Il Papa pop e i suoi Cugini (di Campagna)

Il Papa pop e i suoi Cugini (di Campagna)

“Karol Wojtyla - Domenico Politanò”: così è firmata “La nostra terra”, una delle nuove canzoni dell’ultimo album dei Cugini di Campagna. E Karol Wojtyla è proprio “quel” Karol Wojtyla, ovvero Papa Giovanni Paolo II. Il quale non è che si sia messo in testa di fare concorrenza a Mogol o a Bigazzi, inventandosi paroliere; però le parole della canzone sono proprio sue, tratte dalla poesia “Il rito” pubblicata tempo fa in una raccolta di scritti dell’attuale pontefice.
Fin qui la notizia di cronaca, curiosa e singolare (resa più appetitosa dal fatto che la canzone era stata presentata al Festival di Sanremo, e non fu accettata - pare - per cavilli regolamentari; Ivano Michetti, leader del quartetto, giura che una importante funzionaria RAI di cui non faremo il nome ma solo il cognome, Bemporad, gli abbia detto “Non possiamo ammettere in gara questa canzone perché vincerebbe sicuramente”); ma la notizia di musica sta nel fatto che i Cugini di Campagna - simpatico quartetto di giovanotti vestiti come gli Slade che cantano canzoni che sembrano scritte dai Pooh per il retro di qualche singolo anni Settanta - rilanciati dalla trasmissione “Anima mia”, che al loro più grande successo aveva preso in prestito il titolo, si ripresentano al mercato discografico con un album di canzoni inedite, che però sembrano uscite fresche fresche dalla macchina del tempo: e per arrangiamenti, testi e sonorità potrebbero tranquillamente essere datate 1973 anziché 1998.
I Cugini di Campagna, lo diciamo per i nostri lettori più giovani e più rock, sono quel gruppo italiano la cui caratteristica peculiare è quella di avere un cantante uomo che canta in falsetto. Canzoni come “Anima mia”, appunto, o “Innamorata”, o “Un’altra donna”, appartengono (non senza qualche rossore) al patrimonio genetico di tutti quelli che abbiano già compiuto i trentacinque anni. E le nuove canzoni - “Amor mio”, potenzialmente un megahit radiofonico, o “Improvvisamente”, o “L’ultima lacrima”, o “Nell’anima mia” - sono assolutamente fedeli alla cifra stilistica del complesso: melodie orecchiabilissime, arrangiamenti pop-sinfonici, testi semplicissimi e senza ambizioni letterarie (anche se, a dire il vero, qualche finezza lessicale non manca: come in “Improvvisamente”, dove la frase “non sono mai voluto andare a scuola” restituisce finalmente il corretto ausiliare “essere” al verbo intransitivo; mica come nelle canzoni di Nek, dove il “te” al posto del “tu” è diventata la regola).
Ma, gusti personali a parte, quello che apprezziamo dei Cugini di Campagna (due dei componenti del gruppo, i gemelli Ivano e Silvano Michetti, appartengono alla formazione originaria, e dunque viaggiano intorno alla cinquantina d’anni d’età; gli altri due, il tastierista Luca Storelli e il cantante Nick Luciani - quarta “voce bianca” solista, dopo Flavio Paulin, Paul Manners e Kim Occhetti - sono assai più giovani) è lo spirito con il quale affrontano la nuova sfida.
Giovedì sera, 19 marzo, in occasione della presentazione alla stampa del nuovo disco “Amor mio”, si sono presentati in rigorosissima tenuta d’ordinanza: pantaloni scampanatissimi a strisce bianche e rosse, giacche militari alla “Sgt. Pepper’s” di borgata trapuntate di distintivi e mostrine, scarpe con la zeppona di dieci centimetri. E hanno anche, molto professionalmente, offerto un breve showcase eseguendo - sulle basi, ma cantando dal vivo - alcune canzoni del loro repertorio vecchio e nuovo, fra cui l’ormai immancabile “Anima mia”.
Ebbene, viva la faccia!: senza stare a cercare giustificazioni tipo “celebrazione del trash” o altre contorsioni intellettualistiche, i quattro Cugini hanno fatto del loro meglio, riuscendoci, per trasmettere entusiasmo, convinzione, sincera soddisfazione per un revival che sa quasi di resurrezione. Tanto che, alla fine, scafatissimi giornalisti non più giovani (nemmeno loro) si sono ritrovati a cantare in coro l’irresistibile refrain di “Amor mio”.
E poi conta poco che la “canzone del Papa” sia, davvero, la meno riuscita del mazzo, e che nel libretto dell’album sia contenuta la riproduzione di un quadro (francamente da brividi) riproducente un’allegoria in cui una croce nera, le silhouettes dei Cugini di Campagna, elefanti e delfini sparsi circondano il Papa meditabondo con in mano un orbe terracqueo (il povero Wojtyla sembra un giocatore di bowling che si prepara al lancio dal quale può dipendere l’esito della partita). Quello che importa è che, se vogliamo essere onesti, canzoni come quelle - vecchie e nuove - dei Cugini di Campagna lasciano il segno: sono quelle che ci ritroveremo, quasi controvoglia, a cantare sotto la doccia, o in attesa del verde al semaforo, o alla fine di qualche cena con abbondante accompagnamento etilico.
E poi, diciamolo: se gli inglesi mettono nella colonna sonora di un film con ambizioni da Oscar - “Full Monty” - un classico della disco più bieca come “You sexy thing” degli Hot Chocolate, e lo fanno ridiventare un hit, perché dovremmo vergognarci noi italiani nel riscoprire e nel rivalutare interpreti e canzoni che nel bene o nel male hanno fatto la nostra storia recente?

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