Irene Grandi & Stefano Bollani: 'Un disco tra amici, fatto di nascosto'

Il timido applauso di rito, al termine di ogni conferenza stampa che si rispetti, lascia spazio stavolta a una piccola ovazione spontanea, a un apprezzamento sincero e divertito. Irene Grandi & Stefano Bollani, oggi a Milano per presentare l'album in duo che esce domani, 23 ottobre, nei negozi su etichetta Carosello, salutano i giornalisti con un'estemporanea e animata esecuzione di "La forma", una canzone rappata dei loro vent'anni che, raccontano, erano soliti eseguire quando, a Firenze, coltivavano sogni di gloria con un gruppo dall'identico nome in cui si faceva le ossa anche Marco Parente.

"Ho fatto una ricerca in rete e su YouTube, ma niente. Nessuno l'ha messa su Internet. Eppure ai concerti circolava anche un demo, e avevamo fatto pure un video terribile", racconta divertito Bollani. "Credo che i nostri amici abbiano evitato per affetto nei nostri confronti". .

Arriva da lì, da un'amicizia solida e ventennale, questo album di cover per voce e pianoforte (con incursioni di Bollani al Fender Rhodes, al canto e agli effetti) che getta nuova luce sul profilo artistico dei due protagonisti, abituati a frequentarsi sul palco o in studio di registrazione ma mai impegnati prima in un progetto così, a tu per tu. Prima di rispondere alle domande dei giornalisti hanno eseguito tre estratti dal disco, "For once in my life", "Olhos nos olhos/Occhi negli occhi" (con testo metà in portoghese, metà in italiano) e "Costruire": ovvero un classico Motown reso popolare da Stevie Wonder, una perla di Chico Buarque e un pezzo poco noto ma di pregio di Niccolò Fabi, tanto per tracciare alcuni punti di un'ampia mappa sonora che include molto Brasile (un altro Buarque, un Vinicius de Moraes, il Caetano Veloso tradotto da Sergio Bardotti per Ornella Vanoni di "La gente e me"), Cristina Donà (con un inedito cofirmato dal fiorentino Saverio Lanza) e il Pino Daniele di "A me me piace o' blues", i Radiohead  di "No surprises" e persino una onirica rilettura di "Viva la pappa col pomodoro" firmata nel 1964 per Rita Pavone/Gian Burrasca da Nino Rota e Lina Wertmuller.

Lo hanno registrato lo scorso gennaio in appena dieci giorni, in un'atmosfera da "buona la prima" (o quasi), e, dice Bollani, "mi sono sorpreso che Irene si adattasse a quei ritmi jazz e non volesse restare in studio quattro o cinque mesi. Sono dieci anni che ne parliamo, di questo disco, e nei nostri computer è sempre rimasto aperto un file in cui infilare i pezzi che avremmo voluto incidere insieme. Inutile dire che quasi nessuno di quelli è finito sul disco, abbiamo scelto le esecuzioni che ci sono venute spontanee, bene al primo colpo. Quando le cose non venivano, non ci siamo accaniti e siamo passati ad altro. Ci siamo accorti, mentre lo facevamo, che il mondo non offre questa grande abbondanza di dischi per voce e pianoforte. Quella è una prerogativa del piano bar, quanto di più distante dalle nostre intenzioni".

Dà l'impressione di essersi divertito, e Irene Grandi è raggiante: "Ci siamo stupiti delle mille idee che ci venivano in studio. Questo è un disco di sfumature che mi ha permesso di riscoprire le mie tante voci, il timbro ironico e quello più profondo. Le cose più emozionanti, ci siamo accorti, venivano quando io cantavo sottovoce e Stefano suonava in modo più delicato. Non abbiamo pensato a quali risultati potremo raggiungere, solo a fare bella musica e al piacere di suonare insieme". Quanto alla scelta delle canzoni, avverte Bollani, "non è sempre andata come vi potreste immaginare. Non tutti i pezzi più pop sono stati suggeriti da Irene, non tutte le canzoni brasiliane o le scelte più bizzarre sono una mia proposta. 'Viva la pappa col pomodoro', per esempio, l'ha voluta lei, ed è sua anche l'idea di arrangiamento. Il pezzo dei Radiohead? La sua inclusione è il frutto di un ricatto che ho fatto a Irene: in cambio le ho fatto togliere un pezzo che aveva un'atmosfera simile". "A volte", ironizza, "le ho dato corda su certi brani, facendo finta di impegnarmici, di provarci per due o tre ore. Poi, quando era evidente che la cosa non funzionava, proponevo di soppiatto un pezzo di Veloso o di un altro dei miei brasiliani preferiti". Come "Roda viva" di Chico Buarque, "che alla fine è stata Irene a volere. L'abbiamo cantata in coppia strizzando l'occhio a Elis Regina e Tom Jobim quando interpretavano 'Águas de Março' ". "Mi è sempre piaciuta, la musica brasiliana", interviene la Grandi. "Veloso, Gilberto Gil, mentre conoscevo meno Chico Buarque a cui mi ha introdotto Stefano. Avevo ascoltato 'Ritratto in bianco e nero' di Jobim nella versione di Stefano ed Enrico Rava, volevo scriverci un testo senza sapere che esisteva già. Per entrare nel feeling e imparare la pronuncia portoghese ho lavorato con un chitarrista brasiliano. Io non mi sono mai sentita così mainstream, osare e rischiare mi è sempre piaciuto. E oggi la crisi del mercato discografico permette di sperimentare, di tentare strade nuove. Se gli artisti italiani hanno un difetto, è di non evolversi una volta che trovano una formula di successo".

Bollani conferma: "Questo disco è nato senza pressioni. Lo abbiamo fatto di nascosto, con l'idea che se fosse venuto male non lo avremmo tirato fuori dai cassetti neanche per farlo ascoltare ai nipotini. E' stato un nostro investimento, solo una volta completato lo abbiamo ceduto in licenza a una casa discografica. Ho sempre pensato che la voce di Irene avesse più possibilità di quanto lei stessa si desse o le venivano offerte. Per questo abbiamo voluto lavorare di cesello. Come ogni mio progetto, anche questo nasce da un'affinità: ci sono musicisti che ammiri ma con cui trovarsi una volta sola sul palco è sufficiente. E altri con cui si va oltre, perché fare musica insieme vuol dire condividere anche cene, viaggi, discussioni. Cose che posso affrontare solo con persone con cui mi sento bene". Ma perché solo ora? "Irene era sempre al Festival di Sanremo, in tour o a fare dischi, e io impegnato in altre cose. Lei mi faceva sentire le sue cose, e immancabilmente le dicevo: che peccato, col talento che hai...'Bum bum' e 'Bruci la città' non piacevano solo a me e a Pippo Baudo....Andare a Sanremo? Nessuno si è fatto avanti per proporcelo. E se lo facessero risponderei di no".

La Grandi sorride, e non ne sembra affatto preoccupata: "Sanremo non mi mancherà, sono entusiasta dell'energia e della gioia che scaturiscono da tutte le ore che passiamo insieme a provare. E spero che questa esperienza mi venga utile anche in futuro. Sto studiando la chitarra per tirar fuori qualcosa di mio, vorrei tornare a sonorità più acustiche. La musica pop di oggi, specie quella femminile, mi ha stufato: troppo aggressiva, troppo elettronica, troppo infarcita di suoni. Ho capito che se ha più spazio a disposizione la mia voce acquista nuovi colori, si valorizza. Certo, mi rendo conto di essermi infilata in una bella foresta". Anche Bollani coltiva progetti importanti ("il 5 dicembre compio quarant'anni, ho deciso di celebrarli rinunciando per un anno a radio e tv. A giugno 2013 sarò New York per incidere un disco per la ECM"), ma intanto incombe un tour di sedici date in partenza il 9 novembre da Assisi. Cosa faranno, oltre al disco, Grandi & Bollani non lo anticipano. "Sarà una cosa diversa", dice il pianista. "Il disco contiene il meglio, lì abbiamo curato tutti i dettagli, mentre dal vivo faremo anche altre cose: io avevo proposto 'La forma' come bis. La sfida", scherza, "è portare un concerto da club davanti a una platea da cinquantamila persone. Se farò il cantante, dopo l'esperimento di ''Roda viva'? No, per Amici e X Factor non mi sento ancora abbastanza giovane".

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