Janis Ian: 'I download gratuiti aiutano gli artisti'. Ed è polemica

Qualcuno, almeno tra i lettori meno giovani, ricorderà il nome di Janis Ian, cantautrice enfant prodige che dal Greenwich Village newyorkese degli anni ’60 venne catapultata ad improvvisa fama nazionale grazie a “Society’s child”, una delle prime canzoni pop ad affrontare l’argomento spinoso dei rapporti sentimentali interrazziali (tema, all’epoca, tanto più scandaloso perché interpretato da una adolescente di 15 anni). Dopo quel botto la sua fu una carriera tutta in salita, squarciata nel 1975 da un’altra hit, “At seventeen”, e da un album da un milione di copie (“Between the lines”) e per il resto vissuta ai margini del music business, soprattutto dopo il “licenziamento” da parte della Columbia avvenuto nei primi anni ’80.
Come molti altri artisti di talento della sua generazione, la minuta songwriter di origini ebree ha continuato a far dischi e concerti per un pubblico ristretto ma fedele di aficionados, conservando dalla sua posizione decentrata uno sguardo lucido e attento sulle vicende turbolente del mondo musicale di questi anni. Che ora ha espresso approfonditamente in un lungo, provocatorio e stimolante articolo pubblicato in origine dalla rivista specializzata Performing Songwriter Magazine e in seguito postato sul suo sito Internet (vi invitiamo caldamente a leggerlo per esteso, l’indirizzo è www.janisian.com). Risultato: le sue pubbliche riflessioni hanno scatenato un dibattito nell’establishment musicale americano, provocando le immediate reazioni sia dell’associazione nazionale dei discografici RIAA, Recording Industry Association of America, che della NARAS (National Academy of Recording Arts and Science), l’ente che ogni anno organizza i Grammy Awards. Strano, per un’artista lontana dai riflettori che accompagnano ogni mossa e parola proferita dalle star miliardarie che fanno da portavoce alla Recording Artists Coalition: segno però che la Ian ha pizzicato un nervo scoperto dell’industria, facendo conoscere il punto di vista di migliaia di artisti di cui la discografia si erge a paladina, in epoca di “ruberie” digitali, dopo averli volontariamente estromessi dal giro che conta.
Sul tema della musica on-line e dei download gratuiti, lo si sarà capito, la cantautrice americana la pensa molto diversamente dai suoi ex datori di lavoro: il file sharing,, sostiene nel suo articolo, è una manna per tutti quegli artisti che non hanno modo altrimenti di comunicare e rendersi visibili al pubblico. E, aggiunge, quella dei danni irreparabili provocati dalla pirateria digitale è una montatura “isterica” di chi – le case discografiche – dovrebbe invece battersi il petto per il crollo subìto dalle vendite.
Naras e RIAA l’hanno intercettata via mail e telefono coprendola di sondaggi, statistiche e dichiarazioni che individuano nella copia gratuita il male (neppure oscuro) della musica del terzo millennio. Ma la Ian continua a dissentire citando il caso che conosce meglio, il suo: e conferma che, ai tempi in cui Napster funzionava a pieno regime, il suo sito riceveva non meno di 100 richieste di informazioni al mese da parte di curiosi che avevano fatto la conoscenza dei suoi vecchi hit proprio scaricandoli da Internet. Di questi 100 neofiti, aggiunge la cinquantunenne musicista, in media almeno 15 hanno in seguito comprato i suoi CD dal sito. Bruscolini? “Fanno 2.700 dollari all’anno”, replica lei, “che nei miei libri contabili sono un sacco di soldi. Senza contare chi ha comprato i dischi nei negozi, o è venuto ad ascoltarmi dal vivo”.
“La Naras si inalbera dicendo che i download gratuiti costano soldi anche a me?”, opina ancora la Ian. “Io so solo una cosa: se un dirigente di una casa discografica mi dice che dovrei sostenere le sue battaglie perché mi frutteranno più denaro, io comincio a toccarmi il portafoglio per essere sicura che non manchi niente”: e procede ad elencare i vincoli contrattuali che impediscono agli artisti, anche una volta che i loro contratti sono estinti e i loro dischi mandati al macero, di recuperare la proprietà delle loro vecchie canzoni. “La maggior parte dei download”, sostiene la Ian, “sono fatti da persone che vogliono farsi un’idea della proposta di un artista senza dover spendere 16 dollari in un negozio. Il vero problema di ognuno di noi – aggiunge – è di avere esposizione: senza di quella nessuno viene ai concerti, nessuno compra i CD e nessuno ti permette di guadagnarti da vivere facendo il mestiere che ami. Così, se qualcuno mi scrive che è venuto ad un mio concerto perché ha scaricato una mia canzone da Internet io ne sono ben felice”.
Si può essere o non essere d’accordo con lei, quando dice che sono state le politiche artistiche delle case discografiche e le playlist delle radio commerciali a rovinare il mercato. Ma intanto sul tema della musica on-line il suo resta uno dei pochissimi pareri, fino ad oggi, espressi con cognizione di causa e senza ricorrere ai soliti clichés triti e ritriti che hanno accompagnato in questi anni il dibattito su download gratuito e diritto d’autore. Su una cosa, almeno, è difficile dissentire: l’industria discografica può parlare – talvolta - in nome delle sue star più vezzeggiate o dei “nuovi talenti” pompati a suon di milioni di dollari (o di euro). Ma gli altri – quelli che, come ricorda la Ian, in TV o sui tavoli dei programmatori radiofonici non ci arrivano mai - beh, li ha lasciati da tempo a sbrigarsela da soli, e non può pretendere oggi di rappresentarne gli interessi e i punti di vista. Non sono tutti scomparsi, come qualcuno forse credeva: c’è vita, oltre le corporation del disco.
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