NEWS   |   Italia / 10/10/2012

Adriano Celentano all'Arena (2): peccato che sia finita, due sere non bastano

Adriano Celentano all'Arena (2): peccato che sia finita, due sere non bastano

“Buonasera signorina”, “Il tuo bacio è come un rock”, “24mila baci”, “Sei rimasta sola”, “Stai lontana da me”, “Grazie prego scusi”, “Il tangaccio”, “Ciao ragazzi”, “Il problema più importante”, “Torno sui miei passi”, “Azzurro”, “Un bimbo sul leone”, “Una carezza in un pugno”, “Storia d’amore”, “La storia di Serafino”, “Viola”, “Er più”, “Un albero di 30 piani”, “Yuppi Du”, “Such a cold night tonight”, “Soli”, “Il tempo se ne va”. Questa era la mia wish list per lo spettacolo di martedì sera, seconda parte (e in parte replica) dello show all’Arena di Verona di Adriano Celentano. La wish list, del tutto personale, l’avevo compilata in autostrada; sapendo già che esprimeva più dei pii desideri che degli auspici fondati.
Non sapevamo cosa aspettarci, dal Celentano di martedì sera: avrebbe dato retta alla vox populi, che gli chiedeva di cantare il più possibile, o avrebbe mantenuto fede allo schema della serata di lunedì, con interventi esterni e discussioni sui massimi sistemi economici? Si sa, Adriano decide secondo moti imperscrutabili. Stavolta, e per fortuna di chi c’era, ha voluto ascoltare la gente (e la stampa, molta della quale, peraltro, ha trovato più comodo recensire “Rock Economy” guardandolo in TV anziché assistendo di persona: e secondo me si è persa qualcosa, non solo una metà di “Azzurro” - ma di questo dirò poi).
La partenza è affidata a “Mondo in mi settima”, ed è una buona partenza, anche se la canzone non è fra le mie preferite. Segue “Soli”, e già qui c’è un inciampo di memoria nella terza strofa, e poi arriva “L’arcobaleno”, una canzone strana che avrebbe una genesi medianica (Lucio Battisti, dopo la morte, l’avrebbe più o meno ispirata o dettata a Mogol). Il primo botto lo fa “Storia d’amore”, una gran canzone del 1969, dal testo molto narrativo che però Adriano non ricorda nella sequenza corretta. Quasi a giustificarsi, Celentano spiega di aver dovuto ristudiare le parole delle sue canzoni dato che non le cantava da tempo: ed è il pretesto per un medley in cui compaiono “Si è spento il sole” (già eseguita lunedì) e “Viola” in una sorta di sandwich multistrato con “Ringo”. E la prima parte si chiude con “Il ragazzo della via Gluck” (altra ripresa da lunedì). Nell’intervallo si ascoltano “Yuppi du”, accompagnata dalle immagini del film in cui Celentano danza con una eroticissima Charlotte Rampling, e di nuovo (come lunedì) “Ragazzo del Sud”.
Al ritorno in scena il protagonista si lancia (ahi) in un monologo, che benché abbastanza coerente suscita qualche impazienza in platea; ripropone “Cammino”, già cantata lunedì, poi “Straordinariamente” (un’occasione per salutare Sofia Loren, alla quale, pare, la canzone piace moltissimo) e per ricordare il nipote, autore ed ex cognato Gino Santercole; “Pregherò” è meno intensa rispetto alla versione del giorno prima, poi arriva Gianni Morandi che canta (bene) “Caruso” di Lucio Dalla - un omaggio indubbiamente sentito, ma del quale stasera non si sentiva granché il bisogno. Gianni e Adriano cantano insieme “Sei rimasta sola” (l’avevano già fatto in TV qualche anno fa, e la bella canzone di Ricky Gianco meritava la ribalta - avrei preferito che la cantasse Celentano da solo). Mi consola e commuove “Una carezza in un pugno”, una delle più grandi canzoni del dopoguerra, ancora di Santercole; poi “Ti penso e cambia il mondo” si conferma un ottimo brano, fra i migliori della discografia recente di Adriano.
Altra pausa, e al ritorno arriva, finalmente, l’attesissima “Azzurro”, di cui il pubblico televisivo si perde una buona parte (colpa di una pubblicità che “sfora”), che tutto il pubblico in Arena canta dalla prima all’ultima parola, e che Fio Zanotti fa durare fino a cinque minuti, ripetendone il ritornello finale (cantato dagli egregi coristi) più e più volte, in stile “Hey Jude”. Ormai la gente è in tripudio, ed è un peccato che la bella e intensa “Anna parte” di Corrado e Camillo Castellari trovi gli ascoltatori distratti da parecchi giri di ola. “Ready Teddy” (anche questa già nella scaletta di lunedì) è il prefinale, mentre la chiusura - niente bis - è affidata a “Prisencolinensinainciusol”: Celentano si diverte a cantarla, ma è stanco e la versione di martedì è meno trascinante di quella del giorno prima.
Serve un bilancio di “Rock Economy”? Presto detto: è servito a far capire a tutti, speriamo anche a Adriano Celentano, che sentirlo cantare è una gioia, sentirlo parlare un po' meno, che la gente bada solo a lui e alla sua voce e alle sue mosse e al suo carisma e se ne frega di scenografie ballerini ospiti, e che se mettesse in piedi una scaletta di greatest hits, con quel repertorio pazzesco di cui dispone, potrebbe iniziare un neverending tour: lui, Fio Zanotti, la band e le sue canzoni. Non servirebbe altro. Ma, temo, non succederà. Ed è un peccato, davvero.
(Franco Zanetti)
 

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