Martha Wainwright: ' 'Come home to mama' è il mio disco di lutto e rinascita'

Martha Wainwright: ' 'Come home to mama' è il mio disco di lutto e rinascita'

Leggi "Come home to mama" e pensi a un vecchio disco blues, o a quella famosa canzone di Etta James dal titolo quasi identico. Poi ascolti "Proserpina", il pezzo del nuovo album di Martha Wainwright che contiene quel verso, e ti accorgi di essere completamente fuoristrada. Perché si tratta di un'elegia classicheggiante per voce e pianoforte ispirata alla figura mitologica della dea contesa tra Plutone e la madre Cerere, tra la terra e il regno degli inferi. E dell'ultima canzone scritta dalla mamma di Martha, la folk singer Kate McGarrigle, scomparsa il 18 gennaio del 2010 a causa di un sarcoma, un tumore del tessuto connettivo.

"L'ha scritta quando già era molto malata, poco prima di morire", racconta Wainwright al telefono. "Leggendone il testo si percepisce la sua sensazione di imminente dipartita da questo mondo, il suo sentirsi con un piede già nell'aldilà. Ho trovato quella canzone perfettamente consona al resto del disco, era proprio quel che cercavo. Perché parla di morte e e di inverno ma anche di primavera e di rinascita, di un tempo che prosegue il suo corso. Il tema di 'Proserpina' mi è sembrato un modo magnifico e conciso di mettere in versi ciò di cui parlavano molte delle altre canzoni, quelle che ho scritto io". Non dev'essere stato facile cantarla, date le premesse, ma Martha spiega che "dopo averla registrata, un mese appena dopo la morte di mia madre, l'avevo messa da parte. Circa un anno dopo, mentre registravo il nuovo disco con Yuka Honda, me ne sono ricordata e insieme abbiamo deciso che valeva la pena di includerla. L'ho ripresa in mano, ci ho sovrainciso una nuova linea vocale in una tonalità più acuta. A entrambe sembrava evidente che quella canzone avrebbe dovuto essere il baricentro del disco: lo rappresenta fedelmente anche se suona in modo differente dal resto con quel semplice arrangiamento per pianoforte".

Uscito martedì 16 ottobre nei negozi, "Come home to mama" è in effetti un album molto diverso dai due dischi di studio che lo hanno preceduto: molto più avventuroso nei suoni, riflette una tranche de vie intensa e drammatica della trentaseienne cantautrice di Montreal, segnata profondamente dal lutto ma anche trasformata da un matrimonio e dalla nascita di un figlio. "La morte di mia madre è stata l'ispirazione di quasi tutte le canzoni", conferma. "Ma in fondo al disco c'è anche un brano, 'Everything wrong', in cui per la prima volta ho affrontato il tema della maternità. E' una sensazione strana, diventare adulti e responsabili nei confronti di qualcun altro", aggiunge ridacchiando e sospirando. "E' un grande cambiamento, un'esperienza meravigliosa. Senza Arcangelo, mio figlio, tutto sarebbe molto più difficile. Ecco perché sostengo che questo album per me segna l'inizio di una nuova vita".

Le questioni di famiglia restano ancora una volta al centro del mondo musicale dei Wainwright: Rufus, primogenito di Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle, ha scritto una canzone intitolata "Martha". E come vanno le cose col papà, dopo quella famosa invettiva, "Bloody mother fucking asshole", che certo non gliele mandava a dire? "Non gli ha fatto piacere e lo ha addolorato che abbia scritto una cosa del genere, ma mio padre sa bene quanto è importante per un artista potersi esprimere liberamente. Lui, per primo, lo ha sempre fatto. Talvolta, nelle canzoni, si va un po' oltre la realtà dei fatti per licenza poetica, per gusto dello humour, per la voglia di scioccare o di essere sovversivi. Se dalla penna viene fuori qualcosa di divertente, di interessante e di rilevante è importante conservarlo. Anche a mio marito (il bassista Brad Albetta), in questo disco, tocca sorbirsi un paio di stoccate. Servivano a raccontare la volontà ma anche la difficoltà di tenere in piedi un matrimonio: non sempre la cosa più facile del mondo. Ognuno, ovviamente, canta della sua vita".

Niente maschere? Nessuna parola messa in bocca a personaggi fittizi? "No, per me questo disco è personale quanto il mio primo album. C'è più dramma che nella vita vera, ma la sofferenza provocata dalla morte di mia madre è stata molto forte. E il parto è avvenuto in circostanze molto difficili, mio figlio è nato prematuro mentre mi trovavo lontana da casa. E' stato in ospedale per mesi ed è stata un'esperienza molto traumatica. Scioccante, anche per la contemporaneità con la tragedia che stavo vivendo. Quando, dopo quattro o cinque mesi, ho ripreso in mano la mia chitarra e ho ricominciato a scrivere canzoni mi sono sentita come se avessi di nuovo vent'anni. Tornare a essere una cantautrice mi ha permesso di far sgorgare quel che avevo vissuto e che mi era rimasto dentro. Di esprimermi con sincerità. Sentivo di meritarmelo..."

Eppure Martha se l'è sempre cavata bene anche nei panni altrui, con le canzoni di Leonard Cohen e quelle di Edith Piaf cui ha dedicato il suo disco precedente. "L'ho sempre amata, ma l'idea di quel progetto è stata di Hal Willner, non mia. E' un grande produttore, mi fido di lui ed era il momento giusto per un disco del genere perché in quel momento non avevo molte canzoni pronte da incidere. Ero incinta, ed è stato sicuramente più facile fare un disco così che mettersi a scrivere dodici canzoni per un nuovo album. Era perfetto, come disco interlocutorio. Lo abbiamo inciso dal vivo e rapidamente. E ho potuto andare in tour con Hal".

"Come home to mama" è di tutt'altra pasta: "I wanna make an arrest" può ricordare i Talking Heads, e in canzoni come "Radio star" o "Some people" sembra che Martha voglia scalare il pentagramma con la sua voce... "Ho voluto cantare in quel modo perché so di poterlo fare. Dal vivo lo faccio sempre, ma su disco non ci avevo mai provato perché le condizioni in studio di registrazione sono diverse: ti ritrovi in una piccola stanza, molto vicina al microfono, e tutto questo esercita una pressione sulla tua voce. Va bene anche così, ma spesso il risultato non rappresenta con esattezza ciò che un cantante è in grado di fare. D'accordo con Yuka, stavolta ho deciso di mantenere un approccio più simile a quello che ho sul palco. Ho usato la voce in maniera diversa, mixando le tonalità basse che mi sono naturali con strilli acuti. Suono solo la chitarra, e così ho voluto usare anche la voce come si trattasse di uno strumento un po' folle, per dargli un carattere più marcato".

Registrato per la maggior parte nell'home studio newyorkese di Sean Lennon ("un vecchio amico, fa parte della mia famiglia allargata e partecipa spesso ai nostri show natalizi), "Come home to mama" porta forte il segno della produttrice Yuka C Honda. "Ci conosciamo da quindici anni", spiega Martha, "dai tempi delle Cibo Matto. Siamo amiche e fan una dell'altra. Ho la tendenza a lavorare in famiglia, ma io e mio marito non avevamo intenzione di produrre un altro disco insieme. Avevamo già osato molto e stavolta il suo legame con alcuni dei temi del disco era troppo forte. Sarebbe stato emotivamente pesante farlo con Brad perché era troppo coinvolto in quanto mi era accaduto, a cominciare dalla nascita di nostro figlio. E' stato lui a suggerirmi di chiamare Yuka, sapendo che volevo lavorare con una donna e che è quasi impossibile trovarne una che si occupi di produrre dischi. Desideravo un disco fondato soprattutto su tastiere e programmazioni perché sentivo che quello era il tessuto strumentale più adatto alle composizioni. Quando scrivi canzoni folk usando una chitarra o un altro strumento acustico, la produzione le porta spesso a evocare sonorità un po' country o Americana, un po' macho. Non mi sembrava che fosse quello il modo giusto di rappresentare questi pezzi. Volevo un suono più strano, più cinematografico e quasi apocalittico, e sapevo che Yuka sapeva creare universi sonori un po' folli e molto evocativi. E poi lei ha portato in studio anche Nels Cline (Wilco), la sua arma segreta. Una bella fortuna, per me, che siano sposati!".

La sfida, ora, è di rendere giustizia a quelle ondivaghe canzoni anche su un palco. Per questo, allo scopo di finanziare il tour che parte il 5 novembre da Montreal (e che non prevede al momento date in Italia), Wainwrigth è ricorsa al crowd funding e a PledgeMusic. Pronta a suonare concerti privati per i fan e a cucinare per loro? "Certo, se il prezzo è giusto! Ricorrere a PledgeMusic o a Kickstarter, all'inizio, è forse stato per molti di noi una scelta obbligata e quasi controvoglia, ma ora si è capito che ti permette di entrare più profondamente in contatto con il tuo pubblico. L'importante è che lo scambio sia equo. Io non ho mai avuto paura di mettere me stessa nelle mie canzoni, quando mi esibisco sono molto trasparente. Non c'è un personaggio, quella che vedere sul palco sono io. Sono in grado di fare altrettanto anche in una dimensione più privata. Con la band (un sestetto che include Brad Albetta al basso, Matt Johnson alla batteria e Andrew Whiteman dei Broken Social Scene alla chitarra) cercheremo almeno in parte di ricreare le atmosfere di un disco che a tratti suona molto rock e fragoroso. Faremo molte canzoni nuove, ovviamente, ma mi esibirò anche da sola alla chitarra acustica, perché sembra il modo migliore di creare un rapporto intimo con il pubblico. Siccome Brad suona anche il pianoforte, faremo alcune canzoni della Piaf. Altre cover? In genere mi piace riprendere canzoni del Paese in cui mi trovo a suonare. Quando torno in Italia, magari, posso mettermi a cantare qualcosa di Mina..."

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