Prospettive del digitale in Italia: Rockol intervista Enzo Mazza (FIMI) (3)

Prospettive del digitale in Italia: Rockol intervista Enzo Mazza (FIMI) (3)



Leggi qui la prima parte dell'intervista

Leggi qui la seconda parte dell'intervista

La gratuità della musica è un rischio per l'industria?

Il rischio lo stanno correndo soprattutto l'editoria e i quotidiani, che hanno messo i contenuti a disposizione gratuitamente ma che ora, con la crisi dei consumi e il calo drastico delle vendite dei giornali cartacei, si trovano di fronte alla prospettiva di imporre un accesso a pagamento con la probabile conseguenza di una emorragia di lettori. L'accesso a YouTube è gratuito, è vero, ma il produttore non lo percepisce così nel momento in cui ha la possibilità di partecipare alla spartizione dei ricavi pubblicitari e del denaro messo in circolo da sponsorizzazioni e operazioni di co-branding.

E' un vantaggio, per l'industria, la coesistenza di diversi modelli di business?

Sì, e ce lo insegnano le imprese tecnologiche che stanno investendo sulla musica: bisogna presidiare tutte le aree di consumo, e la musica è un elemento fondamentale di quel presidio qualunque sia il prodotto venduto. Una delle prospettive più promettenti per il futuro è rappresentata dalla possibilità di ascoltare musica nell'abitacolo dell'automobile, sempre connesso a Internet grazie alle reti di quarta generazione. Quello diventerà uno degli elementi di massima competizione tra le case automobilistiche nei prossimi anni.

Torniamo al punto di partenza, l'agenda digitale. A che punto siamo?

Ho incontrato di recente il presidente dell'Agcom Cardani, il progetto è di andare avanti con il regolamento promuovendo i contenuti legali in rete. L'agenda digitale è attualmente al vaglio del Parlamento. Noi, come Confindustria Cultura, abbiamo promosso una serie di emendamenti che suggeriscono incentivi alle piattaforme di e-commerce e alle start up che diffondono contenuti. Ma è essenziale anche tutelare le piattaforme legittime, che non possono trovarsi a concorrere con siti illegali finanziati dalla pubblicità: non basta colpire direttamente questi ultimi, bisogna anche segnalare alle aziende che fanno pubblicità su quei portali che stanno commettendo un grave atto di concorrenza sleale. Quando l'agenzia che compra gli spazi pubblicitari inserisce tra clienti un sito illegale, può capitare il paradosso di trovarci il banner pubblicitario di una piattaforma legale...

E' un tema spinoso e poco popolare: l'opinione pubblica è decisamente ostile al rischio, vero o presunto, di vedere limitata la sua libertà di espressione.

Questo è il grave errore in cui cascano regolarmente anche i politici, svelti ad annusare il vento che tira sul fronte del Web. Se la rete è per il contenuto libero e gratuito il politico si spaventa e si schiera dalla sua parte: come è avvenuto in occasione del fallimento Agcom, quando Calabrò all'ultimo momento ha alzato le mani e si è dichiarato impotente.

La formula del Creative Commons e dei diritti limitati non sembra campata in aria.

No, non lo è. Tante questioni relative all'accesso libero ai contenuti e alla possibilità di farne uso per scopi non commerciali, ad esempio associandoli a quelli generati dall'utente, sono state risolte all'interno del sistema normativo vigente e proprio nell'ambito del settore musicale: il fatto che oggi le case discografiche cerchino di monetizzare i video user generated di YouTube invece di rimuoverli è l'esempio del fatto che molte cose si possono risolvere nell'ambito dell'attuale sistema. Come industria discografica abbiamo anche appoggiato la direttiva sulle opere orfane, che consente di liberare determinati contenuti per usi non commerciali. Personalmente ritengo che l'apertura agli usi personali finirà anche per favorire lo sviluppo del nostro mercato. Dicendo sempre di no si finisce per incentivare gli abusi. Anche la concessione di licenze a costi molto ridotti - ad esempio a chi intende rimissare un brano musicale e distribuirlo tra la propria cerchia di amici - può generare monetizzazioni. Si tratta ovviamente di negoziare con le piattaforme: chi avrebbe immaginato, qualche tempo fa, che sulla mia pagina Facebook avrei potuto pubblicare legalmente musica, embeddando i brani di Spotify o di Deezer e organizzando le playlist con i miei artisti preferiti?

Il fatto che la strategia antipirateria dell'industria abbia cambiato obiettivo, orientandosi sui siti e sulla rimozione dei contenuti, significa che è stato un errore colpire i singoli file sharer?

No, è il mercato che è cambiato. Quella strategia nacque in un periodo in cui il 90 per cento della pirateria consisteva nello scambio di contenuti tra gli utenti. Oggi il fenomeno del peer-to-peer e di siti come eMule si è ridotto al minimo ed è stato soppiantato dal fenomeno Torrent, da piattaforme come MegaUpload: che si combattono colpendo alla fonte e minandone i ricavi, la pubblicità, gli investimenti. L'imperativo, che abbiamo messo in pratica anche con FPM, è "follow the money". Molti di questi siti vivono anche grazie all'offerte: eliminandone le possibilità di finanziamento, anche grazie agli accordi siglati con PayPal e con i gestori delle carte di credito, finiscono per morire.

Però MegaUpload e The Pirate Bay continuano a rinascere dalle loro ceneri: con il cloud, sostengono, diventeranno imprendibili.

Sicuramente il cloud è uno strumento positivo perché permette di accedere ovunque ai contenuti: d'altra parte è un problema perché elimina il luogo fisico, il provider da colpire. Questa è una sfida che non riguarda solo la discografia ma investe anche i temi del cyber crime e della violazione della privacy. Le forze dell'ordine, da quel che ne sappiamo, si stanno organizzando... Ma la battaglia tra guardie e ladri, lo sappiamo, è destinata a ripetersi all'infinito. La pirateria non si può eliminare del tutto. Il più grosso errore, con il senno di poi, è stato quello di non guardare a Napster come al primo potenziale alleato con cui raggiungere un accordo. All'epoca il settore probabilmente non era maturo come lo è diventato quando è nato YouTube.

Ma se questo è il nuovo scenario, una struttura come l'Hadopi francese non è superata dai tempi?

Anche quello è un sistema nato in un determinato momento storico, quando in Francia esplodeva il fenomeno della condivisione dei file illegali. Si cercò di trovare la soluzione a quel problema, ma le tecnologie avanzano così in fretta che nel momento in cui l'Hadopi venne messa a regime anche lì la pirateria si spostò sul Torrent: tanto che oggi il sistema deve essere rivisto anche dal punto di vista operativo. Ogni volta si tratta di rianalizzare la situazione e di intervenire tempestivamente. Caso forse unico in Europa, in Italia i blocchi a The Pirate Bay e a BtJunkie hanno avuto un effetto visibile. E complessivamente il fenomeno della pirateria è stato contenuto, non è cresciuto: come un anno fa riguarda il 23 per cento degli utenti di Internet, mentre ai tempi di eMule si toccava il 30 per cento.

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