Francesco Guccini, il suo ultimo album sarà l'ultimo davvero

Francesco Guccini, il suo ultimo album sarà l'ultimo davvero

L’incontro con Francesco Guccini, a Milano per presentare il suo ultimo (“ultimo” in entrambi i sensi) disco “L’ultima Thule”, si sarebbe potuto concludere gloriosamente dopo la prima domanda e la prima risposta.
La domanda: “Ma come si fa, quando si è ancora capaci di scrivere canzoni come queste, a decidere di smettere?”
La risposta: “Meglio smettere quando si è ancora capaci”.
Una frase colma di saggezza e lucidità, orgoglio e consapevolezza. Doti che a Francesco Guccini non sono certo mancate, in quasi cinquant’anni di carriera da cantautore. A ribadire il concetto, un’altra domanda e un’altra risposta:
“Ma non pensi al dispiacere delle persone che non potranno più assistere a un tuo concerto?”
“Penso che non si suiciderà nessuno, se ne faranno una ragione”.
Già, perché Guccini ha anche deciso che non terrà più concerti. “E non ci sarà un finale col botto, meglio chiudere in silenzio”.
(Nessuno ha voluto, a questo punto, ricordare pubblicamente esempi recenti di altri cantautori che in circostanze analoghe hanno scelto modalità del tutto diverse).
La conversazione con Guccini si è svolta, atipicamente per le consuetudini, non a tavola, magari allo storico Brelìn dei Navigli milanesi, ma in una situazione al tempo stesso più “professionale” e più singolare. L’artista a un tavolo, con il microfono; i giornalisti seduti a un gruppo di tavolini collocati in una fantastica sala da ballo anni Cinquanta/Sessanta del quartiere di Porta Venezia, a Milano, inserita negli spazi - probabilmente rimasti pressoché uguali a se stessi da cinquant’anni - di un Circolo Combattenti e Reduci.
Ci sarebbe stato da scherzarci su parecchio, se Guccini avesse avuto voglia di farlo, come l’abbiamo visto più volte aver voglia. Invece Guccini non ne aveva granché, di voglia di scherzare: a dispetto della saggezza, chiudere una lunga e importante fase della propria vita è una scelta onerosa.


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“Avevo deciso che questo sarebbe stato l’ultimo disco, e mantengo l’impegno. Dall’ultimo mio disco di canzoni inedite a oggi sono passati otto anni; otto anni per scrivere queste otto nuove canzoni. La capacità produttiva è troppo rallentata per pensare che ci possa essere ancora un altro disco. E nemmeno penso a scrivere canzoni per altri; da troppo tempo le mie canzoni, a parte qualche sporadico esempio, non le vuole più nessuno”.
Delle otto canzoni di “L’ultima Thule”, tre sono firmate dal solo Guccini, tre da Guccini con il chitarrista Flaco Biondini, una da Guccini con Beppe Dati e Marco Fontana (come già “Cristoforo Colombo” in “Ritratti”) e una da Guccini con Cristian Grassili e Gaspare Palmieri. Grassilli e Palmieri sono uno psicoterapeuta e uno psichiatra, cantautori per diletto, che nel 2010 hanno pubblicato un libro più Cd intitolato “La Psicantria” (la prefazione, vedi caso, è firmata da Francesco Guccini). La psicantria è una modalità musicoterapica teorizzata dai due, il bolognese Grassilli e il modenese Palmieri (quest’ultimo aveva già pubblicato nel 2008 un Cd intitolato “Cervelli in fuga”), che nel loro album in coppia dalla copertina ispirata a “Sgt Pepper’s” avevano registrato canzoni come “Jessica l’anoressica”, “Cara depressao”, “Il cowboy bipolare (per un pugno di litio)” e “Funky fobico”.
“Quei due mi hanno portato una canzone che si intitolava ‘Giorni’, ci abbiamo messo mano ed è diventata ‘Notti’” ha spiegato Francesco. Che, a domanda, ha risposto:
“Ormai di musica non ne ascolto più, solo qualcosa in macchina quando mia moglie infila un Cd nel lettore e non riesco a costringerla a toglierlo”.
Nella quieta vita che conduce da più di dieci anni sulle montagne fra Bologna e Pistoia, nella Pàvana della sua infanzia, Guccini coltiva l’interesse, che è passione, per la lettura (“giornata tipo: mi alzo verso le dieci e mezza, faccio colazione, leggo i giornali, pranzo, dopopranzo se sono stanco faccio un pisolino, il pomeriggio leggo, ceno e poi riprendo a leggere”) e per la scrittura: ha in preparazione un nuovo libro con il suo coautore Loriano Macchiavelli.
“Quando ancora abitavo in città, passavo tutte le sere con gli amici a giocare a carte fino alle tre, le quattro di notte. A Pàvana la vita notturna è quello che è, come potete immaginare...”.
Insomma: l’età, qualche acciacco di salute, la vita a Pàvana, il pensiero degli amici persi per strada (il nome di Renzo Fantini non è pronunciato, ma il ricordo dello storico manager di Guccini, scomparso nel 2010, aleggia fra tutti i presenti che l’hanno conosciuto): una serie di concause che hanno contribuito a consolidare la decisione di Guccini di lasciare la canzone.
Delle qualità del disco diremo altrove. Qui salutiamo, con il rispetto e (se permettete) con l’affetto che merita, un signore che è stato protagonista di cinque decenni della storia della canzone italiana, e che speriamo di incontrare di nuovo, e stavolta per parlare solo di libri, abbastanza spesso. Finché saremo vivi: “non dico vivi a tempo pieno, ma insomma...”.
(fz)
 

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