Mambassa, la via italiana al pop-rock

Mambassa, la via italiana al pop-rock
Da Claudio Cecchetto alla Mescal, ovvero dal maggior scopritore di talenti pop in Italia alla più importante etichetta indipendente nostrana, il salto è meno lungo di quanto si pensi. Soprattutto se ci si chiama Mambassa e si è autori di un pop-rock che potrebbe tranquillamente appartenere a diverse categorie.
Il gruppo piemontese è giunto recentemente al terzo disco con “Mi manca chiunque” (Mescal): un bell’esercizio di pop-rock, fatto di canzoni chitarristiche di derivazione anglossassone, ottimamente scritte e cantate in italiano. Qualche anno fa il gruppo aveva iniziato con “Umore blu neon”. dopo essere stato messo sotto contratto dall’etichetta di Cecchetto, l’uomo che ha lanciato Jovanotti (ma anche Taffy e Sandy Marton…). “Cecchetto o, meglio, un suo collaboratore, ci aveva scoperto dopo un concerto a Roma”, racconta Stefano Sardo, voce del gruppo “ci ha contattato e ci ha proposto di fare un disco, nel modo più semplice possibile: proponendoci un contratto. Inizialmente ci siamo fatti un sacco di paranoie, avevamo paura di fare la fine di Taffy... In realtà ci ha lasciato grande libertà, facendoci lavorare con Max Casacci, che aveva già prodotto i primi demo, dandoci in più la possibilità di ottenere grande visibilità radiofonica per i contatti che aveva. Poi le cose non sono andate come speravamo, lui ha avuto un po’ di problemi con le radio e con la discografia ed ognuno è andato per la sua strada. Inizialmente non ci siamo lasciati benissimo, però poi si è sistemato tutto. Siamo andati alla Mescal, che ci sembrava la situazione ideale per un gruppo come il nostro”.
Nel 1999 il gruppo approda così all’etichetta di Subsonica e Afterhours e pubblica “2M”, prodotto da Carlo U. Rossi. Quindi, nel 2002 “Mi manca chiunque”. “Questo disco ci assomiglia”, spiega Sardo. “In studio ci siamo sforzati di non essere diversi da quello che siamo, anche sul palco. Abbiamo solo arricchito le canzoni con qualche arrangiamento di archi e fiati. Il disco precedente era molto più hi-tech, anche perché Carlo U. Rossi aveva lasciato la sua impronta”.
Nelle canzoni si ascolta un suono di chitarre secco, diretto, molto poco italiano e molto anglofilo: “Ci rifacciamo ad un suono anglosassone perché quella è la musica che ascoltiamo di più”, racconta ancora Sardo. “Si dice che le radio non passano le chitarre? Beh, però è anche vero che non bisogna lasciarsi condizionare troppo da queste pippe: se uno stravolge il proprio suono per passare in radio… Che senso ha cambiare la propria identità e farsi conoscere per qualcosa che non si è?”. “In realtà in Italia ci sono un sacco di band come i Verdena che hanno una propria visibilità e vanno avanti per la propria strada”, aggiunge Fabrizio Napoli, chitarrista e coautore della maggior parte dei pezzi. “Incidendo per la Mescal ci becchiamo gratis un sacco di dischi buoni, come l’ultimo degli Afterhours…”. “Il problema vero è che l’Italia è una nazione vecchia”, continua Sardo, “per cui si finisce per fare riferimento ad un target tutt’altro che giovane. I mass media finiscono per privilegiare generi musicali consolidati, tranne qualche rappresentante dei generi alternativi”. Tra le canzoni spicca “Il cronista”, che bene riassume il metodo narrativo del gruppo, basato sull’osservazione: “Speriamo di non essere così sfigati come il protagonista di quel brano… Ma essendo un gruppo di provincia, arriviamo da Bra, in provincia di Cuneo, siamo un po’ lontani dal centro e guardiamo le cose da lontano. Osservatori partecipi, ma molto osservatori”, spiega ridendo Sardo.
Tra i prossimi progetti del gruppo, la partecipazione alla prima data del Tora! Tora!, il 21 giugno ad Asti. Stefano Sardo, inoltre pubblicherà per Arcana un romanzo, “L'america delle Kessler”.
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