FIMI: 'Negli esercizi commerciali la musica aiuta a vendere e rafforza il brand'

FIMI: 'Negli esercizi commerciali la musica aiuta a vendere e rafforza il brand'

Non chiamatela più musica d'ambiente o di sottofondo: le playlist diffuse nei locali pubblici (negozi, ristoranti, bar, ma anche supermercati e centri commerciali) sono un segno particolare sulla carta d'identità, un "plus" che può consentire di attirare nuovi clienti, di farli ritornare, di aumentare il grado di soddisfazione. Anche di farli comprare di più. Lo sostiene una ricerca nata in Svezia a cura di Heartbeats International, "Uncovering a musical myth", che l'associazione dei discografici FIMI ha incrociato con i dati dell'Osservatorio Contenuti Digitali per fotografare un mercato in evoluzione, già molto sviluppato nei Paesi scandinavi e negli Stati Uniti, ancora allo stadio embrionale in Italia: quello, appunto, dell'utilizzo della musica da parte degli esercizi commerciali come strumento per meglio comunicare con la propria clientela e fidelizzarla.

"Le società di collecting si stanno trasformando, anche nella percezione del mondo esterno: invece che come semplici esattori di diritti si propongono oggi come partner e consulenti, fornitori di un servizio utile alle aziende commerciali che ne diffondono in pubblico il repertorio musicale", ha spiegato il presidente di FIMI e SCF Enzo Mazza presentando i risultati della ricerca. Dalla quale si evince che la musica è considerata un elemento irrinunciabile dal 40 % degli intervistati (battuta solo da Internet, 70 %, e dal telefonino, 54 %, ma davanti a tv, letteratura, quotidiano, sport, radio, film e arte), e che influenza in modo determinante il comportamento dei consumatori: il 35 % dei quali, ascoltando una musica di suo gradimento in un luogo pubblico, vi si trattiene più a lungo, mentre il 31 % ci ritorna, il 21 % lo raccomanda ad altri e il 14 % finisce per acquistare di più. Insomma: "La musica è un elemento essenziale di rafforzamento del brand e del profilo aziendale e deve integrarsi con tutta la comunicazione d'impresa, specie oggi in epoca di social network", sottolinea Mazza (e già nel 1999 uno studio a cura dell'Università di Leicester mostrava che usando la musica adatta al proprio brand il business aziendale poteva incrementare di oltre il 96 %). "Se la tua pagina Facebook o i tuoi video su YouTube evocano un certo mondo, o se per una campagna hai scelto come testimonial un artista dal profilo ben preciso, la musica che proponi nel punto vendita deve poi essere coerente con quell'immaginario. Basti pensare ai flagstore dei grandi marchi che oggi allestiscono campagne a 360 gradi, o a certi brand di abbigliamento giovanile fortemente connotati da uno stile musicale preciso". Che, nel caso dell'Italia, ha molto a che fare con il gradimento radicato per la musica locale, il pop italiano ascoltato con frequenza dal 63 % della popolazione con picchi di gradimento nella fascia di età 35-44 anni (78 %), tra le donne (65 %), nel Sud e nelle isole (66 %), tra titolari di licenza media (66 %) e diplomati (71 %), mentre il pop straniero, amato dal 40 % della popolazione, raccoglie più consensi tra i 14-19 enni (64 %) e 20-24enni (66 %), tra gli uomini (41 %), nel Nord Est (46 %), tra diplomati (55 %) e laureati (54 %): dati utili a formulare un'offerta musicale modellata di volta in volta sul gusto prevalente del proprio "target".

E' nato da qualche tempo, a questo scopo, un nuovo mestiere, quello del music provider che fornisce playlist su misura agli esercizi commerciali: in Italia sono 55, spiega il direttore commerciale SCF Mariano Fiorito, quelli che con la società consortile fonografici hanno stipulato un regolare contratto di licenza per l'utilizzo del repertorio e l'accesso a milioni di brani. Ma la nota dolente per SCF e i discografici, osserva Mazza, è che "la mentalità prevalente, tra gli utilizzatori, è ancora quella dello spendere il meno possibile, privilegiando magari repertori sconosciuti che non remunerano produttori discografici e SIAE. Ma è un errore: come dimostra la ricerca di Heartbeats International, scegliere la musica 'sbagliata' può costare caro in termini di acquisti, reputazione e perdita di clienti".

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