Jovanotti fa il "Backup" di venticinque anni di carriera

Jovanotti fa il "Backup" di venticinque anni di carriera

Un incontro con Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, è sempre un po’ una festa. Merito suo, che non manca mai di dimostrare grande entusiasmo per ogni nuovo progetto che racconta ai media; anche se c’è sempre qualcuno che cerca di guastare la festa tirandolo per la giacchetta per farlo parlare d’altro che non sia la musica. Niente di male, intendiamoci (e del resto non è che Lorenzo si faccia troppo pregare, anche se alla prima sollecitazione del solito furbetto - “ti senti anche tu un ‘usato sicuro’?” ha sorriso e non ha raccolto); se non fosse che, poi, le sue dichiarazioni extramusicali vengono prontamente strumentalizzate, e che, soprattutto, interrompere Lorenzo mentre parla di musica e dice cose interessanti - ve ne riferirò più avanti - è davvero un gran peccato.
Comunque. Oggi Jovanotti era a Milano, arrivato appositamente da New York, città in cui si è trasferito provvisoriamente tempo fa, per chiacchierare di “Backup 1987-2012”. Che non è propriamente una raccolta di successi, ma un progetto discografico disponibile in digital download e in tre versioni “fisiche”: Standard, con due Cd; Deluxe, con quattro Cd; Megabox, con sette Cd, due DVD (uno con le più significative apparizioni televisive e uno con tutti i videoclip dagli inizi a oggi), un libro fotografico e un racconto autobiografico (“Gratitude”) firmato da Jovanotti. “Backup” nella versione Megabox è un oggetto bellissimo, con immagini di copertina di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari e grafica a cura di Sergio Pappalettera, che contiene 93 canzoni di cui 9 inedite e 4 rielaborate, 30 remix e una chiavetta USB con 600 brani - l’intera discografia di Jovanotti dal 1987 ad oggi.
Non è, come ha detto Lorenzo sull’onda dell’entusiasmo (perdonabile: ha premesso “forse”) e come ripeterà pedissequamente qualche collega (meno perdonabile) “la prima volta nel mondo” che l’intera discografia di un artista viene resa disponibile in una chiavetta USB: nel 2009 la Apple (intesa come etichetta discografica) mise in vendita una chiavetta USB a forma di mela contenente tutto il repertorio dei Beatles in due formati, l’abituale MP3 e il 24 bit FLAC audio.
Ma, insomma, considerando che “Backup Megabox” costa meno di cento euro, con tutto quello che c’è dentro, in sostanza la chiavetta USB è un gentile omaggio: ed un modo interessante e propositivo per ricordare che le canzoni si possono ancora ascoltare “anche” da supporti fisici (a proposito: “Backup” in due Cd costa intorno ai 15 euro, “Backup in quattro Cd costa intorno ai 18 euro).
Ma lascio la parola a Lorenzo.


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L’idea di una raccolta inizialmente non mi piaceva. Poi mi è venuta in mente la parola ‘backup’, e allora la proposta ha preso un altro aspetto, più interessante, e la mia prospettiva è cambiata. Avevo davvero bisogno di liberare un po’ di spazio nel mio hard disk mentale, per ripartire più leggero verso nuove avventure. E per questo progetto abbiamo lavorato otto mesi, la mia squadra e io. Volevo che fosse fatto veramente bene, che non fosse una cosa tipo la pulizia di un magazzino, ci tenevo che servisse a rivitalizzare le musiche del mio passato, 25 anni di mie canzoni - un quarto di secolo!; e risentendolo mi sembra di poter dire che le mie cose degli inizi avevano un’energia che si è mantenuta poi costante negli anni. E che c’è di meglio che essere diventato un po’ più bravo nel proprio mestiere senza perdere l’entusiasmo? La tracklist l’abbiamo fatta con l’applausometro: ci sono un sacco di successi, e questa è un’altra soddisfazione...
Più di un anno fa ho anche cominciato a pensare ai pezzi nuovi che volevo metterci dentro, perché volevo anche buttare qualche sasso nello stagno. Sono nuovi nuovi tranne “Chiedo scusa se parlo di Maria”, la canzone di Giorgio Gaber che ho cantato al Festival Gaber del 2008; “La cumbia di chi cambia”, che è la mia canzone che ha cantato Adriano Celentano nel suo ultimo disco ma in una versione internazionale, anche nel testo, realizzata con i Bomba Estereo, un gruppo colombiano di cumbia elettronica; “Tu mi porti su”, la canzone che ho dato a Giorgia, rifatta con una big band; e, in parte, “Terra degli uomini”, che avevo scritto per “Ora” ma che poi in quell’album non mi sembrava ci stesse giusta.
“Tensione evolutiva” è il singolo che c’è in radio adesso, “Ti porto via con me” c’è in due versioni, una con Benny Benassi (l’ho cercato io e con lui abbiamo cercato di andare oltre, non volevo che ci fosse il suo sound con la mia voce sopra ma volevo una cosa proprio nuova); “Estate” l’ho scritta con la chitarra in maggio immaginando di ascoltarla nella stagione delle vacanze; e “Rimbalza” è un pezzo rap, hip hop, che mi rappresenta perché anch’io mi sento un po’ rimbalzante, uno dai rimbalzi irregolari e imprevedibili.
Queste sono tutte canzoni scritte pensando che l’anno prossimo le canterò negli stadi, tenendo presente quel contesto, in cui le vie di mezzo non funzionano e si va per grandi contrasti. Sono canzoni progettate come moto da corsa. Quando mi hanno parlato di un tour negli stadi, ho pensato che se me lo proponevano voleva dire che pensavano che fosse il momento giusto per farlo, e io mi fido delle persone che me l’hanno proposto, cioè della Trident. Un tour negli stadi è il massimo di quello che un artista del mio tipo può desiderare. Saranno grandi stadi, per riempirli servirà tanta gente, e io cercherò di fare un grande spettacolo, con idee nuove.
Il libro, “Gratitude”, anche quello ho cominciato a scriverlo più di un anno fa: racconta quello che mi è successo finora, sono 120 pagine, ce l’ho nel telefonino e ogni tanto ne rileggo un pezzo e mi piace.
Adesso vivo a New York, ci starò tutto l’anno scolastico, a parte un mese fra dicembre e gennaio che torneremo in Italia, mia moglie Francesca, mia figlia Teresa e io. Ci siamo presi un anno per provare e per studiare - anche Teresa, che sta facendo là il primo anno del liceo scientifico. Sono là per migliorarmi, per capire, ascolto un sacco di musica, osservo senza essere osservato perché là non mi conoscono, metto carne al fuoco. Vado alle mostre, alle conferenze - anche quelle che non mi interessano, vado ai concerti.
Mi piacerebbe entrare nel giro dei concerti di là, ci sto provando, ed è interessante, anche se certo non credo di diventare famoso negli USA. Al festival Austin City Limits ho suonato alle quattro del pomeriggio su uno dei palchi secondari, c’erano già quarantamila persone ed è stato bello vedere che non se ne andavano ma restavano ad ascoltare, e che il giorno dopo incontrandomi mi salutavano con un complimento. Io che qui sono il più pop di tutti là sono il più alternativo di tutti, vedo che le cose che faccio li incuriosiscono. Le cose che gli piacciono di più sono quelle più forti, tipo “Safari” e “L’ombelico del mondo”, e quelle più romantiche, tipo “Bella” o “Serenata rap”. Faccio anche “Vecchio frak” di Domenico Modugno in versione un po’ dub, e vedo che sono sorpresi, perché in America noi siamo fuori dal radar, se non facciamo il bel canto classico...

A questo punto, mentre il discorso sulla percezione della musica italiana all’estero si faceva sempre più interessante, sono cominciati i disturbi, le domande sui colleghi italiani con un sottotesto politico: sul fare concerti a Cuba come farà Zucchero (“andare a suonare per un popolo non vuol dire andare a suonare per chi governa quel popolo”), su Franco Battiato assessore - salvo prossime dimissioni - della Regione Sicilia (“non lo farei, non ne ho la cultura necessaria”), e, prevedibilmente e inevitabilmente, sulle primarie del PD. Non riferirò questa parte (finale) dell’incontro perché tanto lo faranno già tutti gli altri, e perché non mi ha interessato, l’ho trovata estranea al tema della giornata. Riferirò solo l’ultima frase di Lorenzo: “Per me cambiare è sempre la cosa più importante. Mi sembra questa la sfida: la trasformazione, l’incognita”.
Detto da uno che ha ampiamente dimostrato di saper cambiare e di saper rischiare, suona condivisibile. Ciao Lorenzo, alla prossima.
(fz)

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