Plug In 2002: 'E' arrivato il momento di lavorare uniti', afferma Hillary Rosen

"In passato ci siamo arroccati ciascuno sulle proprie posizioni: c'è stata arroganza, c'è stata ignoranza e, forse, c'è stato anche il desiderio di prevalere sugli altri. Ma adesso basta. E' ora di unirci tutti insieme per la stessa causa: case discografiche, artisti, media, distributori, dettaglianti, istituzioni pubbliche, società di alta tecnologia.".
Comincia così l'appassionato appello di Hillary Rosen della RIAA, determinata ad ammettere quelle che definisce le colpe delle case discografiche per poi legittimarsi a mettere a nudo anche le defaillances delle altre parti in causa coinvolte nell'attuale crisi dell'industria musicale. "Anche se gli errori commessi dalla discografia possono essere comprensibili, purtroppo il risultato non cambia. Noi siamo condannati a un modello di business che è sempre stato e sempre rimarrà invisibile, fatto di assenza di marchio per noi e di investimenti devoluti a un altro marchio, l'artista; il fatto che sia difficile farlo percepire ai consumatori, però, non può essere una scusa per la nostra condotta del passato riguardo a Internet. Le esigenze e le abitudini dei consumatori si sono evolute, certo, ma continuano a volere una sola cosa: grande musica. La vogliono su più formati, vogliono l'intero catalogo, vogliono fare compilation senza sentirsi dei criminali. Noi dobbiamo ascoltarli".
Veterana del Plug In, Hillary Rosen smussa gli angoli che per forza di cose ne contraddistinguevano l'approccio barricadiero negli scorsi anni, e cerca di rendere un'analisi la più obiettiva possibile, con lo scopo di diffondere un appello a difendersi dalla crisi di mercato infilandosi tutti nella stessa trincea, evitando i personalismi che oggi il settore paga in termini di business. "E' comprensibile che a essere biasimati per tutto siano i discografici, ma per stare uniti oggi è necessario capire le reciproche posizioni e considerare che le istanze di ciascuno, spesso in netta contrapposizione, complicano la situazione. I dettaglianti, ad esempio, si oppongono con ogni mezzo a privilegiare il decollo della musica online, desiderano che sia venduta a condizioni peggiori. I titolari delle edizioni hanno i loro problemi e sono riluttanti a innovare la loro materia. E che dire degli artisti? E' ovvio che nessuno di noi sarebbe qui senza di loro, che sono la linfa vitale di questa industria. Ma è anche corretto notare come qualcuno di essi ha strumentalizzato la situazione durante questa fase di transizione e trasformazione. Credo sinceramente che, ogni volta che un artista si scaglia pubblicamente contro la sua etichetta per rivendicare condizioni migliori e ottenere anticipi da cui è poi difficile rientrare, colpevolizzando senza mezzi termini la casa discografica per tutto quanto accade, indirettamente dia una giustificazione a ogni suo fan che prelevi gratuitamente un suo brano".
Cosa devono fare le case discografiche, per fornire il loro contributo? "Incentivare e accelerare il 'cross licensing', lavorare su modelli di business alternativi e sostenibili, mettere a disposizione il loro catalogo, promuovere maggiore trasparenza nei contratti con gli artisti. Va ricostruita da capo la fiducia in tutto l'ambiente, con la consapevolezza che nel breve periodo soffriremo una contrazione per risorgere nel medio termine; ma oggi serve creare cultura intorno al valore della musica". Come? "Con l'aiuto, la saggezza e il supporto di voi tutti. Il successo è possibile, siamo ottimisti!".
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