Brian Eno, ‘andare oltre i confini del proprio gusto’

Brian Eno, ‘andare oltre i confini del proprio gusto’
Brian Eno e “conferenza stampa” sono realtà inconciliabili. Il più geniale e influente dei non-musicisti (l’autodefinizione è sua) ha troppe cose intelligenti da dire perché possano essere confinate nel tempo limitato di un incontro promozionale, nello spazio pretenziosamente “artistico” di una libreria/galleria d’arte “di tendenza”, e provocate dalle domande – spesso sciocche, molte volte banali – di un gruppo di giornalisti (l’autodefinizione è loro) i quali di Eno sanno soltanto che è stato nei Roxy Music e che ha prodotto gli U2, e infatti gli rivolgono interrogativi proprio su quello, oltre che sull’inclusione di “By this river” nella colonna sonora di “La stanza del figlio” di Nanni Moretti.
Anche così, tuttavia, Eno è riuscito a comunicare – se non il proprio pensiero articolato sullo stato della musica – almeno la certezza di essere una persona preparata, informata, capace di suscitare salutari interrogativi più che ovvie certezze. Ne avrete un saggio quando, nei prossimi giorni, Rockol pubblicherà la trascrizione integrale della conferenza stampa.
Che è stata convocata in occasione dell’approssimarsi di tre performances italiane di Eno insieme a J. Peter Schwalm, il musicista tedesco insieme al quale ha realizzato il recente “Drawn from life”: si terranno al Teatro Lirico di Cagliari il 29 aprile, al Teatro Dal Verme di Milano il 23 maggio, e all’Auditorium di Roma il 25 maggio; nel corso di quest’ultima dovrebbero essere proposte alcune delle canzoni – canzoni vere e proprie, come quelle dei primi album da solista: “Here come the warm jets”, “Taking tiger mountain by strategy” e “Another green world” – che faranno parte del prossimo album di Eno, che l’artista spera di aver terminato di scrivere “entro il prossimo compleanno” (15 maggio: è nato nel 1948 a Woodbridge, in Gran Bretagna).
Nella conferenza stampa milanese di questa mattina (26 aprile) Eno ha toccato, in sequenza inevitabilmente disorganica, diversi temi: appunto il film di Moretti (“L’ho visto: molto europeo, in tutte le accezioni positive del termine. Direi cechoviano, perché non giudica le persone ma le racconta attraverso le loro azioni. Quando siamo usciti dal cinema, la mia accompagnatrice era commossa, e mi ha chiesto ‘di chi è la bellissima musica che abbiamo ascoltato’: non sapeva che fosse mia”), la propria idiosincrasia per le tournées (“Ne ho fatte solo con i Roxy, l’ultima fu nel luglio del 1973; non mi piace fare tour, preferisco tenere performances saltuarie”), le proprie collaborazioni con molteplici artisti (“il mio partner preferito è Jon Hassell”), la storica collana di dischi sperimentali da lui prodotta nel 1975 (“Oggi, dei dieci album della Obscure Records quelli che preferisco sono il mio 'Discreet music', 'The pavillion of dreams' di Harold Budd e 'The sinking of the Titanic' di Gavin Bryars; anzi, a proposito di quest’ultimo, continuo a preferire la versione originaria di 'Jesus blood never failed me yet' che vi era contenuta alla reinterpretazione che ne ha poi dato Tom Waits"), della “generative music” (“Martedì prossimo sarò a Zagabria per un simposio sull’argomento: credo mi abbiano invitato soltanto perché quel termine l’ho inventato io...”), le “Oblique Strategies”, il suo mazzo di carte con istruzioni casuali da seguire ogni volta che ci si trova a un bivio decisionale (“Ogni tanto mi capita ancora di farne uso: le hanno appena ristampate”), il rapporto fra arte e politica (“Qualche giorno fa mi è capitato di sottoscrivere un appello, per una causa in cui credo: sono convinto che non servirà a nulla”), del lavoro di produttore (“Produrre dischi di rockstar non è la mia passione; avrei voluto produrre un album di Fela Kuti, ma purtroppo è morto”), i Cd (“Sono troppo lunghi, c’è dentro troppa roba, spesso inutile”), la televisione (“Mi interessa solo come apparecchio, come monitor: il tasto più utile del telecomando non è quello che cambia i canali, ma quello che permette di modificare luminosità, contrasto e densità del colore”).
Confessa di non ricordare granché di Teresa De Sio, con la quale collaborò nel 1985 per l’album “Africana” (“Una ragazza dolce, simpatica, completamente fuori di testa”), rievoca quella volta che Luciano Pavarotti cantò “Happy birthday” a sua moglie che compiva gli anni – avvenne dietro intercessione di Bono durante un “Pavarotti International”, al quale Eno partecipò con i Passengers (“Avevo dimenticato di comprarle un regalo, e ho rimediato in quel modo”), commenta una frase di John Cage (“Non tutta la musica è ‘il suono della tecnologia in movimento’: oggi lo è solo la musica pop, la musica d’avanguardia è il suono della tecnologia che sta ferma e contempla se stessa”), dice parole cortesi su Peter Schwalm, suo attuale compagno d’avventura, inevitabilmente confinato a un ruolo di comprimario e completamente trascurato dalle domande dei convenuti, e, dopo aver lasciato cadere, quasi casualmente, una perla di saggezza – “Il mio intento, nel fare musica, è riuscire ad andare oltre i confini del mio gusto personale” – annuncia: “Adesso, se non vi dispiace, dovremmo smettere: bisogna proprio che vada a fare pipì”. Impagabile.
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