Prospettive del digitale in Italia: Rockol intervista Enzo Mazza (FIMI) (1)

Prospettive del digitale in Italia: Rockol intervista Enzo Mazza (FIMI) (1)

Amazon MP3 in Italia da ottobre. Vevo, Google Play, Xbox Music, HP Connected Music e Juke in linea da pochi giorni, mentre anche Spotify, lungamente atteso, ha avviato la ricerca di un manager locale e iniziato un beta test sul territorio. La musica digitale, in Italia, sembra essere alle soglie di una svolta decisiva. Rockol ne ha parlato con Enzo Mazza, presidente della federazione di discografici FIMI di cui sono soci le multinazionali BMG Rights, EMI, Sony Music, Universal Music e Warner Music e le etichette indipendenti FMA, Heinz Music, Idea e Pressing.

Non saranno un caso, tutti questi ingressi in contemporanea sul mercato italiano....I tempi sono maturi?

Per la musica digitale in Italia, in effetti, questo sembra essere un mese storico. Sicuramente il mercato italiano ha grandi prospettive, anche se decollerà solo nel momento in cui la cosiddetta agenda digitale sarà entrata a regime. Quando gli interventi istituzionali ridurranno il digital divide, le aziende di telecomunicazioni inizieranno a investire fortemente nel 4G e tablet e smartphone sostituiranno progressivamente la telefonia mobile tradizionale, sicuramente avremo in mano le carte per consolidare un mercato che rispetto alla Svezia, alla Corea del Sud o al Regno Unito si trova ancora molto indietro. Ovvio che si tratti di un processo lungo. Ma le società di telecomunicazioni hanno compreso che quello dei cosiddetti contenuti è un mercato interessante, in cui la musica si colloca al primo posto anche per la disponibilità immediata di tantissimo materiale. La musica c'è, fino a poco fa mancavano gli operatori del digitale. Ma ora sono arrivati.

Cosa dicono gli ultimi dati di mercato?

Dicono che in Italia la crescita del digitale prosegue con percentuali più elevate rispetto agli Stati Uniti e ad altri Paesi europei dove il mercato è più maturo. In seno all'industria, d'altra parte, sarebbe necessario un atteggiamento più positivo: continuo purtroppo a percepire un approccio poco entusiasta nei riguardi di un mercato colpevole di non generare ancora abbastanza fatturato. Ma se non si pensa al futuro e si contraggono gli investimenti si commette un errore.

Sembra in effetti che nei confronti del digitale si sia già diffusa una certa delusione, che sia visto come una promessa mancata.

C'è più entusiasmo nei partner, forse, che nell'industria discografica. E c'è anche chi spera in una ripresa del mercato "fisico", mentre le dinamiche ormai sono completamente cambiate. Al recente meeting del Financial Times cui era presente anche Mario Monti il commissario europeo Neelie Kroes ci ha tirato le orecchie perché il 40 per cento degli italiani non accede ancora a Internet. Ovvio che l'industria debba anche presidiare la fetta di mercato che non fa uso della rete, ma dobbiamo anche prepararci al momento dell'inevitabile 'trapasso'. Oggi l'incremento percentuale della musica digitale è superiore a quello della banda larga, e qualche anno fa non era così. E la curva di crescita ha superato anche quella della pirateria: in presenza di un'offerta legale, non è più quello il vero problema. In questo momento la prima fonte di materiale pirata in Italia è YouTube, tantissimi fanno ripping dal sito per ricavarne degli Mp3: la pirateria, dunque, ha origine in prevalenza da una piattaforma legale. Da YouTube l'industria ricava anche dei profitti, certo, ma la situazione è paradossale: come quella di Google, che lancia il servizio musicale Google Play ma nei risultati forniti dal suo motore di ricerca lo fa precedere da sette siti Torrent in cui trovi il nuovo album di Eros Ramazzotti in formato illegale. Bisogna decidere da che parte stare.

Riguarda l'intera discografia, lo scarso entusiasmo verso il digitale?

Ovviamente dipende dalle persone, dai contesti, dalle situazioni. Va anche detto che se anni fa gli artisti erano più "avanti" delle case discografiche, oggi sono loro i più conservatori, forse anche per questioni di età media e background. Sta di fatto che molti percepiscono ancora il digitale come un obbligo, e che sono più interessati a presidiare il mercato tradizionale.

Con il predominio del digitale il rischio di un deterioramento progressivo della qualità media dell'ascolto, a dispetto dei progetti di Neil Young e della Apple, resta un problema non indifferente.

Ma non nuovo. Ricordo che quando arrivai in FIMI, nel 1999, il grande dibattito in seno all'industria era se dovesse prevalere il Super Audio CD o il DVD Audio. E quello stesso anno nacque Napster. In nemmeno sei mesi milioni di consumatori si buttarono su un formato di bassa qualità, l'Mp3, dicendo: questo è quello che vogliamo. Un totale scollamento rispetto alle proposte dell'industria. Un po' quello che è successo nel cinema con il Blu-ray, dopo l'avvento di MegaUpload.

Torniamo alle prospettive del digitale...

Siamo a "the end of the beginning", alla fine di una fase durissima, di una vera rivoluzione. Ci vogliono competenze aziendali, ci vuole convinzione. Oggi ci sono tanti tipi di consumatori da soddisfare: quello che desidera il cofanetto superdeluxe in vinile o in Cd per cui è disposto a spendere centinaia di euro, ma anche il ragazzino che vuole guardarsi un video su uno smartphone e che dobbiamo riportare nell'alveo della legalità.

Leggi qui la seconda parte dell'intervista



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