USA, torna di moda l'EP

USA, torna di moda l'EP
L’extended play, supporto discografico a metà strada tra il singolo e l’album a lunga durata, torna in auge sul mercato statunitense (e non solo) come veicolo di lancio e di promozione di nuovi talenti musicali. A rinfocolare l’interesse dell’industria discografica nei riguardi del vecchio formato, assai popolare negli anni '50 e ’60, è la necessità di trovare nuove formule e canali commerciali nel momento in cui i singoli vendono meno e la crisi economica spinge i consumatori a valutare con più attenzione gli acquisti.
La rinascita dell’EP come formato-lancio per esordienti viene sottolineata in questi giorni da testate specializzate come HITS Magazine, che cita tra gli esempi più recenti e significativi quelli degli esordienti Something Corporate della MCA e degli Apex Theory della DreamWorks.
“Oggi che il mercato dei singoli e dei maxi è virtualmente morto”, fa notare il responsabile vendite della Elektra Records Ron Spaulding, “gli EP prezzati al di sotto dei 10 dollari aggiungono alle opzioni di scelta del consumatore un prezzo introduttivo che prima non esisteva. Personalmente, guardo agli EP non solo come ad uno strumento per proporre nomi nuovi ma anche come ad un supporto-ponte tra un album e un altro, soprattutto quando si tratta di annunciare al pubblico che un determinato artista o gruppo sta cambiando stile musicale”.
Anche in Italia alcune etichette – soprattutto in ambito rock alternative, punk o ska-core (vedi, ultimamente, la V2 con gli Shandon e, prossimamente, la Zomba con gli esordienti File) hanno cominciando a ricorrere a questo formato con l’obiettivo di offrire una panoramica sufficientemente ampia delle proposte di un artista ad un rapporto conveniente tra quantità, qualità e prezzo.
Sul mercato internazionale, intanto, anche gli album a lunga durata di artisti esordienti o in via di sviluppo cominciano, sempre più spesso, ad essere venduti a prezzi ribassati. E se in Italia mancano per il momento i risultati clamorosi, negli USA questa politica ha già cominciato a pagare, come dimostrano le vendite di Ashanti (500 mila copie nella sola settimana di uscita), Norah Jones o Vanessa Carlton.
Resta ovvio, naturalmente, che il prezzo in sé non è sufficiente a determinare un successo. E che, come ha dichiarato con apprezzabile buon senso allo stesso HITS il chief operating officer di Tower Records Stan Goman, quel che conta più di tutto è ancora la qualità dei contenuti: “Il modo per rilanciare il mercato è di mettere in circolazione buona musica. E’ vero, i dischi potrebbero essere meno cari, ma soprattutto potrebbero essere migliori”.
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