The Observer 2012: l'intervista ai June Miller

The Observer 2012: l'intervista ai June Miller

La settima scorsa abbiamo recensito il loro disco d’esordio, l’ottimo “I couldn’t be with you even if I wanted” , un vero e proprio concentrato di post rock fatto come si suol dire, “a regola d’arte”. Per chiudere lo spazio a loro dedicato nella nostra rubrica The Observer, abbiamo raggiunto i June Miller per fare quattro chiacchiere, conoscerli così un po’ più da vicino e capire chi sono e come nascono: “Come tutte le amicizie. Non perché siamo persone simili o abbiamo vissuti paragonabili, ma perché c'è un sentire comune che ti mette a tuo agio e ti permette di esprimere cose di te che altrove non concederesti”, ci racconta Seba. “In questo caso attraverso la musica. Abbiamo iniziato nel 2008 estranei ma ad oggi non saremmo arrivati senza diventare amici. Si parla di persone con cui condividere tratti di strada e non di semplici strumentisti. Dietro ad un disco c'è il vissuto di una piccola comunità, con tutto il suo carico di umori e le sue scelte a volte difficili. Come quando l'Ispettore (batteria fino al 2009) ha lasciato ed è entrato Giacchetta: non si è trattato di sostituire, ma di cominciare un'altra pagina avendo bene a mente il diario fino a quel momento. E ci siamo presi il nostro tempo per farlo. Adesso l'Ispettore ci accompagna nei live come fonico, tanto per dire. Per dirne un'altra, il 25 Ottobre è nato Tommaso, il primo figlio di Simona e Mauro. Simo ha suonato tutte le parti di violoncello del disco. Mauro lo ha fatto uscire con la sua etichetta, la OuZeL Records. Ho telefonato per le congratulazioni e Mauro mi fa “Seba, avevo addosso la maglietta dei June”. Il tempo passa e capisci che la musica è stata tramite per legami che durano più delle canzoni. Alla fine facciamo cose da famiglia allargata, tipo il cenone prenatalizio a casa mia che ormai è tradizione imprescindibile: penso che non sarebbe più lo stesso se non ci fossero questi riti, questi momenti senza la musica accesa in cui sentirci bene ridere e parlare”.

Una famiglia allargata che condivide la passione per il post rock: “Al post rock ci siamo arrivati ognuno con i propri mezzi, tempi e modi, non come gruppo ma come singoli ancora prima di suonare assieme” continua Seba. “E ognuno ne ha la propria soggettiva, quel personale daltonismo che rende netta ad ognuno la priorità di un colore su un altro. Da parte mia cercavo una musica su cui mettere ad asciugare i pensieri. Quindi più che essere un comune punto di arrivo, per noi il post rock ha rappresentato il crocevia presso cui far incontrare (e scontrare) i nostri differenti percorsi musicali. Di lì in poi abbiamo deciso di proseguire assieme senza l'ossessione della meta prestabilita ma cercando di rendere speciale il nostro viaggio”. Solitamente quando si parla di post rock si pensa subito alle grandi performance live, al wall of sound, alla relazione pubblico/ palco molto intima che si viene ad instaurare. Giacomo aka “Giacchetta” ci racconta invece com’è stato partorire il nuovo “I couldn’t be with you even if I wanted”, un disco che a noi di Rockol è piaciuto parecchio: “Purtroppo pensare e suonare il disco è stato un lavoro abbastanza travagliato. Nel bel mezzo della stesura dei brani abbiamo dovuto affrontare un cambio di line up e ben due traslochi da una sala prove a un'altra e a un'altra ancora. Il lavoro di registrazione invece è andato piuttosto fluido, soprattutto grazie al fatto che abbiamo registrato da soli nel nostro studio, quindi zero pressioni e zero ansie. I brani di solito partono come partono tutti i pezzi del mondo: qualcuno porta un'idea e assieme si sviluppa. Quello su cui spendiamo un sacco di tempo sono gli arrangiamenti dei singoli strumenti, oltre ai suoni da usare”.



Suoni e arrangiamenti che hanno beneficiato dell’esperienza di un talento di livello internazionale del post rock come Chris Crisci degli Appleseed Cast: “Gli abbiamo scritto che era il 2008, a ripensarci ne è passata di acqua sotto i ponti” incalza Seba. “Ricordo che era l'estate in cui avevamo dato il via al progetto come lo sentite adesso, provavamo in una sala prove piuttosto sgangherata ad Albiano Magra che i ragazzi avevano messo su dal nulla durante le vacanze. Nonostante gli sforzi ci pioveva dentro, e non so se fosse proprio quello a farla suonare così bene. Io ero appena arrivato come quarto elemento di quello che era un trio: in tre facevano alla grande “This Plus Slow Song” dei Karate, ma per fare “Marigold and Patchwork” dei The Appleseed Cast serviva un'altra chitarra. Sono venute fuori cinque canzoni nuove e abbiamo registrato un EP (“Simulacra Sunset”, Marsiglia Records), senza neanche aspettare di far finire l'estate. Una presa diretta. Inviata via mail a Chris Crisci che dall'altra parte dell'oceano non solo ascolta, ma perfino risponde e si offre di mixare il tutto e dargli un suono. Sono cose. Uno degli ultimi giorni di Agosto Fede è venuto a casa mia col CD dei mix finiti ed era la cosa più bella che mi fosse mai successa. Sembra semplice, ma è andata così. Ed è nata una collaborazione che ci ha accompagnato fino a questo disco. ‘Marigold and Patchwork’ alla fine l'ho imparata”.

Sistemato il disco dal punto di vista compositivo e tecnico, è poi arrivato il momento di passare ai dettagli, non ultimi packaging e copertina (qui opera di Jacopo “Legno” Lietti dei Fine Before You Came), un dettaglio spesso e volentieri sottovalutato da parecchie band: “Jacopo l'ho conosciuto quando abbiamo fatto un paio di concerti con Verme + DoNascimiento” ricorda Seba. “Emocore urlato, a svuotare cuore e polmoni. A Sarzana c'era un casino bestia e io sbraitavo preso dalla foga in mezzo a un tot di gomiti, gente che volava e tutto il resto. Lui prende e mi fa: ‘Amico te devi stare calmo. Stai calmo! Santodio’. Straniamento. E mi ha fatto ridere una marea. Ecco, quel genere d’ironia improbabile è l'anima di Legno. Prendi la nostra copertina: tu l’avresti messa la foto di un cane? Eppure è perfetta così. Il titolo è espresso nello sguardo dell'animale, così carico di sentimento: l'emotività non è trattenuta ma palesata, però lo spostamento nella dimensione ‘canina’ toglie ogni pericolo di far affondare il tutto in una pesantezza tipicamente umana. E' il sottile equilibrio di una visceralità che non ha bisogno del megafono per arrivare dritta al cuore”.

Per concludere questa chiacchierata, è Giacomo ad illustrarci le prossime tappe in programma per June Miller: “Siamo in pieno tour promozionale. Un po' di date le abbiamo già fatte, altre siamo in procinto di farle e altre ancora devono spuntare. Peraltro stiamo alternando concerti a set elettrico normale ad altri con uno acustico a organico ridottissimo. Oltre a questo siamo lì lì per rilasciare il disco anche in Giappone attraverso un'edizione speciale che prevede due brani in più rispetto al disco normale, brani co-prodotti assieme a Giorgio Borgatti dei Three In One Gentleman Suit. Inoltre siamo in contatto con Crisci degli Appleseed Cast per cercare di organizzare un tour europeo per la primavera 2013: dovremmo seguirli in veste di opening act. Vediamo un po' come va a finire…”.

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