10 anni senza Joe Strummer: il ricordo e lo speciale di Rockol

10 anni senza Joe Strummer: il ricordo e lo speciale di Rockol

Aveva soltanto cinquant'anni, Joe Strummer, quando il 22 dicembre di dieci anni fa il suo cuore smise di battere nella sua casa di Broomfield, nel Somerset. Era appena rientrato da una passeggiata con il cane. Un commiato più consono a un lord di campagna o a un broker in pensione che a un punk rocker, forse. Eppure un addio spiazzante, brusco, improvviso come si addiceva alla sua personalità; un'uscita di scena nel pieno della vita e non uno spegnersi malinconico perché Strummer volava alto, in quei giorni. Era uscito a fatica dalla palude dei suoi "wilderness years", quel decennio a cavallo tra fine anni Ottanta e fine anni Novanta in cui sembrava aver perso il filo e il contatto col pubblico, lontano dall'azione se non per una manciata di singoli un po' sghangherati, un paio di colonne sonore e qualche surreale cameo in film di culto e a basso costo come "Walker" e "Straight to hell" di Alex Cox, "Mystery train" di Jim Jarmusch e "Ho affittato un killer" di Aki Kaurismäki, piccoli ruoli in cui interpretava se stesso o personaggi che gli assomigliavano molto.

Lontano dai palchi e dagli studi di registrazione, passeggiava irrequieto per le strade di Notting Hill o si ubriacava di sangria nei bar di Almeria: a chi gli chiedeva se fosse proprio lui, rispondeva enigmatico con un mezzo sorriso. La sua voce roca gracchiava ancora dai microfoni della BBC World Service conducendo gli ascoltatori sui sentieri delle musiche del mondo ma sembrava bruciato, emarginato, esiliato. E invece la riscossa, la rinascita, erano dietro l'angolo grazie anche all'entusiasmo e all'energia di una band di giovani musicisti, i Mescaleros, con cui aveva risalito la china fino a "Streetcore", l'album della nuova consacrazione uscito quando lui se n'era già andato e che ai posteri ha lasciato soprattutto una emozionante versione nuda e cruda della "Redemption song" di Bob Marley: la canzone-testamento che aveva anche inciso in duetto con l'altro grande Uomo in Nero, Johnny Cash.

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Era un tipo contraddittorio, Joe Mellor (il suo vero cognome). Estroverso e irascibile. Onesto al punto da riconoscere senza vergogna i debiti dei Clash nei confronti di maestri vicini e lontani ("Dite che i Green Day ci copiano? Noi all'inizio copiavamo tutto dai Ramones!": così sentenziò una notte dopo un concerto all'Atomic Bar di Milano, tra molte birre e molti spinelli). Consapevole del suo personaggio tanto da inventarsi un accento cockney e proletario da perfetto squatter, lui figlio di un funzionario diplomatico di stanza in India che aveva girato il mondo da bambino a seguito della famiglia e frequentato collegi "per ricchi". La sua biografia offre grandi traumi (il distacco forzato dai genitori; il suicidio nel 1970 del fratello maggiore David, simpatizzante della destra fascista inglese) e aneddoti curiosi (fece anche il becchino, prima di diventare musicista professionista), la sua formazione musicale pre-punk è un'immersione totale nel folk ("Woody", come Guthrie, fu il suo primo nome d'arte), nel rock'n'roll di Elvis, Eddie Cochran e Gene Vincent e nel rhythm & blues ai tempi dei 101ers, bastioni del pub rock londinese tra il 1974 e il '76, l'anno di nascita dei Clash. Si capì poi che il sodalizio con Paul Simonon, Topper Headon e Mick Jones (soprattutto con quest'ultimo, coautore con lui di quasi tutto il repertorio), sarebbe stato un'alchimia irripetibile. Dei Clash Jones era l'anima musicale e Strummer il leader spirituale, la loro somma era superiore al valore individuale: la controprova si ebbe quando, dopo sette anni sul tetto del mondo, dopo "The Clash" e "London calling", "Sandinista!" e "Combat rock", Joe licenziò Mick (pentendosene poi amaramente) per affidarsi al padre padrone Bernie Rhodes e naufagare nel tragico flop artistico di "Cut the crap". Tornati a collaborare ai tempi del secondo album dei Big Audio Dynamite di Jones, nel 1986, è bello e toccante che i due abbiano avuto modo di suonare un'ultima volta insieme a poco più di un mese dalla sua morte, nella loro Londra e per una giusta causa. Accadde il 15 novembre del 2002, a un benefit per i pompieri in sciopero alla Acton Town Hall, senza alcun preavviso: Jones, che stava tra il pubblico, venne convocato sul palco, si tolse il soprabito, imbracciò la chitarra ed entrò in scena per le tre canzoni finali del set, "Bankrobber", "White riot" e "London's burning".

Anarcoide ("Ignore alien orders", intimava un adesivo appiccicato sulla sua Telecaster nera e malconcia), convinto che il futuro fosse tutto da scrivere, sempre attratto dalle cose nuove e pericolose (la techno, i rave e l'ecstasy gli ricordavano la psichedelia dei Sixties), Strummer ha lasciato un'eredità duratura e insospettabile per un punk che aveva iniziato sputando rabbia e livore nel microfono prima di diventare una coscienza critica e terzomondista del movimento. Mai incline al nichilismo, ha saputo mettere in circolo sentimenti positivi, creare spirito di gruppo, solidarietà e senso di comunione, istigando iniziative meritevoli e concrete che vivono nella sua memoria (Strummerville, fondazione dedita all'organizzazione di festival e alla promozione di nuova musica; Future Forests, progetto di ripopolamento boschivo come piccola risposta privata al problema del riscaldamento globale). Per comprendere la scia di affetto che si è lasciato dietro basta ascoltare i racconti dei suoi "compagni di falò" nel bel film documentario dedicatogli da Julien Temple ("Joe Strummer - The future is unwritten", 2007). O aver visto il volto di Chrissie Hynde, annoiata dall'ennesima intervista di routine, sciogliersi in un sorriso aperto e sincero nel calore del suo ricordo e del funerale a Notting Hill, quel giorno piovoso di fine dicembre.

(am)



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