Name: come una cellula impazzita

Name: come una cellula impazzita
Se fossero americani e con qualche vestito selvaggio indosso, forse i Name sarebbero già famosi, verrebbe da pensare ascoltando il disco d’esordio del gruppo milanese, o meglio, “di Milano e dintorni”, come precisano subito Alex e Brandoni alla loro prima intervista. Eppure i Name, con un primo omonimo album realizzato con tanta dedizione suonandolo e provandolo in studio infinite volte, sono ragazzi normali, di quelli che per certi versi potrebbero risultare quasi anonimi. Poi ti dicono, con fare sincero, che si sono dedicati anima e corpo al progetto, rifiutando più di un’offerta per poter andare avanti senza cedere ai compromessi, vedendosi portare via del tempo prezioso da un lavoro in ufficio, “perché, come tutti, per vivere bisogna avere i soldi”. E allora non puoi che ascoltarli raccontare con attenzione, un po’ imbarazzati, di quanto la fatica non conti quando stai realizzando il tuo sogno. I Name hanno realizzato un loro sogno, anche se gli ostacoli sono stati molti, e molti ancora saranno: “Ci stiamo praticamente ‘autoproducendo’”, spiega Bandoni con un sorriso. “Stiamo realizzando un sito Internet e presto, speriamo, faremo anche dei concerti. Il nostro disco è frutto dell’impegno di un gruppo che suona insieme da diversi anni e che ha avuto la pretesa, e di questo ne siamo felici, di realizzare un disco in inglese. Abbiamo questa sfacciataggine, se così si può chiamare, di essere sereni, anche se siamo coscienti dei problemi che potrebbero sorgere nei confronti di un prodotto simile”. In effetti non molte case discografiche sarebbero disposte a promuovere un album di quattro ragazzi “italianissimi”, come si legge nel comunicato stampa, che suonano puro rock su un cantato tutto al femminile e tutto in inglese. ”Abbiamo molto e poco da dire al tempo stesso sull’utilizzo della lingua inglese per le nostre composizioni”, esclamano contemporaneamente Alex e Bandoni. “Non siamo animali da intervista perché per noi è tutto molto semplice e naturale, non abbiamo preconcetti e soprattutto parliamo molto poco, tra di noi, di musica. Per noi l’importante è suonare, anche se è stato difficile. Purtroppo l’inglese è la lingua migliore per la composizione, ha un ottimo suono, ma possiamo capire che molti, soprattutto in Italia, facciano fatica ad accettarlo. Ormai suoniamo da cinque anni, abbiamo avuto altre esperienze in gruppi diversi e con altri musicisti, e abbiamo capito ciò che vogliamo fare, anche se lasciamo aperta ogni strada. Potremmo anche darci alla sperimentazione, o cantare in italiano, non si sa mai”. Anche se “Name” è una raccolta di brani suonati in modo tradizionale senza troppi espedienti tecnologici, come dimostra l’orecchiabile singolo “La”, nel disco ad un certo punto si è sentito il bisogno di una voce forte, calda, e aggressiva. Come una cellula impazzita: “Tutto è cominciato tra amici, come uno sfogo. Era un’oasi per rilassarsi e divertirsi. Suonavamo cover. Poi abbiamo trovato Michela e la cosa è diventata seria. Stravolgevamo brani dei Beatles e di altri gruppi famosi, trasformando le canzoni, come abbiamo fatto nel nostro disco con ‘Eleanor Rigby’, in canzoni punk o rock. E’ stata dura perché molte etichette, anche delle major, erano interessate al lato musicale del progetto, non tanto al cantato inglese. Ma noi siamo fieri di essere andati avanti e aver realizzato questo disco”. Quando “Name” è uscito, però, Michela, Claudio, Alex e Brandoni si sono lasciati andare, stemperando le ansie da debutto: “Non abbiamo dei punti di riferimenti fissi, per quello che facciamo, e questo è molto importante”, spiega Brandoni. “Ci riflettevo proprio oggi, chiedendomi quale fosse il nostro messaggio e che cosa avremmo potuto dire durante un’intervista come questa. Possiamo piacere oppure no, però credo che il nostro gruppo abbia carattere e possa emergere dalla scena tipica del rock italiano. Non vogliamo essere gli ‘U2 italiani’ o i ‘Red Hot Chili Peppers italiani’. Quando scriviamo ci sentiamo liberi, e lo facciamo in modo libero. Adesso siamo contenti del risultato. Così, per festeggiare, ci siamo accesi un sigaro. E’ un rito tutto nostro”.
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