Addio a Valerio Negrini: il ricordo di Rockol

Addio a Valerio Negrini: il ricordo di Rockol

di Franco Zanetti


 

 

Con Valerio Negrini se n’è andato un grande della nostra musica, un altro grande autore di testi della canzone italiana che ci saluta dopo la morte di Giancarlo Bigazzi. Conoscevo abbastanza bene Valerio Negrini, ma molto più lo stimavo e lo apprezzavo, come penso mi sia capitato di scrivere più volte. Senza i suoi testi, i Pooh non sarebbero diventati quelli che sono diventati. Sapeva raccontare l’amore con parole non scontate, e la vita quotidiana con immagini emozionanti e mai banali. Padroneggiava il lessico con sicurezza, la metrica con maestria, e aveva scelto il relativo anonimato con l’intelligenza e la pigrizia del saggio. Quando l’ho incontrato in un bar di Milano per l’intervista che scrissi per “Musica leggera”, e che ripubblico qui sotto, non ci vedevamo da parecchio e mi fece ridere raccontandomi di essere – io stavo per diventarlo - un padre attempato: “Mi sono fatto una T-Shirt per quando vado a prendere mia figlia al nido, con la scritta ‘Non sono il nonno, sono il papà’” - Ginevra, la sua terza figlia era nata nel 2006, il nostro incontro risale al giugno del 2009. La morte di Valerio Negrini mi addolora personalmente e professionalmente. Mi auguro che chi ne scriverà nei prossimi giorni sappia rendere merito alla sua grandezza.


Bolognese di nascita, milanese di adozione, Valerio Negrini - diciamo la banalità: “il quinto Pooh” - è stato, in realtà, uno dei fondatori del gruppo, che all’epoca (1964, 45 anni fa) si chiamava Jaguars. Prima, però, aveva suonato con Beppe Maniglia, singolare figura di capoorchestra attivo in Emilia-Romagna già all’inizio degli anni Sessanta, poi assurto a personaggio mitologico per le sue esibizioni di strada (musicali e non: è celebre la performance nel corso della quale gonfia, a bocca, una borsa di gomma per l’acqua calda fino a farla esplodere) che continuano ancora oggi (recentemente ha tentato di candidarsi a sindaco di Bologna con la lista “Maniglia Muscolosa”).
“In realtà faceva finta di fare il capoorchestra, come faceva finta di suonare la chitarra; aveva comprato lui tutti gli strumenti, e un’amplificazione esagerata, ma l’orchestra, a dire il vero, era un disastro. Suonavamo malissimo. Facemmo solo un’estate, e già stavamo mettendo insieme i Jaguars. Quell’estate facevamo la stagione dalle parti di Cattolica, e il bassista e io ci andavamo in Vespa, da Bologna. Son 140 chilometri, e tre sere per settimana andavamo giù con la Vespa del bassista, io seduto dietro con il basso in mano... non c’era l’autostrada, allora, e si faceva tutta la via Emilia in giù e in su, tornando alla fine della serata. Ricordo la notte prima degli esami - mi sono diplomato alla scuola interpreti e traduttori - il ritorno in Vespa all’alba, appena in tempo per la prova.”

Quando hai scritto il primo testo?

“Dunque, quando ho cominciato a suonare avevo sedici anni, andavo ancora a scuola, ovviamente, e con la mia prima orchestrina facevamo le cover dei brani stranieri... il mio primo testo sarà stata la versione italiana di un successo straniero, suppongo. Non mi ricordo, con precisione. Ma anche per i Pooh ho tradotto pezzi stranieri: per esempio ‘Vieni fuori’, che era ‘Keep on running’ degli Spencer Davis Group (fu rifatta anche dai New Dada col titolo ‘Batti i pugni’ e da Evy col titolo ‘L’abito non fa il beatnik’). Però l’attività vera e propria di autore di testi l’ho cominciata incontrando Facchinetti, che scriveva le musiche. Doveva arrivare il 1969 perché sostenessi finalmente l’esame della SIAE, e mi pare che la canzone della quale mi venne chiesto di rifare il testo sulla stessa metrica fosse ‘Amore scusami’ di John Foster. Prima dell’esame, tutte le cose che Roby e io scrivevamo venivano depositate a nome di altri, e così ci depredavano dei diritti d’autore...”

A proposito delle cover di cui scrivevi i testi, come ti comportavi? Cercavi di riportare in italiano il senso del testo originario?

“Se c’era la minima possibilità di rendere il senso magari sì, altrimenti mi basavo sul suono delle parole inglesi. Che è la cosa migliore: piuttosto che un brutto testo scritto per correre dietro al significato originario, meglio un buon testo, che suoni bene, con un suo significato autonomo. A meno che non ti trovi ad avere a che fare con una grande canzone d’autore, che so, di Leonard Cohen, o di Jacques Brel: allora cerchi di adattare il testo italiano a quello originario. T’immagini un testo italiano per ‘A whiter shade of pale’ che segua fedelmente il significato del testo di Keith Reid? Già è stato bravo Mogol a rendere ‘I was feeling kind of seasick’ con ‘mi sento il mal di mare’, ma il resto del testo era davvero troppo visionario. E quello di ‘Homburg’ è ancora peggio... anche lì, bravo Mogol nel conservare ‘the town clock in the market square stands waiting for the hour’ e girarlo in ‘l’orologio della piazza ha battuto la sua ora’”.

Agli inizi, con i Pooh, tu suonavi anche la chitarra, e cantavi. Per esempio ‘La fata della luna’, ‘Tutto alle tre’, ‘Il primo e l’ultimo uomo’...

“Già cantavo con il mio primo gruppo, anche perché, data la scuola che facevo, ma anche per una specie di mia predisposizione naturale verso l’apprendimento delle lingue, masticavo un po’ di inglese e quindi me la cavavo con i pezzi stranieri. Cantavo tanto, e cantavo anche benino, devo dire”.

Ma scrivevi anche testi in inglese? Quello della versione inglese di ‘Tutto alle tre’, ‘The suitcase’, è tuo?

“No, non è mio, ci ho messo uno zampino dopo aver letto il testo che era stato scritto non so più da chi, ma non l’ho scritto io. La canzone, però, la canto io. Scriverò in inglese, qualche anno dopo, su musica di Dodi Battaglia, ‘Wild track’, una canzone di ‘Forse ancora poesia’”.

‘Bikini beat’ è la prima canzone interamente tua, testo e musica?

“Quella e ‘La ballata dei cinque orsacchiotti’, sì. Poi non ne ho più scritte, da solo. Adesso però, dato che ho una bambina di cinque anni, mi è venuta voglia di scrivere delle canzoni per lo Zecchino d’Oro”.

Cominci a scrivere testi originali, e subito ti metti nei guai con ‘Brennero ‘66’.

“Registriamo il disco, andiamo alla RAI e quelli della commissione censura prendono di mira la canzone, con cui avremmo dovuto partecipare a Sanremo, e ci costringono a cambiare titolo - il testo no, rimase lo stesso, ma il titolo diventò ‘Le campane del silenzio’, e così il senso del testo andava praticamente perduto, veniva decontestualizzato dal periodo storico, che era quello degli attentati dinamitardi in Alto Adige. A proposito di Sanremo, poi molti anni dopo ci fecero cambiare il testo di ‘Uomini soli’ sostituendo ‘Corriere della Sera’ con ‘Giornale della sera’ - che poi all’epoca di giornali della sera non ce n’erano più”.

Il primo album tutto firmato dalla coppia Facchinetti-Negrini è ‘Memorie’, 1969.

“In Italia fu un fatto piuttosto innovativo, almeno per quanto riguarda i complessi attivi a quell’epoca. Siamo stati, penso, i primi in assoluto a pubblicare un album tutto di comosizioni originali”.

E uno di quei testi era ‘Piccola Katy’...

“Uno dei pochi brani nostri, di Facchinetti e miei, dei quali è nato prima il testo che la musica - un altro esempio è ‘Dall’altra parte’. Roby l’ha musicato in una sera di baldoria bergamasca. E naturalmente l’ispirazione viene da ‘She’s leaving home’ dei Beatles”. Quando ho scritto il testo di ‘Piccola Katy’ avevo ventun anni, e in quel testo ci sono anche i ricordi delle festine dei tempi della scuola, che non erano poi così lontane...”

Così giovane, eppure già nel 1971, in ‘A un minuto dall’amore’, una delle canzoni di ‘Opera prima’, le note dell’introduzione cantata riecheggiano la ‘Tosca’ di Puccini, in omaggio alla tua passione per la lirica.

“Ma io sono nato con l’opera lirica e con la sinfonica. A casa mia mia madre, e prima di lei mio nonno, erano dei melomani, e la musica moderna era vista molto di mal’occhio. Ancora oggi sono un appassionato di musica classica”.

Un giovanotto colto: in musica e anche in letteratura, visto che ‘Terra desolata’ è indubbiamente un tributo al poemetto di Thomas Stearns Eliot...

“E la canto io. Sono sempre stato un po’ curioso di tutto. Sicuramente in vita mia ho più letto libri che fatto ginnastica. L’unico sport che ho praticato, per breve tempo, è stato correre in macchina - e stavo seduto. Poi ho capito che c’erano modi migliori per spendere soldi. I motori costano...”

Nello stesso album c’è una canzone, ‘Pensiero’, che diventa un successone, anche se, secondo me, non molti capiscono il senso del testo...

“...che è una lettera dal carcere. Ma non lo si è mai potuto dire perché il produttore di quel disco, Giancarlo Lucariello, non voleva assolutamente. Era una delle sue tante fissazioni, uno dei tanti motivi per i quali a un certo punto ho lasciato il gruppo. E se non ci fosse stato Lucariello, probabilmente io il gruppo non l’avrei lasciato. E’ diventata una questione “io o lui”, e ha vinto lui”.

‘Pensiero’ è un bell’esempio di una linea di testi - scusa il termine - ‘impegnati’ che attraversa il repertorio dei Pooh.

“Io mi sono sempre anche un po’ incazzato, negli anni Settanta, perché sembrava che solo i cantautori sapessero scrivere canzoni di spessore. Solo che delle nostre non se ne accorgeva nessuno: a partire dai giornalisti, che ci bollavano come canzonettari. Anni dopo ho scritto quasi un intero disco per Eugenio Finardi: ‘Finardi’, uscito nel 1981, di cui firmo otto pezzi su dieci. Un disco che Eugenio ha quasi dovuto rinnegare, perché il suo pubblico lo criticava per essersi fatto fare i testi da me”.

In ‘Alessandra’, 1972, la canzone che intitola l’album allude all’aborto, o comunque a una gravidanza non voluta (“Nel suo corpo nasce un fiore, per sbaglio o per amore”); nel 1973, in ‘Parsifal’, ‘Lei e lei’ parla di amore saffico (“Ma ciò che poi mi ferì di più fu quando chiesi: ‘Ma perché, per chi?’. Guardai dietro a te: in un sorriso c'era lei”). Si diceva, appunto, di una linea “cantautorale” che attraversa la produzione dei Pooh, e che si interrompe nei due album del 1975, ‘Un po’ del nostro tempo migliore’ e ‘Forse ancora poesia’. Ma ne riparleremo. Invece, nell’album del 1972 ci sono anche le tue prime collaborazioni autorali con Dodi Battaglia: ‘Signora’ e ‘Via lei via io’, seguite l’anno dopo da altre due canzoni firmate Battaglia-Negrini: ‘L’anno il posto l’ora’ e ‘Dialoghi’.

“Dodi ha scritto solo le musiche, non ha contribuito ai testi. Scherzando, io dico sempre a lui e a Roby che sono analfabeti. E adesso che Stefano D’Orazio lascia il gruppo, mi toccherà ricominciare a scrivere da solo tutti i loro testi...”

Perché tu sei convinto che i Pooh continueranno anche senza Stefano?

“Io penso di sì, penso che sarà così, e sarebbe stupido che mollassero adesso. Se la tournée di quest’estate dimostrerà che l’attaccamento del pubblico nei loro confronti è immutato, come lo ha già dimostrato il tour di ‘Beat re-generation’, io sono convinto che continueranno anche senza Stefano”.

D’Orazio era diventato, nel tempo, il vice-Negrini. Il suo debutto come paroliere è del 1975, giusto?

“Mi pare di sì... ‘Eleonora, mia madre’ è il primo testo di Stefano, e la canzone è in ‘Un po’ del nostro tempo migliore’, che è appunto del 1975”.

Tu l’hai aiutato a scrivere quel testo?

“No, io non ho mai interferito. Se mi è stato chiesto aiuto l’ho dato, se mi è stato chiesto un parere l’ho espresso, ma non mi sono mai proposto attivamente di mettere mano ai testi di Stefano. E ho sempre, da parte mia, accettato i pareri sui miei testi degli altri quattro”.

1975, anno di transizione. Quell’anno, in ‘Rock’n’roll’, da ‘Forse ancora poesia’, scrivi: “Quel paese grande che hai sognato tante volte canta strano ormai, e non lo segui più”. Era vero?

“Nel 1975... mah, non ricordo, sinceramente, a cosa mi riferissi con precisione. Se l’ho scritto ci sarà stato un motivo, un’occasione... che so, forse la disco music... ma davvero adesso non saprei ricostruire lo spunto di quella frase.”

1976, esce ‘Poohlover’, primo album dopo lo scioglimento del sodalizio Pooh-Giancarlo Lucariello. In quel 33 giri ci sono ‘Tra la stazione e le stelle’ che parla di prostituzione, ‘Pierre’ che parla di omosessualità, ‘Gitano’ che parla di zingari e ‘Il primo giorno di libertà’ che parla di detenuti. Vien da pensare che ti sia sentito finalmente libero.

“Sì, è vero. E anche loro. La lucariellite però è un virus insidioso, difficile da debellare, e i suoi influssi si sono fatti sentire ancora a lungo...”

In ‘Rotolando respirando’, 1977, è contenuta ‘In diretta nel vento’, una canzone ambientata nello studio di una radio privata. Arriva seconda, dopo ‘La radio’ di Eugenio FInardi, che è in ‘Sugo’ (1976), ma sposta la prospettiva dall’ascoltatore al disc jockey notturno: “E ogni notte è così, questa radio è il mio mondo, coi dischi, i giornali e gli scontrini del bar”.

“Pensa che io, fra i Pooh, ero quello che nelle radio libere ci credeva fin dall’inizio. Loro mica tanto, anzi le snobbavano un po’... poi, certo, le radio ‘libere’ sono diventate un’altra cosa, ma quel periodo pionieristico è stato davvero rivoluzionario per la musica italiana”.

In quello stesso anno, 1977, torni a cantare in un disco: ma non con i Pooh, bensì con i Mediterraneo System.

“Che eravamo Roby, Stefano, Dodi e io. Già. ‘Ci pensi?’ e ‘Mezzanotte a maggio’. Un episodio buffo. I due pezzi li avevamo firmati sotto pseudonimo, Robymiro e Zurbo. E andai io a fare la promozione del 45 giri a Telemontecarlo, da Jocelyn, nel programma che conduceva con sua moglie Sophie Cauvigny ‘Un peu d'amour... d'amitié... et beaucoup de musique’. Ci andai volentieri perché c’era il circuito preparato per il Gran Premio, avevo una Porsche elaborata e ho avuto la possibilità di fare tre o quattro giri del circuito”.

In ‘Boomerang’, 1978, parli di militari di leva (‘Classe ‘58’) e pendolari (‘La città degli altri’).

“Ma sì, perché io ho sempre avuto un piede sul palcoscenico, perché ho fatto il musicista e so bene come funziona, ma l’altro piede ce l’ho per terra, prendo la metropolitana, che è una cosa che probabilmente gli artisti non fanno, e non faranno mai nella vita. Quindi, vedo come vivono le persone e vivo quello che vivono le persone. Quindi lo racconto”.

1979, un’altra ‘prima volta’: la prima canzone firmata Canzian-Negrini, ‘Susanna e basta’. Come andò?

“Andò che anche Canzian voleva scrivere dei pezzi, e dopo aver messo il nome nei credits di ‘Il ragazzo del cielo (Lindbergh)’, che è firmata Facchinetti-Canzian-Negrini ed è del 1978, in ‘Viva’ firma il suo primo pezzo come compositore in proprio. Va detto che Roby, Dodi e Red scrivono musiche differenti, e quindi anche i testi che io scrivo per le loro musiche sono differenti, di conseguenza. Io lavoro sempre allo stesso modo, comunque: prendo la musica, preparo il mio bel testo finto, che a volte è più bello di quello vero, imparo i suoni e poi vedo da che parte andare con le parole. A me i testi non vengono dall’alto, come per illuminazione divina: ci lavoro e ci fatico.”

C’è un testo che ti è uscito dalla penna più velocemente o più, se mi passi l’espressione, facilmente?

“Non saprei quale citarti. Certo alcuni mi sono venuti più fluidi fin da subito, come quello di ‘Ci penserò domani’, al quale sono molto affezionato, e di certi altri testi ho fatto più di dieci stesure per poi veder scegliere la prima, come è successo con ‘Dammi solo un minuto’.”

In ‘Rotolando respirando’ scrivi il testo di ‘Il suo tempo e noi’ - un testo che trovo particolarmente emozionante - che racconta come cambia la vita di una coppia in attesa del primo bambino. La tua prima figlia, Alice, nascerà però solo nel 1979. Quasi una precognizione?

“Quando la gente mi chiede, e me lo chiede spesso, se i miei testi sono autobiografici, di solito rispondo che se non lo sono lo potrebbero essere. Nel senso che, come dicevo prima, io osservo le persone intorno a me, e a volte m’impossesso delle loro storie facendole mie. Avrò parlato con un amico, avrò sentito raccontare una storia simile, e l’ho trasformata in un testo.”

Nel 1980 esce ‘Hurricane’ (la versione per il mercato italiano, senza ‘Love attack’, che invece era inclusa nell’edizione per il mercato internazionale). I testi inglesi delle canzoni, versioni di brani del repertorio dei Pooh (cinque tratti da ‘Rotolando respirando’), sono stati tradotti da Teddy Randazzo. Come li giudichi, quei testi?

“Brutti! A me di Randazzo erano piaciute certe canzoni, come ‘Pretty blue eyes’ - non nella sua interpretazione. L’incarico di scrivere quei testi gli era stato affidato per ragioni suppongo discografiche, o editoriali...”

Non si è mai ipotizzato che li scrivessi tu, quei testi inglesi?

“Non l’avrei fatto. Conoscendo bene l’inglese, potrei tranquillamente tradurre dall’inglese in italiano; ma non avrei, scrivendo in inglese, la stessa ricchezza lessicale che credo di avere nella mia lingua.

Nel testo di uno dei pezzi di ‘Buona fortuna’, l’album del 1981, c’è uno dei (relativamente) pochi giochi di parole della tua produzione: è in ‘Chi fermerà la musica’, la frase ‘Stanno nei porti a tagliarsi le vele’. Me ne ricordo, a memoria, solo un altro, in ‘Galleggiando’, una della canzoni di ‘Pinocchio’ (“Son cozze amare”).

“Il gioco di parole, il pun, come dicono gli anglosassoni, invece mi apparterrebbe moltissimo, per vocazione, per gusto. Ma ho sempre fatto molta fatica a farlo passare, questo mio gusto, nelle canzoni per i Pooh. Poi forse hanno anche ragione, perché credo che siano veramente in pochi ad essersi accorti che il testo dice ‘tagliarsi le vele’: quando la senti cantare dal pubblico ai concerti, tutti cantano ‘tagliarsi le vene’.”

Pasquale Panella ti piace?

“Con delle riserve. Per quanto non abbia in simpatia personale Mogol, con lui Lucio Battisti ha fatto delle belle cose. Panella, beh, mi pare che certe volte abbia ricercato l’ermetismo anche quando non serviva. Però con la fonetica, con i suoni ci sa giocare bene.”

Nel 1986, in ‘Giorni infiniti’, c’è uno dei tuoi pochi testi direttamente riferibili a un fatto di cronaca, ‘Terry B’ (che è certamente collegato a un delitto avvenuto a Milano nel 1984, l’uccisione di Francesco D’Alessio, per il quale fu condannata la modella americana Terry Broome).

“Sì, non era esplicitamente detto, ma chi voleva capire capiva facilmente. Mi è poi capitato altre volte, in ‘Città proibita’, da ‘Uomini soli’, che parlava di piazza Tien An Men, o in ‘La luna ha vent’anni’, che è una specie di lettera a mia figlia Alice e che ricorda la notte del primo sbarco sulla Luna, nel luglio del 1969.”

Nel 1992 vai in tour coi Pooh, suoni la batteria e canti.

“Ma sì, è venuta questa idea, che sembrava carina, e siccome ero ancora perfettamente in grado di suonare la batteria, oltre che di cantare, mi sono detto ‘perché no, facciamolo!’. Quindi nei bis veniva fatta uscire una seconda batteria, e facevamo quattro-cinque pezzi.”

Colgo l’occasione per la domanda ‘cosmica’: ma, tirate le somme, tu sei più contento di esserteli risparmiati, tutti quei decenni di tournée, o non ti sarebbe dispiaciuto farteli, se non fossi uscito dal gruppo?

“Ma guarda, penso che non mi avrebbe fatto schifo. Caratterialmente sono abbastanza adatto alla vita on the road, ho sempre la valigia pronta, sono un viaggiatore per vocazione. Non ho nemmeno dei gran rimpianti in proposito, ma, insomma, forse non mi sarebbe nemmeno dispiaciuto.”

Che effetto fa sentire migliaia di persone che cantano in coro parole che hai scritto tu?

“Mi ci sono abituato, perché a tutto ci si abitua. Ma quando mi succede cerco sempre di resettare e di emozionarmi, e soprattutto penso al fatto che magari io sono lì presente e la gente non mi riconosce, perché la mia faccia è abbastanza nota, sì, ma non famosissima.”

Nel 1993, con Roby Facchinetti, per il suo album da solo ‘Fai col cuore’, scrivi ‘Facciamo una canzone’: una canzone che racconta la scrittura di una canzone, una ‘song-song’, rubando la formula ai ‘movie-movie’. “Io scrivano e tu pianista... scamiciati su un balcone... qui al volo, yes, facciamo una canzone”: e nel testo, dialogato, vi citate anche per cognome.

“Ci stava bene nel disco solista di Roby, in un disco dei Pooh non ci sarebbe stata. In un disco solista ti prendi delle libertà, sei meno vincolato, fai un po’ quel che ti pare, ci metti anche una canzone autoreferenziale”.

Andiamo al 2000: è l’anno di un testo secondo me assai pregevole, quello di ‘Padre a vent’anni’, una canzone dell’album ‘Cento di queste vite’, lettera di un bambino appena nato al padre soldato nel Kosovo. Così poco retorico, così ‘quotidiano’ con quell’esortazione “fai il tuo lavoro bene, ma stai giù”, quel testo non avrebbe meritato di essere apprezzato anche dai ‘soliti’ giornalisti schizzinosi?

“Ma il fatto è che l’immagine dei Pooh, levigata e patinata, non aiuta a catalizzare l’attenzione su certe tematiche delle loro canzoni. Da loro, una certa stampa si è sempre aspettata la canzone d’amore, e questo ha spesso fatto passare in secondo piano - o addirittura inosservati - certi testi che non parlano di relazioni sentimentali uomo-donna, e che invece toccano altri argomenti meno prevedibili”.

Il 2000 è anche l’anno di ‘Pinocchio’, un episodio singolare nella carriera dei Pooh, e quindi anche nella tua. In un certo senso, si è trattato di scrivere “su” una storia, non di scrivere una storia.

“Sì, ed è stato divertente, un’esperienza abbastanza nuova. Qui e là, nei testi miei di quelle canzoni - cinque su undici - mi è riuscito di infilarci degli spunti che mi paiono riusciti: come il ‘mi sento scricchiolare il cielo in testa’ di ‘Giuro’. In quel disco, che è un po’ un ibrido fra un concept album e la colonna sonora di un musical rock, ha trovato un suo posto preciso ‘Figli’, che era uno dei tre inediti del ‘Best of the best’ dell’anno prima. L’arrangiamento è diverso, ma il testo è quello, e mi pare ci stia bene in bocca a Geppetto: ‘Io vorrei seguirti lungo il tuo cammino senza far rumore, senza disturbare, col cappello e il giornale... Se dei miei consigli puoi già fare senza, sono quasi in pace con la mia coscienza’.

Parla un adulto, dunque, non un eterno ragazzo che vive storie d’amore una dopo l’altra. Potrebbe essere lo stesso uomo che in ‘Scusami’ (in ‘La grande festa’, 2004) dice alla ragazza assai più giovane: “Non c'è il tuo domani nel mio, cominceremmo solo un lunghissimo addio: che cosa mi perdo lo so ma io ti dico no” - un punto di vista non lontanissimo da quello di ‘Linda’, che pure è del 1976, quasi trent’anni prima.

“Ma certo, perché l’amore che racconto oggi non è più quello di quand’ero ragazzo. Del resto, sarebbe anche giusto scrivere canzoni per le persone di una certa età, non sempre rivolgersi ai teenagers. Poi, a volte c’è una componente autobiografica, a volte utilizzo l’osservazione delle vite degli altri: ma è naturale che oggi scriva di ciò che conosco e capisco meglio”.

Tu hai scritto anche per Caterina Caselli, Milva, Miguel Bosé, Eugenio Finardi (lo ricordavi prima), Lena Biolcati, le Lipstick.

“Per Miguel Bosè avrei continuato a scrivere volentieri, ma sorse un’incompatibilità ‘politica’, perché Miguel aveva come manager Maurizio Salvadori, e con Salvadori i Pooh avevano interrotto la collaborazione. Sarebbe stato vissuto come una specie di tradimento da parte mia. E Bosé è probabilmente l’interprete che, a parte i Pooh, mi ha dato le maggiori soddisfazioni, dal punto di vista della capacità di ‘entrare’ nei miei testi. Ma anche personalmente, la relazione con Miguel è stata molto positiva: un’ottima sintonia con una persona squisita, gentile, brava e svelta. Magari era meglio come ballerino che come cantante, ma indubbiamente è un artista onesto. Quella per Milva è stata un’esperienza del tutto dimenticabile, Finardi nel periodo in cui abbiamo lavorato insieme aveva molti problemi personali.”

Per quale voce ti piacerebbe scrivere testi?

“Dunque, Frank Sinatra è morto... mi piace Tiziano Ferro, e non mi dispiace Marco Masini”

Però l’interprete ideale dei tuoi testi rimane Roby Facchinetti?

“E’ anche quello col quale ho le maggiori affinità personali, e quindi in un certo senso è quello che è più vicino ai testi che scrivo. Però, attenzione: quando scrivo un testo, di solito mi viene data una musica su cui l’autore canta in finto inglese la melodia. E, così come se la musica è di Facchinetti la voce quella di Roby che canta in anglobergamasco, se la musica è di Canzian la voce è quella di Red, che canta in angloveneto, e se la musica è di Battaglia la voce è quella di Dodi, che canta in anglobolognese. Generalmente chi ha scritto il pezzo è anche chi lo canterà, e naturalmente il mio testo va anche dietro alle tonalità della voce”.

Se non erro, l’unica canzone dei Pooh che porta la firma di tutti e cinque (Facchinetti, Canzian, Battaglia, D’Orazio e Negrini) è ‘Cuore azzurro’, l'inno ufficiale della nazionale di calcio italiana ai Mondiali del 2006.

“Ma sì, un testo che ho scritto con barba e baffi finti, perché non ero molto dell’idea di scrivere una canzone d’occasione. Stefano e io abbiamo buttato giù delle idee, poi abbiamo messo insieme quello che suonava più convincente. Ma non è una canzone che metterei fra le mie preferite. Facchinetti e io abbiamo anche scritto l’inno dell’Atalanta... anzi, due inni dell’Atalanta: ‘Atalanta azzurra’, nel 1986. e ‘Dea’, nel 2007... ma li ha firmati lui! Io poi non sono nemmeno un tifoso di calcio...”

In ‘Wild track’ scrivevi: ‘l'm a lucky musician, I love all my songs’. Vale per te? Ami davvero tutte le tue canzoni?

“Mmmmhh... ma sì, diciamo di sì. Poi c’è quella che ami di più, quella che ami un po’ meno, e quella della quale magari non ti ricordi. Se hai cinquecento figli, è dura ricordarseli tutti...”

Le tue canzoni-figlie, secondo l’archivio SIAE, sono a oggi 377, da ‘Acqua dalla luna’ e ‘Zero, un minuto e poi...”. Qual è quella che ti rende di più?

“Difficile dirlo, bisognerebbe fare dei calcoli complicati, il flusso è fatto di mille rivoli, molto capillare... poi ci sono titoli misteriosi, come ‘Nel buio’, che io ho sempre creduto fosse una canzone dei Them intitolata ‘I looked into the mirror’, e invece in tutta la discografia dei Them non esiste. Quel pezzo lo facevano in serata i Nomadi, e altri complessi, in inglese: io ci ho fatto il testo italiano, mi han detto che la canzone era dei Them, ma nella discografia dei Them non esiste. Un pezzo che mi è caro è ‘Ci penserò domani’, ma sai, ci sono anche brani che magari non sento più da tempo, e quando mi capita di riascoltarli un po’ mi sorprendo, perché li trovo venuti bene. come ‘Dall’altra parte’, per esempio. Difficilmente mi capita con i grandi successi, anche perché quelli sono un po’ consumati dall’uso e dal riuso. Ce ne sono, di mie canzoni, che secondo me avrebbero meritato più attenzione, ma è andata così, che vuoi farci? E comunque ci sono anche testi dei quali adesso, a ripensarci, non vado orgoglioso.”

Fra quanti fanno il mestiere del - scusa il termine - ‘paroliere’, tu chi apprezzi?

“A parte alcuni cantautori, come Ivano Fossati, Francesco De Gregori, Francesco Guccini, a me piace molto Giancarlo Bigazzi: lui anzi in assoluto è quello che mi piace di più. Ma anche Claudio Baglioni ha scritto delle belle cose”.

Ai musicisti e ai produttori vengono inviati i demo delle canzoni. A te mandano mai dei testi da valutare?

“Sì, capita, ogni tanto mi mandano dei testi... ma quasi sempre sono immusicabili. Perché non è che basti scrivere una pseudopoesia per avere il testo di una canzone. Questo bisogna dirlo chiaro: scrivere un testo di canzone è una cosa diversa, e non è una cosa facile”.

Avere orecchio, per il tuo mestiere, conta?

“E’ molto importante. Secondo me uno che fa, come ci chiama la SIAE, l’ “autore della parte letteraria” - “poeta” è un po’ pretenzioso, “scrittore” è leggermente deviante - ‘deve’ avere orecchio. Anzi, secondo me per fare il mio mestiere dovrebbe essere quasi obbligatorio essere musicista. Infatti ci sono clamorosi esempi di poeti e scrittori grandissimi che hanno cercato di scrivere testi per canzoni e hanno scritto delle ciofeche immense, Perché un conto è scrivere benissimo, un conto è infilare la balena in una scatoletta di tonno, che è la nostra specialità; il fondo, il nostro mestiere è un po’ quello del copywriter, richiede capacità di sintesi e, di nuovo, orecchio”.

E se ti chiedessero di riscrivere il testo dell’Inno di Mameli?

“Prima chiederei che ne riscrivessero anche la musica!”

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