Italiani, popolo di pirati e navigatori: lo dice (ancora) la Nielsen

Scambiarsi CD masterizzati tra amici e colleghi, fabbricarseli in casa o comprarseli, bell’e pronti, dai venditori ambulanti che espongono in strada la loro merce è ormai un’abitudine radicata per gli italiani, in tempi di ristrettezze economiche, caro-CD - vero o presunto che sia - e possibilità tecnologiche quasi illimitate. Lo conferma una approfondita indagine a cura dell’istituto di ricerca AC Nielsen (la seconda diffusa ai mezzi di informazione in pochi giorni: che siano servite anche le punzecchiature della stampa e dell’opinione pubblica, nello spronare i discografici a fornire un quadro più esauriente delle condizioni del mercato?), commissionata questa volta dalla FPM, la federazione che nel nostro paese combatte la pirateria musicale.

Nulla di nuovo, si dirà: ma intanto i risultati dello studio, effettuato in questi primi mesi del 2002 su un campione rappresentativo di 2 mila famiglie, non sono tutti così scontati e hanno il pregio di misurare, per la prima volta, le dimensioni (piuttosto impressionanti, bisogna riconoscere) del fenomeno.
Vediamo. Quasi un italiano su tre, 11 milioni e mezzo di persone, possiede oggi in casa CD masterizzati, stando ai dati raccolti da Nielsen: un numero davvero consistente e quasi coincidente con quello dei consumatori abituali di dischi (12 milioni e mezzo). Quasi nessuno, insomma, disdegna il prodotto non originale, e anzi sono ben 4,7 milioni gli italiani che ammettono di acquistare con frequenza CD duplicati: il 12 % della popolazione “attiva”, che sale al 42 % se si includono anche i consumatori saltuari. C’è poi chi provvede in proprio, smanettando sul computer di casa (e sono il 21 %), e chi ricorre ad amici e parenti meglio attrezzati e più versati nell’informatica (il 37 %).
Fin qui (a parte i numeri), tutto nella norma. Ma la sorpresa maggiore, almeno a prima vista, arriva dall’identikit demografico del consumatore “sommerso”: non sarebbero i giovanissimi, come comunemente si crede, ma i giovani adulti tra i 25 e i 34 anni, soprattutto al Sud e nei centri più popolosi, a formare lo zoccolo duro del mercato “illegale”: che, a differenza di quanto crede o finge di credere il 5 % degli intervistati, non reca alcun guadagno alle case discografiche (né, naturalmente, agli artisti e agli autori originali).

Dove gli under 20 sono più svelti degli altri, semmai, è nel prelevare illegalmente i file musicali da Internet: pratica in cui indulgono quasi due milioni di italiani, la metà dei quali confessa di riversare su CD vergini la musica scaricata dalla rete. Ecco dunque che mentre negli USA sono gli studenti dei college a turbare i sonni dei discografici, le categorie più a rischio in Italia sono quelle degli operai (quasi un quinto dei consumatori “illegali”) e dei lavoratori dipendenti (16,7 %). Se i ragazzi americani, insomma, preferiscono il fai da te, in Italia sono ancora in molti coloro che, per soddisfare le loro esigenze di musica a buon mercato, preferiscono rivolgersi ai “professionisti” del settore: bancarellari in primo luogo (canale preferenziale di acquisto del 51 % degli intervistati) ma anche, sorprendentemente, negozi musicali muniti di regolare licenza che, sottobanco, forniscono ai clienti anche questo tipo di “servizio” (ci si rivolge il 17 % del campione: succedeva anche i tempi del boom del noleggio, se ricordate).
E pazienza se otto milioni di italiani sono consapevoli che i proventi del mercato pirata vanno ad alimentare la criminalità organizzata: più di metà degli italiani è convinta che nel comprare dischi falsi o copiati, in fondo, non ci sia nulla di male. Convincerli del contrario, così come stanno le cose (e con tutte le tentazioni che ci sono in giro) sembra diventare per la discografia una specie di missione impossibile.
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