NEWS   |   Industria / 23/05/2002

2003, fuga da Sanremo?

2003, fuga da Sanremo?
Via da Sanremo, per rifondare ex novo il festival della canzone italiana.
Non è un refrain nuovo di zecca, ma mai come oggi la discografia italiana lo aveva intonato in coro, e con altrettanta convinzione. Le trattative per il festival 2003, del resto, sono ferme al “ground zero”, dopo i primi tafferugli esplosi in occasione del “Sanremo Top” (vedi news). La FIMI sollecita un incontro promesso e mai avvenuto, la Rai latita, gli amministratori della città dei fiori cominciano a mostrare a loro volta segni di nervosismo (se è vero che anche loro invitano la TV di stato a scuotersi dal suo immobilismo). E intanto i malumori dell'industria musicale crescono giorno dopo giorno: complici, naturalmente, i risultati piuttosto deprimenti dell'ultima edizione della kermesse (in termini di vendite discografiche, perché l'audience televisiva è una garanzia) e il rebus, mai risolto, dei costi esorbitanti (nell'ordine dei milioni di euro) che le case discografiche si sobbarcano, sempre più malvolentieri, durante la settimana di permanenza in riviera. Una richiesta formale di udienza, che la FIMI ha inviato per iscritto alla Rai, non ha ottenuto alcuna risposta; a quel punto i discografici hanno tentato la strada del Comune, rivolgendosi all'assessore al Turismo Antonio Bissolotti: il quale ha invece risposto prontamente, invitando la Rai (con una missiva trasmessa in copia alla stessa FIMI) a organizzare un meeting con la massima urgenza (segno, forse, che l'eventualità di un boicottaggio delle major comincia ad essere presa sul serio…).
Ma è davvero plausibile, l'idea di un Sanremo che trasloca altrove? O è piuttosto uno spauracchio agitato per fare pressione sulle controparti? Certo è che si tratta di un'ipotesi che circola apertamente, a questo punto, tra gli addetti ai lavori. Anche tra quelli non direttamente interessati, teoricamente, alla vicenda. Come il patron del Festivalbar Andrea Salvetti che, sollecitato da Rockol a dire la sua sull'argomento (durante la conferenza stampa di presentazione dello show, ieri 22 maggio) ha risposto candidamente che sì, alternative a Sanremo ce ne sarebbero eccome: Venezia, per esempio, città di tradizioni e cultura, amatissima in tutto il mondo nonché dalle grandi star internazionali.
“Venezia, certo. Ma anche Roma, che oggi è dotata di uno splendido Auditorium. O Rimini, e Riccione: a chi non farebbe gola un festival della canzone italiana?” rilancia Piero La Falce, presidente e amministratore delegato di Universal Music, che sulla vicenda ha assunto – come spesso gli capita, di questi tempi – una posizione di “trincea”. “Il silenzio della Rai è estremamente preoccupante. Perché, a dispetto della buona volontà e degli sforzi apprezzabili di Pippo Baudo, è l'intero meccanismo del festival che va rivisto. Penso alle giurie, che sono totalmente scollate dal mercato. Alla divisione tradizionale e superata tra big e giovani. Al progetto di una lotteria abbinata alla manifestazione, caduto nel vuoto, e che invece avrebbe potuto generare fondi da destinare al sostegno della piccola e media industria”.
E poi, naturalmente, c'è il problema numero uno, quello dei costi. “Già. Non si è mai visto che gli invitati agli Oscar del cinema si paghino le spese”, aggiunge La Falce. “A Sanremo la permanenza di tutti gli addetti ai lavori - artisti, funzionari, organi di stampa - dovrebbe essere gratuita, a carico degli organizzatori”. E invece? “Invece il Comune risponde mostrando totale indifferenza. Gli alberghi chiudono, il traffico diventa impossibile, le infrastrutture latitano: gli anni passano, e non cambia nulla. E a questo punto mi chiedo: al Comune di Sanremo, che ne è il maggior beneficiario, interessa davvero questo festival? E dove vanno a finire i soldi della convenzione (110 miliardi in 5 anni)?” Cambiare città – continua La Falce - equivarrebbe ad una boccata di aria fresca, a mettere in circolo idee, entusiasmo ed energie nuove. Io non sono contro il festival: sono contro questo festival. Se dovremo aspettare settembre od ottobre per discuterne e le cose, come sembra probabile, non cambieranno, non credo che la Universal andrà a Sanremo l'anno prossimo”.
Riccardo Clary è laconico: “Che non cambi nulla non mi sorprende, e rientra in un atteggiamento di indifferenza cronica nei nostri confronti da parte delle istituzioni. Che dire a questo punto? Che se la musica non è scontata, neppure Sanremo lo è”. Ovvero (se leggiamo bene tra le righe): anche EMI e Virgin potrebbero decidere di restare a casa.
Anche Adrian Berwick, presidente di BMG Ricordi, è sulla stessa lunghezza d'onda (impossibile invece raccogliere in tempo utile gli umori di Franco Cabrini, Sony, e di Massimo Giuliano, Warner, in viaggio d'affari all'estero). “Se le cose restano così, dubito anch'io che la nostra azienda andrà al prossimo festival”, conferma. “Oggi Sanremo è un affare per tutti, tranne che per noi. Se la formula funziona, forse sarebbe controproducente sopprimerlo. Quel che è certo, però, è che la discografia deve trovare delle alternative a essa più funzionali: se un festival diverso, organizzato altrove, si dimostrasse più efficace, le due alternative potrebbero coesistere”. Anche per Berwick la questione economica resta pregiudiziale, a questo punto, alla ripresa di qualunque trattativa: “Sui regolamenti si può discutere, sui soldi no: in questo momento Sanremo rappresenta per l'industria un costo netto che non siamo più disposti a sostenere. Solo le major spendono non meno di 50 milioni di vecchie lire, ciascuna, in alberghi durante la settimana sanremese. Aggiungiamoci il Sanremo Giovani, le prove, il costo dei provini e delle registrazioni, e si arriva presto a fare qualche miliardo”. Linea dura, dunque, su tutti i fronti: “Abbiamo deciso di dare altre due settimane di tempo alla Rai per darci una risposta”, spiega Berwick. “Il 6 giugno è in programma un direttivo FIMI: in quell'occasione dovremo prendere una decisione”.
Sempre che Rai, Comune (o magari un terzo incomodo) facciano la prima mossa.