uno studio di registrazione professionale ma non mi andava di fare un disco tutto perfetto, simile a tutti gli altri. Così abbiamo suonato in salotto senza preoccuparci dei 'rientri' degli strumenti sui microfoni della voce o di altri eventuali difetti. Ne è uscito un vero disco dal vivo, con arrangiamenti creati al momento. Ci siamo lasciati andare senza preoccuparci troppo di uscire dal seminato. Volevo che fosse un disco di Ron, con le cose che piacciono a me".

E' la stessa dimensione che l'artista lombardo sta riproponendo dal vivo in folk club e piccoli locali "da ascolto" (dopo Torino, il 26 scorso, il tour promozionale prosegue il 31 al Blue Note di Milano e poi ad Asti, Napoli, Osteria Nuova (Roma), Gioia del Colle (TA), Foggia, Salerno, Bologna e Civitanova Marche (MC) con il suo quintetto base composto da Fabio Coppini al pianoforte, Elio Rivagli batteria e percussioni, Roberto Gallinelli basso, Armando Valle chitarre e dobro, Giovanna Famulari violoncello e voce, gli stessi musicisti del disco: "E' come portare in giro per l'italia la stanza in cui abbiamo creato il disco"", spiega. Mancano solo il coro di bambini di "L'anno del topo" (la "Year of the rat" di Badly Drawn Boy) e le voci degli ospiti Omar Pedrini e Gaia Pasquali, giovane talento emerso dalla scuola di musica che Ron ha creato due anni fa nella sua Garlasco e che oggi ha una sede distaccata anche a Vigevano. "Omar", racconta, "è un amico che stimo da tempo. E siccome nella versione originale di 'Orgoglio antiproiettile', "Bulletproof pride' di K'naan, c'era Bono gli ho chiesto di fare la sua parte...Lui, che è uno che si fa coinvolgere e ama molto interagire, ha accettato subito. Gaia? Lei è molto giovane ma ha un grande talento e scrive cose anche molto belle. Alla mia scuola stanno arrivando tanti talenti, tante cose interessanti. Sono molto contento, spero presto di trovare qualcuno da produrre con la mia etichetta".

Nessuna fretta, intanto, di sfornare canzoni nuove, anche se dall'ultimo disco sono passati oltre quattro anni..."Continuo a scrivere ma l'esperienza newyorkese mi ha fatto vedere le cose da un'altra prospettiva, quella della realtà e della passione. Sanremo? In questo momento nulla di più lontano dalla mia mente. Il mio progetto adesso è un altr, e voglio presentarlo nel modo più adeguato. Questo disco mi rappresenta e mi assomiglia, dentro ci sono tante cose da scoprire e voglio portarlo in giro, perché suonare dal vivo è una delle cose che mi piacciono di più. E' quella la mia vera ricchezza".

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