Prospettive del digitale in Italia: Rockol intervista Enzo Mazza (FIMI) (2)

Prospettive del digitale in Italia: Rockol intervista Enzo Mazza (FIMI) (2)

Leggi qui la prima parte dell'intervista


 

 

 

Accesso o possesso: è questo il dilemma?

Che in futuro si finisca per accedere a un contenuto senza più possederlo mi sembra un fatto inevitabile, non solo nella musica ma anche nel cinema e negli altri contenuti di intrattenimento. Anche il cloud è una fase di passaggio. Immagino che, con le nuove reti di quarta generazione, ognuno di noi potrà avere una password crittografata nel telefonino e grazie a quella accedere istantaneamente alla sua playlist di iTunes, alla sua pagina Facebook, ai videoclip preferiti e così via. Quando si è fuori casa, e anche dal televisore dell'albergo...Con l'evoluzione delle reti 4G, questo potrebbe succedere in quattro o cinque anni.

Martin Mills del Beggars Group, Impala, Merlin ma anche altri operatori e associazioni indipendenti ritengono che la fusione tra Universal ed EMI sia una iattura per la concorrenza sul mercato digitale e per la libertà di scelta del consumatore.

Gli effetti delle fusioni non si possono misurare in maniera preventiva. Sicuramente, oggi, le barriere all'entrata sul mercato digitale si sono ridotte ampiamente. Penso all'ultima edizione di HitWeek negli Stati Uniti, e a come è diventato molto più semplice organizzare una presenza discografica sul territorio. Per promuovere una settimana di musica italiana a Miami, qualche tempo fa, avremmo dovuto affrontare costi rilevanti e difficoltà notevoli: sarebbe stato necessario prendere accordi con un distributore fisico che garantisse la presenza dei Cd nei negozi della città. Ora, invece, il repertorio dei Negrita e dei Subsonica è disponibile su tutte le piattaforme, comprese quelle che non operano in Italia: su Pandora, su Spotify, su Rhapsody e su iTunes, mentre su Amazon America si possono acquistare i loro dischi anche in formato fisico. Anche per le etichette indipendenti questa è un'opportunità che prima non esisteva. Il problema, semmai, sta nel possibile moltiplicarsi dei costi di promozione e di comunicazione. Una volta bastavano radio e televisioni, oggi bisogna essere presenti su YouTube e su Facebook, essere attivi nelle campagne online perché il paradosso è che posso riempire tutti i negozi del mondo con il mio prodotto ma magari la gente non lo viene a sapere. Questo è uno dei motivi per cui, dopo che la si è data per morta, la discografia viene di nuovo percepita come un partner importante: penso al caso di artisti come Trent Reznor, tornati nell'orbita di una major.

Ce ne sono tanti altri, però, che dalla fuoriuscita dal circuito discografico tradizionale hanno tratto solo benefici ...

Dipende dal tipo di artista e dalle sue ambizioni. C'è una teoria americana secondo cui bastano 1000 fan a un artista per vivere della sua professione, purché quel pubblico compri tutti i suoi dischi e il suo merchandising e vada ai suoi concerti.

A dispetto della molteplicità delle offerte digitali disponibili, è ancora iTunes a dettare le regole sul mercato. O no?

In parte è ancora così, considerando il fatto che in Italia iTunes controlla ancora circa l'80 per cento del mercato digitale. Ma i nostri dati dicono che i suoi ricavi a breve verranno raggiunti da quelli di YouTube, che di fatto è già la seconda piattaforma in termini di introiti per l'industria italiana.

Negli Stati Uniti, intanto, impazza la guerra delle royalty con servizi come Pandora: 125 artisti hanno firmato una lettera aperta con cui invocano di non ridurre i costi delle licenze, mentre le Internet radio si lamentano che proprio quel costo, troppo elevato, non permette loro di generare profitti.

Artisti e case discografiche, d'altra parte, si lamentano di ricevere troppo poco, un centesimo a click. E' evidente che è necessario trovare un compromesso. Ma bisogna ammettere che stavolta l'industria discografica ha adottato da subito una visione più lungimirante rispetto a quella che ebbe nei primi anni '80, quando regalò la propria musica a Mtv permettendole di costruirsi un impero economico, e solo in un secondo momento cominciò a rivendicare dei diritti. Lo stesso è accaduto nei confronti delle emittenti radiofoniche. Stavolta, con YouTube, si è cominciato subito a negoziare non accontentandosi di avere in cambio un appoggio promozionale. Non è stato commesso lo stesso errore, si è capito che tutte le fonti di ricavo sono importanti. L'approccio basato sulla cessione gratuita di repertorio in cambio di promozione non è più un elemento della strategia dell'industria.

L'Italia è anche uno dei Paesi che più "consuma" video su YouTube.

E la ragione è che il nostro è sempre stato un Paese orientato al consumo televisivo. Da noi YouTube è visto come un'alternativa alla televisione, anche se la musica resta uno dei suoi contenuti principali.

Siamo consumatori altrettanto forti di telefonia cellulare...

Abbiamo 48 milioni di utenti di telefonia mobile. Come dicevo, la vera rivoluzione nel nostro Paese si verificherà con lo swtich-off completo dai cellulari tradizionale allo smartphone e al tablet: la comparsa sui telefonini delle icone delle maggiori piattaforme musicali, o di Vevo, YouTube e iTunes sulle smart tv, apre grandi prospettive alla discografia: il consumatore avrà la possibilità immediata di utilizzare questi servizi. Per questo sostengo che il problema della pirateria, in parte, si risolverà naturalmente con l'aumentare dell'offerta. Chi nasce con un tablet in mano si sente invogliato ad accedere ai siti legali.

Negli Stati Uniti editori musicali come Sony/ATV ed etichette discografiche come la Big Machine di Taylor Swift hanno deciso di scavalcare le agenzie di collecting per negoziare direttamente con gli utilizzatori la cessione delle licenze.

Ecco perché un ente come SCF oggi si trova di fronte a una grande sfida. Bisogna essere bravi a ripartire quanto incassato con la massima velocità. In Europa è stata emanata una direttiva sulle collecting societies perché secondo le autorità europpe tutti gli enti - quelli degli autori, dei produttori discografici, degli artisti - non ripartiscono in maniera soddisfacente. Oggi stiamo ripartendo diritti relativi al 2008, è così che funziona ovunque: il momento della ripartizione è tuttora molto distante dal momento del consumo, in prospettiva bisognerà arrivare a distanza di sei mesi. Non ha senso che un'azienda che ha piazzato un successo nel 2008 ne incassi i guadagni nel 2012, soprattutto se quell'etichetta ha realizzato un grande exploit ma non può contare su una base di successi continuativi. La negoziazione diretta è magari una scelta miope, concentrata soltanto sui maggiori utilizzatori, ma consente di incassare subito. La missione delle società di collecting, invece, è quella di presidiare anche l'ultimo parrucchiere che utilizza la tua musica nel suo esercizio commerciale.

 

Leggi qui la terza parte dell'intervista

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