Gli Orishas presentano 'Emigrante': 'Noi, rifiutati dalla nostra stessa patria'

Gli Orishas presentano 'Emigrante': 'Noi, rifiutati dalla nostra stessa patria'
Yotuel, Roldán e Ruzzo, le tre anime Orishas (divinità della tradizione africana), dopo aver dedicato il loro primo disco, “A lo cubano”, alle loro molteplici radici (cubane e africane), hanno aggiunto un nuovo capitolo alla loro discografia. “Emigrante”, il loro nuovo album, è la cronaca in musica di un sentimento sofferto che i tre musicisti provano verso la loro patria, Cuba, che li ha messi alla berlina dopo il loro trasferimento in Francia. “Dopo cinque anni in Europa ci è stato quasi impedito di tornare dalle nostre famiglie”, racconta Roldán. “La prima volta che ho tentato di andare a Cuba avevo un visto di sei giorni e appena sceso dall'aereo mi hanno tenuto in prigione e non mi hanno lasciato fino alla data prevista per il mio ritorno”.
Queste esperienze, legate a più di duecento concerti in giro per il mondo, hanno formato la base per la scrittura di un nuovo disco. “Volevamo fare un album che parlasse di critica sociale, dei fatti accaduti, di allegria e tristezza”, racconta Ruzzo. “Venire in Europa ci ha permesso di evolvere come musicisti e di conoscere tanti altri artisti”.
I tre, orfani di Flaco-pro (non si conoscono i motivi della suo abbandono anche se Roldán, gesticolando, lascia intendere un imprecisato problema), nonostante stiano promuovendo il loro album (in uscita contemporaneamente in tredici paesi il 22 aprile), non riescono a trattenersi dal parlare del doloroso rapporto con il loro paese. “Sia chiaro, noi stimiamo moltissimo Fidel Castro, pensiamo che sia stato il primo a far tornare Cuba nelle mani dei cubani, ma non sopportiamo di essere considerati come dei traditori”, ci spiegano gli Orishas. “Avevamo un sogno, volevamo cantare davanti alle nostre famiglie nel teatro più prestigioso di Cuba, il 'Karl Marx'. Dopo varie trattative ci hanno dato il permesso di tenere un concerto, ma, purtroppo, non ci hanno dato la possibilità di suonare su quel palco”. Oltre al danno c'è stata anche la beffa. “Quando i Manic Street Preachers sono venuti a Cuba per presentare il loro nuovo disco gli hanno dato proprio quel teatro, mettendogli a disposizione la migliore tecnologia per i concerti. Un'assurdità, se si pensa che durante le nostre esibizioni avevamo a disposizione solo dei vecchissimi microfoni con il filo. In più il pubblico dei Manic ha totalmente rovinato il teatro, mentre il nostro concerto è stato solamente una festa”.
I tre, lasciandoci, si sono dimostrati molto infastiditi anche dalla definizione data alla loro musica, latin rap. “Cos'è la musica latina?”, ci chiede Yotuel. “E' forse Ricky Martin o Jennifer Lopez. No, non bisogna confondere il business con la vera musica latina”.
Il resoconto completo dell'incontro con gli Orishas sarà riportato prossimamente nella sezione interviste.
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