Parlano i nuovi vertici BMG: 'Basta con l'arroganza e gli errori del passato'

Liquidare Clive Davis, il leggendario boss della Arista? “Un errore madornale, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze”. Mettere sotto contratto un'artista come Mariah Carey? “Dipende. E' come chiedersi: che cifra sono disposto a pagare per una Ferrari?”. Debuttare in Borsa, tra un paio d'anni? “Forse, chissà. Noi intanto ci teniamo pronti”. Tentare un nuovo “merger”o una nuova acquisizione dopo il fallimento dell'operazione EMI, magari incrementando la quota di partecipazione nella Zomba di Britney Spears e Backstreet Boys? “Più importante cercare nuove opportunità e nuovi partner a livello locale, territorio per territorio”.
A Roma per un meeting con gli stati maggiori della filiale italiana BMG Ricordi, la nuova dirigenza internazionale BMG – Rolf Schmidt-Holtz, presidente e amministratore delegato; Michael Smellie, chief operating officer; Thomas M. Stein, presidente europeo – si sottopone volentieri al fuoco di fila delle domande. Con l'intento esplicito di marcare una svolta decisa nella cultura aziendale e di scavare un solco con il precedente management, quello composto da Michael Dornemann e Strauss Zelnick, cui i tre non hanno risparmiato critiche anche feroci, di recente, sulla stampa internazionale (vedi news).
Come si pone, dunque, BMG, di fronte ai nuovi dilemmi che agitano il mercato, alla scelta tra marketing e A&R, profitti e quote di mercato, crescita interna o per acquisizioni? Le parole di Schmidt-Holtz, che dal gennaio del 2001 è stato chiamato a reggere le sorti della major, riecheggiano in un certo senso quelle pronunciate di recente dal nuovo boss della EMI, Alain Levy. “Quel che conta veramente, nelle case discografiche, è la ricerca artistica e la musica. Il nostro lavoro consiste nel trovare e sviluppare artisti da portare nel modo più efficace all'attenzione dei consumatori: tutto qui. Se hai successo in questo campo, hai successo ovunque. Al contrario, definire una strategia in termini di pura acquisizione di quote di mercato non ha nessun senso”. Eppure è stato fatto, anche nel recente passato…“Davvero? Non me ne ricordo”, risponde Schmidt-Holtz con un sorriso malizioso, e ogni riferimento ai suoi predecessori è tutt'altro che casuale. “Nella musica, come nell'editoria, alla lunga tutto dipende dalla qualità del prodotto. Se compri una nuova testata, incrementi automaticamente la tua market share aumentando il numero di copie che raggiungono le edicole. Ma se non stai attento alla qualità, il denaro che hai speso serve soltanto ad acquisire una posizione di forza nel breve periodo. Lo stesso succede nel music business: per questo, oggi, la nostra strategia è chiaramente concentrata sulla musica, sugli artisti, sugli autori di canzoni”. Vi interessa anche una superstar come Mariah Carey, che oggi è sul mercato? O il caso Virgin ha indotto tutti ad essere più cauti? “Teoricamente tutti gli artisti di qualità ci interessano, e Mariah rientra certamente in questa categoria”, risponde Smellie. “Anche perché è nostra volontà continuare ad avere con noi delle superstar 'globali', capaci di avere successo in tutto il mondo”. “Il caso della Carey ha fatto scalpore per l'entità della somma”, aggiunge Schmidt-Holtz, “ma situazioni analoghe si verificano di continuo nel music business. Sicuramente ci sono artisti sovrapagati, in giro: ma sono le singole aziende, di volta in volta, a dover calcolare se un determinato investimento rientra nelle loro logiche e può servire a produrre un profitto. Personalmente, se mi chiedete se sono interessato ad acquistare una Ferrari vi rispondo subito di sì. Ma se mi dite che il prezzo da pagare è di un milione di dollari, allora vi rispondo di no”.
Contratti alle stelle: eppure, negli USA, è nato un gruppo di pressione (la Recording Artists Coalition) che accusa le case discografiche di trattamento discriminatorio nei confronti degli artisti. “Ad essere onesti – ammette Smellie – non hanno tutti i torti, e oggi l'industria musicale sconta certi suoi errori del passato. E' successo altre volte: riconsiderando in retrospettiva i contratti degli anni '50 e '60, i discografici si sono spesso resi conto della loro iniquità e li hanno modificati di conseguenza. Quello che spiace, oggi, è che si debba arrivare a rivederli su pressione dei legislatori e non in seguito ad un confronto aperto tra le parti. Ma la realtà, indiscutibilmente, è cambiata, e dobbiamo tenerne conto”.
Inevitabile trascinare il discorso su Napster (di cui Bertelsmann, capogruppo di BMG, è un finanziatore) nonché sulle prospettive della musica on-line “legalizzata” e rispettosa dei diritti d'autore. Ed è ancora Smellie a esprimere la sua opinione al riguardo. “C'è un modello di business possibile, basato su un'equa ripartizione dei proventi? Io credo di sì. Certo è una sfida difficile, quando i tuoi concorrenti non pagano i diritti diffondendo musica gratuitamente, e quando i legislatori, soprattutto negli Stati Uniti, non sembrano intenzionati ad ascoltarti. Ma resto convinto che combinando la forza dei nostri repertori, l'ingegno dei nostri partner tecnologici e qualche misura di protezione legislativa saremo in grado di offrire un prodotto attraente per il consumatore”.
Altrettanto inevitabile parlare di Italia, e in particolare del destino dell'archivio Ricordi, uno straordinario patrimonio storico-culturale valutato intorno ai 150 milioni di € e di cui BMG è in possesso dal 1994, quando acquisì l'omonimo gruppo discografico ed editoriale italiano. “Non abbiamo nessuna intenzione di venderlo, è un tesoro che continueremo a maneggiare con la massima cura e attenzione”, ci rassicura subito Stein. “Vogliamo che tutti, non solo in Italia, possano avervi accesso. Con Adrian (Berwick, presidente di BMG Ricordi) e Tino (Cennamo, managing director del gruppo editoriale) stiamo già lavorando allo sviluppo di un programma di valorizzazione dell'archivio che verrà enunciato nei dettagli nel corso dei prossimi quattro o cinque mesi”. “Non siamo esportatori di cultura teutonica”, puntualizza Schmidt-Holtz; “siamo sempre stati rispettosi dell'identità culturale dei paesi in cui operiamo e sempre lo saremo”.
E qual è il ruolo di BMG Ricordi nel contesto europeo, sul fronte del pop e della musica “leggera” ? “E' una delle nostre società più forti nello sviluppo degli artisti, e allo stesso tempo è stata capace di mantenere ottimi rapporti con stelle locali come Dalla, Venditti, Ramazzotti”, risponde Stein. “Oggi vedo nuovi nomi in grado di avere successo anche fuori dall'Italia: penso a Giorgia, soprattutto, ma anche a Gigi D'Alessio e a Valeria Rossi. Per ognuno di loro, stiamo valutando attentamente le potenzialità sui vari mercati internazionali”.
L'ultima curiosità riguarda una delle mosse più controverse della storia recente di BMG: l'allontanamento di Clive Davis, il Re Mida del music business americano che il precedente management BMG aveva ritenuto troppo vecchio per restare in sella alla Arista (e che con i soldi di BMG ha finanziato la sua nuova creatura discografica indipendente, la J Records di Alicia Keys). “Quello che abbiamo imparato è che nessuno può permettersi di essere arrogante come la dirigenza di questa azienda è stata nel recente passato”, è la franca risposta di Stein. “Lasciare che Davis se ne andasse è stato un fallimento su tutta la linea. E' successo, non è stata colpa nostra, e non faremo più questo genere di errori”.
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