Festival estivi, inchiesta Rockol: quanto è lontana l'Italia dall'Europa? (1)

Per quanto possano essere indicative - perché sempre, inevitabilmente, parziali - le nomination degli European Festival Awards 2013 (manifestazione organizzata dall'associazione internazionale Yourope e dal sito Virtual Festivals Europe che annualmente, dal 2010, premia i migliori festival del Vecchio Continente) rese note solo pochi giorni fa parlano da sole. Su un totale di 200 candidati in lizza nelle categorie best major festival, best mid-size festival, best small size festival e best new festival di concorrenti italiani ce ne sono solo tre: Arezzo Wave, Dieci Giorni Suonati e il Movement Torino Music Festival (tutti, per la cronaca, nella categoria mid size, tranne il Movement, in corsa anche nella categoria minore best indoor festival). E l'anno scorso, se possibile, andò anche peggio: nelle top 5 delle nomination di tutte le categorie, di festival italiani non ne era presente nemmeno uno.

Così il copione, ogni anno, a inizio primavera, resta sempre lo stesso, tra discorsi su l'"italiano che non ha la cultura del festival" e interminabili discussioni, tra appassionati, su quale biglietto aereo low-cost accaparrarsi per volare verso lidi migliori.

Luoghi comuni a parte - e considerato che l'erba del vicino, comunque, rimarrà sempre la più verde - è innegabile che le grandi manifestazioni musicali estive, per ragioni storiche, culturali e economiche, abbiano domicilio naturale tra Europa del nord (Gran Bretagna, Paesi Bassi e Germania, con ottimi esempi in Scandinavia) e Stati Uniti (Bonnaroo, Coachella e molti altri). Che però l'italiano - o, più precisamente, il non-angloamericano/nordeuropeo - "non abbia la cultura del festival" è tutto da dimostrare. Da ormai una decina d'anni abbondante, infatti, anche le zone più periferiche del Vecchio Continente sono costellate da manifestazioni di tutto rispetto, che - in quando a cast presentato e spiegamento di mezzi - non hanno nulla da invidiare agli omologhi britannici, olandesi o tedeschi. Qualche esempio? L'Exit Festival, in Serbia, svoltosi tra gli scorsi 12 e 15 luglio con oltre 600 artisti in cartellone tra i quali Guns N' Roses e Duran Duran, o lo storico Festival di Benicàssim, in Spagna, che nello stesso periodo ha schierato un bill monstre che includeva Bob Dylan, Stone Roses, Florence + The Machine, The Vaccines, Noel Gallagher e molti altri. O l'OpenAir Festival di San Gallo, in Svizzera, che a cavallo degli scorsi mesi di giugno e luglio ha visto sfilare sul palco Florence + The Machine, Paul Kalkbrenner, Gossip, Mumford & Sons, Incubus e Kooks, o ancora l'Open'er Festival di Gdynia, in Polonia (con Björk, Franz Ferdinand, Julia Marcell, Justice, Public Enemy e Bon Iver, all'inizio dello scorso luglio), senza dimenticare l'Optimus Alive di Lisbona, in Portogallo (con Cure, Stone Roses, Justice, Snow Patrol, Refused, Radiohead, Florence And The Machine, Mumford And Sons, LMFAO, dal 13 al 15 luglio 2012).

Insomma, il format forgiato sull'asse USA-UK, esportato tra sud Europa e oltre l'ex cortina di ferro, funziona e - nonostante la crisi dei mercati internazionali - ha successo. E la ricetta rimane sempre la stessa: cast titanici, che affiancano agli headliner set minori che facciano salire il numero totale delle esibizioni ben oltre il centinaio, diversi palchi - il più delle volte suddivisi per genere, e una notevole apertura negli accostamenti, che accorpino nelle line-up vecchie glorie e fenomeni emergenti.

Eppure in Italia qualcosa continua a funzionare diversamente. Per comprendere meglio quali siano le ragioni di tale scollamento tra la nostra realtà e quella del resto dell'Europa "periferica" abbiamo scelto di raffrontare tre festival (due stranieri, uno italiano), simili per storia (nello specifico, numero di edizioni e target) e formula (ingresso rigorosamente a pagamento, con spettacoli che si svolgano nell'arco di giornate contigue, e sempre utilizzando la stessa location): al netto della validità degli headliner (indiscutibile, in tutti i casi), è interessante - fatta la tara delle inevitabili differenze economico e sociali che caratterizzano i diversi paesi - notare come siano i numeri (tutti fornitici direttamente dagli organizzatori) a marcare maggiormente le differenze.

Prendiamo, ad esempio, lo Sziget Festival di Budapest, in Ungheria, il San Miguel Primavera Sound di Barcellona, Spagna, e l'Heineken Jammin' Festival di Milano. Cinque giorni di durata per i primi due, tre per il terzo. 500 band nel bill per lo Sziget, 225 per il Primavera Sound, e 21 per il Jammin'. Passiamo all'affluenza: a Budapest, dove uno stipendio mensile medio netto, secondo l'OCSE, nel 2012, ammonta a 816€, 379.000 persone hanno pagato tra i 225 euro e i 50 euro facendo segnare un'affluenza media giornaliera di 75.800 unità. A Barcellona - dove, sempre secondo l'OCSE, uno stipendio mensile medio netto ammonta a 1676€ (quasi duecento euro in più che in Italia, anche se le misure di austerità recentemente adottate dal governo Rajoy potrebbero avere considerevolmente limato la stima) - 148.200 spettatori hanno sborsato tra i 199 e gli 85 euro marcando un'affluenza media giornalierà di 29.640 unità. L'Heineken Jammin' Festival, ci hanno riferito gli organizzatori, hanno totalizzato 61.500 presenze in tre giorni, con un'affluenza media giornaliera di circa 20.000 unità al fronte di prezzi che oscillavano tra i 155 euro dell'abbonamento e i 55 euro del biglietto per la singola giornata senza accesso all'area pit.

Leggi qui i dati dei festival nel dettaglio

La prima cosa che salta all'occhio, confrontando i dati, è che la convenienza del biglietto non è direttamente proporzionale all'affluenza: il Paese teoricamente più svantaggiato di tutti, in termini economici - l'Ungheria - ha fatto segnare il maggior numero di spettatori nonostante i prezzi più alti tra i tre presi in considerazione. Viceversa, sembra che il pubblico - dovendo scegliere - abbia preferito premiare la varietà di offerta: i 500 show spalmati sui 15 palchi dello Sziget hanno fatto meglio dei 225 distribuiti su 11 ribalte del Primavera, che è comunque riuscito a battere i 21 tenuti sull'unico palco dell'Heinken Jammin' Festival.

A quando pare, quindi, le dimensioni contano. Ma, forse, non solo quelle, perché la disponibilità finanziaria non è tutto. Ad esempio, lo Sziget ha potuto contare su un budget di 13 milioni di euro, pur in assenza di un main sponsor, e su una sterminata fila di partner e patrocinatori, istituzioni locali in primis: 7 milioni e mezzo di euro è stato il capitale sul quale il Primavera ha potuto contare, grazie anche all'intercessione del brand controllato dalla francese Kronenbourg.

Possibile che l'Italia, che nonostante tutto nel 2011 (secondo la United Nations World Tourism Organization) era il quinto paese nel ranking turistico mondiale, e che nonostante tutto rimane la terza economia dell'eurozona, con oltre sessanta milioni di abitanti, faccia estremamente fatica a far decollare realtà del genere? Per il momento, sì. Cerchiamo di capire perché...

(Vai alla seconda parte)  

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