Studio universitario in Usa: streaming molto più redditizio della radio

Studio universitario in Usa: streaming molto più redditizio della radio

A dispetto di quanto proclamano società come Vevo e Spotify (che recentemente hanno dichiarato di avere versato centinaia di milioni di dollari ad artisti e case discografiche per i diritti di riproduzione del loro repertorio), la comunità musicale continua a lamentare l'esiguità delle royalty incassate dai servizi di streaming. In soccorso di questi ultimi arriva ora uno studio a cura del professore David Touve, assistente di Business Administration alla Washington and Lee University di Lexington, Virginia, che ha messo a confronto le somme erogate dalle piattaforme digitali con gli incassi generati dall'emittenza radiofonica tradizionale. Analizzando il mercato inglese (negli Stati Uniti, come noto, le radio via etere non pagano i diritti di pubblica esecuzione), Touve ha concluso che il tasso di royalty è proporzionalmente molto più alto nei servizi di streaming di quanto sia nelle emittenti: i suoi calcoli fissano il valore economico per ascoltatore di un singolo "passaggio" in radio a 0,00012 dollari, un trentaseiesimo della cifra media pagata pro ascoltatore da Spotify (0 ,0042 dollari) e un decimo della royalty versata da un Webcaster "puro" come Pandora (0,0011 dollari).

Sembrerebbe di poter concludere, dunque, che il passaggio graduale dall'ascolto della radio a quello dei servizi di streaming digitale possa risultare economicamente redditizio per l'industria discografica e gli artisti. Ma, come ricorda Glenn Peoples su Billboard.biz, ci sono almeno un paio di considerazioni da fare: la prima è che case discografiche e artisti, abituati a considerare le radio alla stregua di un supporto e un alleato promozionale, scorgono ancora in società come Spotify una minaccia potenziale alla vendita di musica registrata in formato fisico e digitale (su iTunes, Amazon MP3 e le altre piattaforme di download); la seconda è che gli stessi servizi di streaming si stanno battendo per ridurre le royalty, a loro modo di vedere talmente alte da soffocarne sul nascere ogni possibilità di crescita e da mettere a repentaglio la sostenibilità stessa del modello di business. E mentre proprio Daniel Ek di Spotify ha dichiarato di recente di essere soddisfatto degli accordi economici raggiunti con le etichette, David Pakman della società di venture capital Venrock (ed ex amministratore delegato di eMusic) ha sostenuto davanti alla sottocommissione parlamentare americana per la Proprietà Intellettuale, la Concorrenza e Internet che le royalty versate all'industria rendono improbabile una gestione economicamente redditizia delle imprese digitali che operano nel settore musicale (almeno fino a quando queste ultime avranno raggiunto certe dimensioni di scala sul mercato mondiale).

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