Festival estivi, inchiesta Rockol: quanto è lontana l'Italia dall'Europa? (3)

Se vale di più il fascino della location, piuttosto che la comodità, che sia il cartellone ad essere determinante? A scorrere i dati dei tre casi presi in esame, a colpire non è tanto la differenza di headliner - anzi, i nomi di punta del Jammin', agli occhi della grande platea, paiono decisamente più appetibili di quelli del Primavera - ma di varietà di offerta, che diventa evidente confrontando i numeri di palchi e di artisti in cartellone presenti alle due manifestazioni. Aspetto che costringe chi compila un bill a rimanere in equilibrio tra istanze artistiche e prospettive di bilancio.

"Dal punto di vista del pubblico, è vero che in Francia o in Olanda ci sia un po' più di apertura a livello musicale", osserva Valenti. Per il quale, tuttavia, il problema principale rimane quello - al netto del supporto istituzionale - della sponsorship: "E' una sorta di cane che si morde la coda. I grandi marchi, operativi su mercati diversi, valutano caso per caso le opportunità e se con noi sono timidi vuol dire che il nostro Paese è considerato rischioso. In Europa brand di soft drink e preservativi, in questo ambito, fanno la parte del leone. Qui da noi, non intravedendo potenziali clienti importanti che stimolino investimenti strategici, preferiscono altri settori che diano riscontri più a breve termine, come quello televisivo. Ed è proprio per questo che parlo di circolo vizioso: da un lato i grandi marchi, in assenza di segnali istituzionali forti, preferiscono non rischiare puntando non sul consolidamento sulla lunga distanza ma su quello a breve termine, dall'altro a livello istituzionale si continua a sottostimare questo tipo di industria e questo indotto. Al ministero della cultura francese ho il numero di telefono di tutti: a quello italiano, non conosco quasi nessuno".

Già, gli sponsor. Non tutti i marchi che solitamente stringono partnership con le grandi manifestazioni straniere in Italia scelgono la stessa linea. Durex, ad esempio, per mezzo del proprio ufficio stampa fa sapere come "la musica dal vivo per il nostro brand non è assolutamente strategica", spazzando ogni dubbio. Poi, ovviamente, c'è Heineken, che nel nostro Paese sui live show ha sempre puntato molto. Ma, ci spiega il direttore commerciale della filiale italiana del gruppo Marco Alberizzi, la sfida non è aumentare il volume degli investimenti: "I soldi non sono un problema. Anzi, il più delle volte sono la cosa più facile da trovare. La questione è un'altra: quello che noi cerchiamo di inseguire è un'idea vincente. Nell'Europa del nord fa quasi sempre freddo, il tempo è brutto, e il festival rock è visto come un'occasione di aggregazione prima che come uno spettacolo musicale: non è un caso, infatti, che gli eventi più importanti vadano sold-out prima ancora che venga comunicato il cartellone. Noi italiani, però, siamo diversi, più sofisticati: il nostro è uno dei paesi con clima e paesaggio migliori d'Europa, e le occasioni di aggregazione non mancano. Dal nostro punto di vista, quindi, è importante superare il concetto di festival 'musicocentrico' per andare oltre: non a caso con il Jammin', edizione dopo edizione, stiamo cercando di offrire sempre più attrazioni oltre ai concerti, per proporre agli spettatori un'esperienza - la migliore possibile - prima ancora che una serie di live set. Ed essendo questa esperienza legata a doppio filo al nostro brand, ci teniamo che l'ambiente sia il più confortevole e pulito possibile, oltre che divertente: ecco perché - a differenza di altre manifestazioni simili in Europa - non ci accontentiamo del palco, del prato e della fila di toilette chimiche". Rimane aperta la questione location: le migrazioni della manifestazione tra Imola, Venezia e Milano è da rintracciare in problemi connessi (anche) ai rapporti con le amministrazioni locali? "Assolutamente no", assicura Alberizzi: "Anzi, ovunque si sia svolto il Jammin', abbiamo sempre avuto il massimo sostegno non solo dalle amministrazioni locali (che a Mestre, nel 2007, quando il festival fu interrotto dal nubifragio, rimasero con noi - nella persona dell'allora sindaco - in prima linea), ma anche dalla popolazione locale, che in casi come questi potrebbe subire disagi connessi a servizi e viabilità. Certo, la scelta della location è fondamentale: è il primo aspetto che prendiamo in considerazione, quando mettiamo allo studio iniziative di questo tipo. Generalizzare, da questo punto di vista, è impossibile: in termini di collaborazione da parte degli interlocutori istituzionali abbiamo abbiamo avuto esperienze ottime ed altre meno buone".

Le fila del discorso le tira Marco Boraso, responsabile dei settori marketing e comunicazione di Live Nation, colosso multinazionale del live entertainment che nel nostro Paese organizza, tra gli altri, il Gods of Metal e - appunto - l'Heineken Jammin' Festival.

"Il numero ridotto di palchi e artisti in cartellone è in parte una scelta, in parte un'esigenza", spiega: "Non tutte le location, ad esempio, si prestano ad ospitare manifestazioni che prevedano esibizioni in contemporanea su più palchi: a Venezia con l'HJF ci riuscimmo, ma alla Fiera di Milano sarebbe stato impossibile. Lo spazio è troppo ridotto e si sarebbe creata una cacofonia insopporatabile, tra il main e un ipotetico second stage. Poi avere più palchi implica il fatto di trovare artisti abbastanza validi per riempirli, e qui subentra il problema del budget. Quello dell'HJF è pari a diversi milioni di euro, ma riuscire a concentrare tanti artisti tutti negli stessi giorni e nello stesso posto non è cosa facile".

La connessione tra budget e location, quindi, rimane la vexata quaestio inevitabile da affrontare: "Generalizzare sarebbe ingiusto, ma una maggiore attenzione da parte delle amministrazioni nei confronti del nostro lavoro certamente non guasterebbe. La vicenda - nella quale fummo marginalmente coinvolti - del Milano Music Arena, all'inizio della scorsa estate, da questo punto di vista la dice lunga". La faccenda, tuttavia, è più complessa: "Il pubblico italiano è molto più esigente e abituato alle comodità di quello nordeuropeo, per molte ragioni: per questo occorre sempre trovare il giusto compromesso tra raggiungibilità - punto senza dubbio determinante - e bellezza dello spazio. Con Venezia pensammo di aver trovato il posto ideale per organizzare il Jammin', poi - però - fummo costretti a spostarci. Poi i festival sono estremamente diversi, l'uno dall'altro: da Woodstock ai giorni nostri troppa acqua è passata sotto i ponti per poter fare di tutta l'erba un fascio. Per esempio, il festival Lowlands, in Olanda, ha deciso di autolimitare la propria affluenza per non tradire il proprio spirito: imponendo un salary cap agli artisti in cartellone, riesce a mantenere una propria precisa identità. Scelta che è sempre stata premiata dal pubblico, che - non a caso - acquista i biglietti prima ancora che venga annunciato il cast. Qui, però, subentrano fattori socio-culturali che esulano dal mero cartellone: in Olanda un evento del genere è atteso per mesi. In Italia, dove le occasioni di svago e socializzazione sono infinitamente di più, avere una risposta del genere è impensabile: per il pubblico tricolore la comunicazione del cast è imprescindibile ai fini dell'acquisto del biglietto".

Una cosa mette d'accordo Alberizzi e Boraso: il futuro del Jammin' Festival non è in discussione. "Per un brand internazionale come il nostro, in termini di promozione un festival di queste proporzioni vale più della più azzeccata delle campagne pubblicitarie: il bilancio di queste quattordici edizioni è assolutamente positivo, e ci ha reso - di anno in anno - sempre più credibili sul mercato", conferma infatti Alberizzi. "Il Jammin' in Italia rappresenta un unicum in termini di identità e continuità", gli fa eco Boraso: "Per le prossime edizioni ci piacerebbe rimanere nell'area milanese (dove, è giusto ricordare, l'accoglienza era stata buona, da parte delle istituzioni, ndr), magari trovando una location più bucolica rispetto a quella di Rho. Grazie alla lungimiranza del nostro sponsor, siamo riusciti a costruire qualcosa che negli anni - nonostante tutto - ha sempre riscosso successo. E che, se fosse organizzata all'estero, di successo potrebbe riscuoterne anche di più".
(dp)

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