“Uno dei complimenti più belli che abbiamo ricevuto per questo disco è che si sente che la band suona”, aggiunge il bassista Massimo Vecchi. “E' bello che questo si capisca, penso che sia anche un modo per riassumere gli ultimi quattro anni che abbiamo trascorso insieme”. In effetti, lo spirito da band “vecchio stampo”, che dà tutto sul palco e vive dello stretto rapporto con il pubblico resta una delle caratteristiche fondamentali dei Nomadi. Anche perché è proprio questa simbiosi che ha spinto Carletti a insistere anche dopo la morte di Daolio: “Sembrava che fosse tutto finito, poi ci ho riflettuto e ho deciso di andare avanti, anche se non pensavo che questo significasse essere ancora qui adesso. Siamo stati aiutati dai fans: volevano che continuassimo, che suonassimo ancora le nostre canzoni e, principalmente, volevano ricordare Augusto”. Ma non c'è il rischio di essere considerati una specie di cover-band dei Nomadi, con uno solo dei membri originali? “Penso di no”, sostiene Carletti. “Se non avessimo fatto più dischi dopo la scomparsa di Augusto, si potrebbe dire, ma non è andata così. E poi, se anche fossimo una cover-band, be', con 130 concerti all'anno e il nostro cachet, saremmo una bella cover-band”.
Il resoconto completo dell'intervista coi Nomadi sarà on-line prossimamente nella sezione Interviste di Rockol.