Lo sfogo di un indipendente: 'Fermate il Music Control, voglio scendere'

Nell'anno settimo del regno del Music Control, sale il brusio di malcontento di alcuni discografici e uomini di promozione, foraggiatori e “vittime” (a loro modo di vedere) del sistema di monitoraggio computerizzato che registra il numero di passaggi radiofonici degli hits in un campione di emittenti tenute sotto controllo 24 ore al giorno. Strumento di democrazia o di dittatura? Veicolo essenziale per acquisire informazioni strategiche sugli orientamenti del mercato o boomerang che finisce per ingabbiare senza via di uscita le alternative promozionali a disposizione dell'industria musicale? Per una semplice questione di numeri e di incidenza sul mercato, il sistema (che rileva, a pagamento, solo l'airplay dei brani inseriti nel database su richiesta delle case discografiche) è finanziato principalmente dalle major, e così non stupisce che siano soprattutto le etichette e gli operatori indipendenti a lamentarsi dei suoi effetti indesiderati. Ma di cosa si lagnano discografici e uffici promozione? Non delle metodologie e del sistema di rilevazione, che i più ritengono scientificamente affidabile, al di là di qualche discussione sulla rappresentatività del “panel” sottoposto ad osservazione giornaliera. Piuttosto, del fatto che il Music Control, con la sua classifica di ascolto radiofonico sotto gli occhi di tutti, sia sfuggito loro di mano: tramutandosi da strumento di lavoro aziendale in potente (e insidiosa) vetrina promozionale che orienta le scelte degli attori chiave del mercato e che ha finito per assumere persino più importanza, per gli addetti ai lavori, delle charts ufficiali di vendita.
A lanciare il primo sasso nello stagno è Marco Stanzani, per tre anni (e fino al luglio scorso) factotum dei Lunapop e oggi capo promozione per conto di San Marino Performance, la società indipendente che pubblica i dischi della cantante Mariadele e che ogni anno organizza nella città-stato del Centro-Nord Italia l'omonimo festival musicale. “E se decidessimo, almeno noi indipendenti, di boicottare il Music Control rinunciando a far rilevare l'ascolto dei nostri brani?”, esordisce il promoter bolognese a mo' di provocazione. “Magari servirebbe come stimolo per trovare nuove strade e nuove strategie, quando si tratta di promuovere i nostri dischi. Ammetto che il Music Control è uno strumento insostituibile per registrare con precisione l'impatto radiofonico delle nostre produzioni: da quando il sistema è in funzione, abbiamo finalmente potuto smascherare quelle emittenti poco professionali che avevano tutto l'interesse a 'truccare' le loro classifiche di airplay, adattandole di volta in volta in modo da garantirsi i dischi che gli servivano e gli artisti in promozione. I guai, però, cominciano quando settimanalmente compare la graduatoria generale con i brani più programmati dalle radio del panel. Una classifica – continua Stanzani – che è diventata sacra come il Corano: la usa il Corriere della Sera per stilare il suo pezzo stagionale sui tormentoni dell'estate, la usa Top of the Pops per decidere chi deve esibirsi in trasmissione, la usano gli uffici promozione per avvalorare il buon lavoro svolto nei confronti dei loro presidenti, e gli stessi presidenti per giustificarsi nei confronti dei loro superiori all'estero quando un artista straniero non vende come sperato. Quel che ne consegue, purtroppo, è che la promozione si è standardizzata sul lancio dei singoli: se non esistesse quella classifica, se non venisse divulgata al di fuori della cerchia degli utilizzatori, si potrebbe ripensare ad una strategia di promozione radiofonica incentrata sugli album. Faccio un esempio che mi riguarda direttamente (Stanzani sta lavorando come ufficio stampa in appoggio alla Universal sul tour di Biagio Antonacci): per quale motivo, se a Radio Montecarlo non piace il pezzo che la casa discografica ha selezionato come nuovo singolo di Biagio, mi devo precludere la possibilità che quell'emittente peschi dall'album un altro brano di suo gradimento e più in linea con i gusti del suo pubblico? Chi l'ha detto che tutte le radio devono passare lo stesso pezzo? Oggi i palinsesti musicali delle radio sono come le colonnine di ascolto che le case discografiche 'affittano' nei negozi di dischi per spingere certi prodotti rispetto ad altri: è un serpente che si morde la coda, perché si finisce per ascoltare solo i 35-40 successi del momento. Che possibilità restano di vendere un disco di inediti di un esordiente? Nessuna. Siamo arrivati all'aberrazione che tra noi addetti ai lavori si parla più della classifica dell'airplay che di quella delle vendite: se facesse davvero testo quella, Davide De Marinis sarebbe il Battisti del 2000”. Soluzioni? “Giusto preoccuparsi di prezzo dei dischi, di IVA e di pirateria: ma proviamo a guardare oltre, a cercare strade alternative di promozione. Ci si lamenta sempre, per esempio, della mancanza di spazi per la musica dal vivo: e poi quando uno come Red Ronnie mette in piedi un tour itinerante come quello sponsorizzato dalla Tim che ad ogni tappa permette a 20-25 band emergenti di suonare dal vivo lo si critica dicendo che si tratta di un'operazione smaccatamente commerciale. Per conto mio, bisognerebbe fargli un monumento”.
Rockol tornerà sull'argomento domani, riprendendo il parere di un altro addetto ai lavori: fermo restando che il dibattito è aperto a chiunque abbia voglia di intervenire.
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