The Observer 2012: l'intervista a Herself

The Observer 2012: l'intervista a Herself

Gioele Valenti, in arte Herself, è stato ospite delle precedenti puntante di Observer. Come di rito, lo salutiamo - con la certezza che lo vedremo presto ripassare di qua - pubblicando l’intervista che gli abbiamo fatto per scoprire come è nato il suo ultimo album di inediti pubblicato per DeAmbula Records e intitolato semplicemente “Herself”: “Il nuovo album ha avuto una gestazione piuttosto lunga – considerando anche che mi son preso una buona fetta di tempo dal precedente ‘Homework’ (Jestrai, 2009) –, dovuta essenzialmente alla produzione ibrida (casa/studio) che ne ha presieduto la nascita. Il lavoro, pur procedendo da uno scheletrico canovaccio autoriale, con canzoni com’è mio costume acustiche ed essenziali, è stato stavolta arricchito qua e là dall’apporto di alcuni amici come Aldo Ammirata (ormai da anni fisso e prezioso in organico), Amaury Cambuzat, Marco Campitelli, Toti Valente e Piero Vizzini. Ne è uscito fuori un disco più magniloquente rispetto ad un passato in cui andavo letteralmente all’osso. Una specie di afflato corale, dunque, mantenendo però intatte le premesse estetiche che da sempre sottendono Herself e la mia ossessiva personalità”.

Appunto, la personalità. Valenti, già all’attivo sulla scena da diversi anni, ci racconta come è nato il progetto Herself: “Herself nasce più o meno organicamente nel 2003. Avevo dei brani (su un demo ultra-casalingo) e mi serviva una band con cui presentarmi alle selezioni per Arezzo Wave. Ho chiesto a tre amici di accompagnarmi, abbiamo impostato un sound sommario (nato in un paio di settimane di prove). Sta di fatto che il nostro ‘caracollare’ sghembo e dimesso – una sorta di folk-punk sporco e compatto – deve aver colpito la giuria. Abbiamo vinto il contest e siamo finiti sul palco di Arezzo Wave, dove s’è riscosso una certa quota di simpatia. Nell’anno successivo ho lavorato in solitaria al mio primo disco ufficiale, ‘Please please please, leave now’ (Subcasotto, 2004). Ho capito di dover imbracciare una strada solista, e così successivamente, nel 2006, s’è consolidato ‘God is a major’, il mio primo disco su Jestrai Records, con patrocinio artistico di Luca dei Verdena. Questa, la storia a grandi linee”. “Non c’è un motivo particolare per cui l’ho intitolato con il mio pseudonimo, semplicemente, ad opera conclusa, non si è presentato nessun titolo a bussare alla mia porta; spesso sono le opere stesse ad invocarne uno… magari in relazione ad un milieu generale, un filo conduttore tra le canzoni, o semplicemente un’idea che magari ha dato un impulso iniziale. Questo è un disco che parla dell’esperienza legata alla scomparsa, come astrazione generale, universale, anche se ‘linkata’ all’ambito del particolare individuale. Dunque è un disco che ho (e che mi ha) scavato a fondo. Quel tipo di esperienza che non è riconducibile ad una forma precisa, fissa, ma fluisce nella sfera psicologica – un sottobosco atroce e agonico –, dove nulla ha un nome preciso, dove tutto è in verità indistinto, perso e ritrovato per sempre. Niente titoli, dunque”.



L’album contiene tredici brani tra cui "Funny creatures" e “Something in this house” che sono quelli che ci hanno colpito maggiormente: “‘Funny creatures’ è il pezzo più pop del disco (in vero, tra i più pop della mia carriera). Ha una dimensione che Campitelli ha definito “primaverile”, e forse c’ha ragione. Sono sempre stato affascinato da quell’indie orecchiabile ma in qualche modo sperimentale, di band come Wilco, Mercury Rev e Flaming Lips… dunque personalmente mi suona come una specie di offerta devozionale a questa gente che ha nutrito il mio spirito. ‘Something in this house’ è un brano con cui ho una relazione profonda. Parla di fantasmi, non solo metaforicamente, ma anche come entità disincarnate. Io sono uno strano tipo di razionalista affogato in una dimensione magica, non sempre vissuta a pieno. Ma se dovessi descrivere com’è nata la canzone, finirei per incupire e forse spiazzare. Cosa che non è nelle mie intenzioni, in questa sede. Però hai citato due brani che, anche se diversi, sono in qualche modo stranamente legati. Ci sono parecchi modi in cui può nascere una canzone”, continua Valenti, “Nel mio caso il processo musica/parole è sinergico. Ad una struttura musicale dunque si affianca un profluvio di parole; è solo una fase iniziale che poi verrà sottoposta ad una miriade di verifiche sulla lunga distanza. Dunque si tratta più di un gioco a sottrarre piuttosto che di un esercizio di somma. Appena testo e musica avranno raggiunto quell’equilibrio dettato dal mio presupposto estetico, allora la canzone sarà finita. Ma non credo di poter padroneggiare questa cosa, infatti è spesso la canzone a decidere quando ne ha abbastanza”.

“Herlsef” si avvale inoltre della collaborazione di Marco Campitelli dei Marigold (anche loro ospiti di Rockol The Observer) e di Amaury Cambuzat degli Ulan Bator: “Con Marco è stata una cosa ludica. A lui piacevano molto ‘Something in this house’ e ‘Passed away’ (in definitiva, l’anima più acustica del disco), e mi ha detto che gli sarebbe piaciuto fare qualche intervento. Ho naturalmente accettato di buon grado, conoscendo e apprezzando il suo lavoro con i Marigold. Una cosa nuova per me, perché in genere sono gelosissimo delle mie registrazioni, addirittura maniacale. Con Cambuzat è una storia più lunga, che data alla nostra comune militanza in Jestrai, con Herself e Ulan Bator (band che ho da sempre apprezzato). Ma è in DeAmbula che il nostro sodalizio si è consolidato, rafforzato nei mesi anche da una spontanea amicizia, per una weltanschauung direi comune. Lui ha curato il mastering del disco e ha suonato qua e là, avendo apprezzato la mia scrittura. Dunque collaborazioni piuttosto spontanee e senza fronzoli, nel segno di una comune visione estetica”.

Per conoscere meglio la musica di Herself e il suo progetto è possibile seguire l’artista dal vivo nei suoi prossimi appuntamenti; Valenti, attualmente in tour, sarà in concerto il prossimo 8 novembre a Pescara, il 9 a Giulianova e il 10 novembre a Lecce: “Il live conta molto, sotto vari punti di vista. Perché fondamentalmente dà la misura di cosa provano gli affezionati (e non) per la tua musica. Tutto viene veicolato per rientrare in una dimensione artistica, anche le persone che ascoltano finiscono per rifluire in qualche modo nella vena che alimenta un artista. Inoltre il live è sempre un salto nel buio, amando io un certo scarto improvvisativo. Non c’è acqusizione nella mia vita artistica, un qualcosa di immutabile e fine a se stesso, dunque anche il live diventa una dimensione di lotta in cui avvengono necessariamente delle trasformazioni, anche attraverso l’ansia e il disagio, poiché sono essenzialmente un timido. Come avrai capito, a costo di sembrare retorico o peggio ancora idealista, io ho una visione molto alta della musica, e dell’arte in generale, e una tale altezza non può che raccordarsi al rispetto delle (e tra le) persone, e un artista è sempre complementare a chi l’ascolta. Far musica per se stessi, è solo una parte della verità. Una fiamma, e la luce che veicola, sarebbe ben poca cosa senza degli occhi disposti a contemplarla. Si fa musica per diventare tutt’uno col mondo, credo”.

Ringraziamo Herself per la bella intervista e vi invitiamo a continuare a seguire The Observer per scoprire insieme a Rockol i prossimi artisti di cui vi parleremo.

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