Goo Goo Dolls: ‘Le canzoni? Un regalo di Dio’

Goo Goo Dolls: ‘Le canzoni? Un regalo di Dio’
“Niente vizi, non siamo delle stelle”: suonerebbe più o meno così la massima dei Goo Goo Dolls se ribaltassimo il canone stereotipato della rockstar moderna, la cui vita ruota attorno alle tre parole magiche “sesso, droga e rock ‘n’ roll”. Sembrerebbe bizzarro, a vederli così, stravaccati sui divani di un lussuoso hotel milanese, pensare solo per un attimo che John, Robby e Mike non possano essere minimamente interessati alla fama. Eppure oggi, lunedì 6 maggio, più di una volta i ragazzi di Buffalo paiono voler scacciare le parole “successo” e “notorietà” da ogni discorso, quasi fossero la cosa peggiore in cui incappare nel corso della propria esistenza. Non importa se “Iris”, la languida ballata inclusa nel loro precedente album realizzato in studio, “Dizzy up the girl”, li ha proiettati sulle labbra di tutti, ragazzi e ragazze, romantici e venduti alla maledetta fede rock ‘n’ roll. Per loro esiste solo il presente, adesso c’è solo “Gutterflower”, il nuovo album in uscita dopo la recente pubblicazione di una raccolta di successi, “What I learned about ego, opinion, art and commerce”. “Quando scrivo le mie canzoni, qualcosa mi porta da qualche parte. Ma non sai mai cosa succederà, dove arriverai, fino a quando non hai finito”, spiega John Rzeznik, voce del gruppo, canottiera e tatuaggi ovunque (il migliore è un dipinto di Picasso). “Questo processo mi ha sempre messo un po’ di ansia addosso; mi faceva sentire impotente. Adesso comunque sono più a mio agio nel sapere che mai, fino a quando non avrò terminato una canzone, saprò in che direzione sto andando. Ma, in fondo, diventare pazzo per certe cose sembra essere, almeno di recente, l’ingrediente principale di un buon lavoro”. E allora, a sentire certe parole, pensate e pesate, quasi ti dimentichi i capelli colorati e spettinati, l’abbigliamento forzatamente alternativo, le pose sconvenienti per condurre un’intervista con dei giornalisti. Pensi che oggi i Goo Goo Dolls si sono svegliati molto presto, per parlare con te, e ti rendi conto che si sprecano in lunghi discorsi, si fermano in modo esageratamente pignolo sui concetti. Perché ci tengono che il messaggio arrivi, “anche se nessuno vi ha dato il disco buono, quello con i testi”. “Mi sento come un artigiano”, continua John osservandoti con gli occhi offuscati dal sonno, “come qualcuno che costruisce una sedia e lavorando impara quali sono i suoi limiti e fin dove si può spingere. Impara a non ripetere gli stessi errori. Oggi c’è troppa tecnologia in giro, tutto suona alla stessa maniera. Si perde l’essenza delle cose, si perde l’arte. Negli studi dove abbiamo registrato, i Capitol Records Studios di Los Angeles, c’erano le migliori attrezzature, quelle che hanno reso grandi alcuni dischi degli anni ’50 e ’60. Dischi che ancora oggi suonano bene. E’ stata un’esperienza grandiosa, in cui abbiamo imparato ciò che dovevamo fare, e ciò che invece dovevamo evitare”. Non c’è un’altra “Iris”, in “Gutterflower”. Semplicemente perché i Goo Goo Dolls non hanno sentito il bisogno di ricreare un altro successo facile sulla scia del quale vendere qualche disco in più. “’Iris’? E’ passata. Sono trascorsi quattro anni da allora. Ma non penso ci abbia danneggiati. Assolutamente. Quella canzone è stata un regalo che Dio mi ha voluto fare. Quella canzone è stata una risposta ad una mia preghiera. Non voglio che tu possa pensare ad un cliché. Perché quel giorno me ne stavo seduto a parlare con Dio chiedendogli che cosa mai dovessi fare, nella mia vita. La risposta è arrivata”. E forse, è proprio grazie a quella risposta che i Goo Goo Dolls oggi sono ancora qui tra noi.
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