NEWS   |   Italia / 21/07/2002

Da Aulla,
con timore:
riflessioni di un
giurato pentito

Da Aulla,con timore:riflessioni di ungiurato pentito
Si è tenuta venerdì 18 luglio, nella (non troppo affollata, a dispetto dell'ingresso gratuito) piazza Gramsci di Aulla, la prima serata dell'edizione 2002 del Premio Lunezia. In realtà per il venerdì sera sarebbe stata in cartellone la seconda esibizione dei venti finalisti (otto band, sei cantautori e sei autori di testi), ma la pioggia - vedi News - aveva impedito lo svolgimento della prima serata, prevista per la sera di giovedì 18. Sicché i finalisti si sono giocati con un'unica chance l'opportunità di finire nella terna vincente della propria categoria.
Assolviamo all'obbligo di cronaca, e diciamo subito che la giuria (coordinata da Loredana D'Anghera, direttore artistico del Premio, e composta da Stefano Senardi, presidente della NuN Entertainment, da Luca Fantacone, A&R della stessa etichetta - che pubblicherà il singolo dei due vincitori della categoria band e cantautori -, e dal direttore di Rockol Franco Zanetti) ha così espresso le proprie preferenze:
per la categoria band, primi sono risultati i Nicotina-C di Correggio, seguiti dagli Staticodinamico di Caserta e dai Sa.Bo di Firenze; per la categoria cantautori, il primo selezionato è stato il romano Orfeo Vanadia, seguito da Francesco Ferrazzo di San Bernardino Verbano e dal lucchese Giacomo Crott; per quanto riguarda infine la categoria degli autori, il testo preferito è risultato quello intitolato “Nei gemelli”, scritto da Francesca Grazioli, e segnalati sono stati quelli di “Nel nome del padre”, autrice Maria Grazia Bellinazzo in arte Bianca, e “9/11/'89: in un giorno qualunque a (Berlino Est)”, scritto da Alessandro Hellmann.
La serata, condotta con professionale entusiasmo da Riccardo Benini, ha visto, dopo le esibizioni di tutti i concorrenti - i testi in concorso sono stati recitati da due attori di teatro - la partecipazione in qualità di ospiti di Francesco Renga e Mariadele, entrambi gratificati di un riconoscimento connesso alla propria attività musicale (vedi News).

Sbrigate le necessità d'informazione, già anticipate ieri con un sintetico comunicato ufficiale, mi pare lecito esprimere alcune riflessioni suggerite proprio dalla serata alla quale ho assistito e partecipato, ma che valgono, credo e temo, anche in senso più ampio e generale per tutti i concorsi, manifestazioni, gare e competizioni musicali che affollano i calendari.
Mi dicono che siano stati più di trecento coloro che hanno inviato demo, provini e testi alla selezionatrice del Premio Lunezia (Loredana D'Anghera); e non dubito del fatto che il compito di scremare le candidature fino a ridurle a venti complessivamente ammesse alla finale sia stato arduo e faticoso. Né dubito della serietà e dell'impegno con i quali questo compito è stato svolto. E, appunto per queste ragioni, mi chiedo quanto scadente debba essere stata la qualità media degli iscritti, se quelli che abbiamo visto e valutato ieri sera erano il meglio disponibile.
Come sanno i nostri lettori, Rockol segue con simpatia l'attività dei giovani musicisti italiani, e (spesso nella mia persona) partecipa di frequente a manifestazioni e concorsi per emergenti; dunque ne vede e ne ascolta centinaia ogni anno. Ebbene, anche i concorrenti di ieri sera non hanno smentito una (sconsolante) constatazione: c'è in giro poco, veramente poco che sia degno di nota, nella scena musicale italiana. L'affermazione è forse eccessivamente pessimistica, e dunque è meglio precisare che essa si riferisce a quella scena musicale che cerca di ottenere visibilità mediatica e spazio discografico attraverso i concorsi. E' recentissima un'esperienza che vi riferisco per corroborare questa mia convinzione: proprio il mese scorso mi sono stati inviati oltre sessanta demo di band e cantautori iscritti a un concorso per il quale ho accettato di far parte della commissione selezionatrice. Vi posso assicurare che nessuno di questi si meritava il mio tempo per i quattro minuti dell'ascolto, né a maggior ragione faceva venir voglia di essere riascoltato o suscitava la curiosità di ascoltare altri lavori dell'interprete.
Ne chiacchieravo durante la cena del dopo-spettacolo con Francesco Renga, che ormai vent'anni fa s'affacciava alla ribalta della musica proprio partecipando a un piccolo concorso locale (una gara che si chiamava Deskomusic e che metteva a confronto gruppi delle scuole superiori di Brescia). Di quel concorso ero stato l'ideatore, e ne avevo seguito da molto vicino lo svolgimento: bene, forse la qualità tecnica dei gruppi che vi avevano partecipato non era eccelsa, ma posso garantire della passione e della convinzione e della fatica che ognuno di quei gruppi aveva messo in campo per partecipare (e fra quelli c'erano anche i Precious Time, prima incarnazione di quelli che sarebbero poi diventati i Timoria). Forse i batteristi non sapevano tenere il tempo con precisione metronomica, forse i chitarristi s'imbrogliavano le dita nei tentativi di assolo, forse i cantanti non sapevano sganciarsi da evidenti modelli di riferimento: ma sicuramente la passione, la grinta, la voglia di fare erano assai più forti e convinte di quelle che ritrovo oggi, vent'anni dopo, nei giovani che salgono sui palcoscenici dei concorsi.
Intendiamoci, la qualità “tecnica” delle proposte musicali è indubbiamente superiore: ma questo è merito dell'evoluzione degli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia (tastiere computer accordatori intonavoci), non di una maggiore abilità dei singoli strumentisti. Anzi: dato che la tecnologia permette ormai anche a chi non sa suonare di confezionare un demo di qualità quasi professionale, si moltiplicano a dismisura gli aspiranti artisti che sono convinti di possedere doti sufficienti a conquistare uno spazio sulla scena.
Un'altra malinconica costante dei giovani “emergenti” è la loro incapacità di rendersi conto che per essere presi sul serio non è necessario essere seriosi. Dei concorrenti di ieri sera, pochissimi hanno presentato proposte allegre, disimpegnate, divertenti: pare che la regola sia deprimere, piuttosto che rallegrare. Qualche eccezione c'è stata, come no: i Nicotina-C sono sufficientemente vivaci, anche se il loro pop-punk (nella loro scheda citano come riferimento estetico Nirvana e Soundgarden, ma il brano che hanno presentato ieri sera - “Crescere” - ricorda più i Blink- 182, sebbene a velocità dimezzata) necessiterebbe di una voce più credibile; Fabiola Trivella pare disposta alla leggerezza, e la sua “A tutte le ragazze” non dispiace, con quel misto di pop e latin (ma, ragazza mia, va bene ancheggiare, come no: però un po' più di attenzione al look non guasterebbe); il vincitore, Orfeo Vanadia, è simpatico, con quel suo fare tra Britti e Tricarico (peccato abbia cantato malissimo, speriamo per l'emozione e non per incapacità): gli Staticodinamico (che già conoscevo) sono più che gradevoli, ma anche loro dovrebbero premere un po' sul pedale dell'autoironia; e la gradevolezza dei Sa.Bo, forse gli unici ad aver proposto una canzone-canzone, si ferma al garbo senza riuscire ad arrivare alla contagiosità.
Dal punto di vista della seriosità, ahimé spesso sconfinata in cupezza, gli autori di testi non hanno nulla da invidiare ai cantautori e alle band: decorosa e mitteleuropea quella di Alessandro Hellmann (“Io sono qui in servizio nel mio paltò di confine, qui che aspetto l'inizio come fosse la fine”), colloquiale e insieme drammatica quella di Bianca (“Nei lineamenti del padre vedevo il viso che una mattina di ottobre non si era svegliato più”), il cui testo ricorda molto da vicino certe cose di Battiato per Milva e Giuni Russo; tragicamente ingenua quella di Simone Tricomi (“In fondo alla via stanno picchiando un uomo nero, vittima ingiusta dell'ignoranza di un popolo intero... ed è amore che diventa odio, giovane spirito disilluso, che lotta contro quel male che si chiama abuso”: ma su, davvero, possibile che si possa portare a una finale un esempio di insopportabile retorica come questo, che oltretutto non possiede nemmeno una decorosa forma sintattica?); banalmente canzonettistica quella di Daria Scarpitta (“una finestra aperta sul blu / il tempo di volare non c'è più”); zoppicante nel ritmo e nella metrica quella di Fabio Stellino (“Ma un sogno non è tale se non c'è il risveglio / che cancella suoni e immagini tranne il ricordo eterno”). L'unico sprazzo di vivacità arriva da Francesca Grazioli, che almeno sembra in grado di manipolare le parole e utilizzare un lessico meno scontato (“Il succo è maggioranza, la polpa è incompetenza... un parto gemellare la tua sintesi vocale”).
Badate, la qualità media di quanto è stato proposto quest'anno dal Premio Lunezia non è certo inferiore a quanto abbiano proposto o stiano per proporre altre manifestazioni, più o meno popolari o blasonate (dal Premio Tenco all'Accademia della Canzone al Festival di Recanati e via elencando). Ma a me pare, e provo a scriverlo come provocazione più che come proposta, che la severità - una severità critica fino alla spietatezza - sia il primo e indispensabile requisito di quanti si trovino nella condizione di poter valutare e decidere le sorti e gli esiti di un concorso, di una gara o di una manifestazione. Non basta, intendo, scegliere il meno peggio; bisognerebbe saper rifiutare ed escludere tutto ciò che non è nettamente superiore alla media. E questo non tanto in nome del diritto all'espressione di una competenza (competenza tecnica e professionale che dovrebbe far parte del bagaglio culturale di una giuria o di una commissione selezionatrice; e non sempre è così, purtroppo), quanto proprio per evitare il diffondersi di sogni, illusioni, speranze e convinzioni infondate. Se un partecipante vince un concorso, si ritiene, comprensibilmente, meritevole di fare strada nella carriera che aspira ad intraprendere (che sia la musica o la letteratura o la pittura); ma poiché nelle arti non esistono, come nello sport, criteri “oggettivi” di eccellenza (un tempo, una misura, una distanza), ma solo criteri comparativi, è piuttosto probabile che molti vincitori di concorsi non siano meritevoli in assoluto, ma solo meno immeritevoli (meno scadenti) degli altri partecipanti allo stesso concorso.
Se i concorsi e le gare e le manifestazioni e i festival devono servire a offrire opportunità agli aspiranti cantanti e musicisti, la prima e la più importante delle opportunità che dovrebbero offrire loro sarebbe quella di poter essere valutati da una giuria competente e preparata. Così competente e così preparata da saper decidere, quando fosse il caso, di non assegnare premi, di non stilare graduatorie, di dichiarare che nessuno dei partecipanti è risultato degno di essere segnalato o premiato. Chissà se mai mi capiterà di assistere a questo miracolo di onestà intellettuale. Quello che posso promettere solennemente, e lo faccio qui e ora, che d'ora in avanti, quando mi capiterà ancora di far parte della giuria o della commissione selezionatrice di un concorso musicale, non solo non mi accontenterò più di indicare una graduatoria di merito relativa (“il meno peggio dei concorrenti è...”), ma mi batterò perché, se sarà il caso, venga messo a verbale che secondo il mio parere nessuno dei concorrenti merita di essere incoraggiato a continuare.
E' poca roba, capisco: ma ognuno fa quello che gli è possibile. E se rischierò di passare per un insopportabile cerbero, sopporterò virilmente questa nomea: con la consapevolezza che è meglio stroncare un'illusione sul nascere, e restituire valide braccia all'agricoltura o al commercio o alla fabbrica, piuttosto che rendersi correo di aver lasciato credere a qualcuno di essere in grado di mettersi in luce sulla scena musicale italiana. La quale, al momento, non ha certo bisogno di ampliarsi con nuovi nomi di medio e basso livello; semmai avrebbe bisogno del contrario, cioè di sfoltire i ranghi e continuare a offrire opportunità solo a quanti se le siano davvero meritate.
(franco zanetti)
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